Narrativa

Alla ricerca di Fatima. Una storia palestinese

Karmi Ghada

Descrizione: Narra la vita di Ghada Karmi, medico palestinese che trascorre l'infanzia in un sobborgo benestante di Gerusalemme. Quando la famiglia è costretta a fuggire in Inghilterra a causa delle crescenti violenze degli ebrei nei confronti della popolazione araba, Ghada deve imparare a convivere con la perdita del paese in cui è nata, sostituito da Israele. La scelta di privilegiare l'identità inglese è naturale e all'inizio risolutiva. Quando sceglie di sposare un inglese, Ghada è costretta a difendere il suo matrimonio agli occhi della famiglia tradizionalista, difendendo allo stesso tempo la fittizia identità inglese che ha attribuito a se stessa. Ben presto le contraddizioni di una tale decisione esplodono in tutta la loro violenza: durante la guerra dei Sei giorni Ghada farà i conti con l'indifferenza, o addirittura l'ostilità, di tutti quelli che credeva vicini. Convinta di dover cercare se stessa scavando nel passato, Ghada si getta anima e corpo nell'impegno politico: negli anni Settanta inizia a lottare per far sentire la voce dimenticata degli esuli palestinesi, si reca nei campi profughi dove lavora come medico, e alla fine torna addirittura a vivere in Siria. Incapace di sentirsi "a casa" dovunque provi, Ghada decide alla fine di visitare i luoghi della sua infanzia. Solo dopo questo viaggio capirà che non esiste per lei alcun posto dove fermarsi: che non sarà mai un'inglese, non potrà mai tornare in Palestina, e non appartiene per intero nemmeno al mondo arabo.

Categoria: Narrativa

Editore: Atmosphere

Collana:

Anno: 2013

ISBN: 9788865640753

Recensito da Buck Mulligan

Le Vostre recensioni

Ghada Karmi racconta la propria vita dall’infanzia al 1998. Ma narra anche la storia della Palestina in quegli stessi anni. L’una e l’altra – in realtà mai scisse nel racconto – viste attraverso gli occhi e i ricordi di bambina e vissute poi da adolescente e donna ormai emigrata in Inghilterra. Ghada nasce nel 1939 nella città vecchia di Gerusalemme, terzogenita in una famiglia della borghesia palestinese. Il padre è un intellettuale che lavora per il Ministero dell’Istruzione occupandosi, essenzialmente, di traduzioni e trasmissioni radio in lingua inglese per la popolazione del paese.
La madre, casalinga, gestisce il menage familiare con modalità non dissimili da quelle caratteristiche di un normale nucleo europeo. Ghada ha una sorella, Siham, e un fratello Zihad, che svolgono ruoli di altalenante importanza nella sua vita. A volte come affettuoso sostegno parentale, altre volte come dicotomica contrapposizione nelle rispettive e diverse prese di coscienza. I genitori non vengono identificati con i nomi propri di famiglia ma, in accordo con la tradizioni araba, con i prefissi Abu per il padre e Um per la madre, seguiti dal nome del figlio maschio: quindi Abu Zihad e Um Zihad. Emblematizzazione di una cultura di forte stampo maschilista che prefigura, in grandi linee, i destini delle persone in funzione del sesso. Ghada e la famiglia subiscono quella che si può giustamente connotare come una vera e propria occupazione della terra palestinese da parte di Ebrei provenienti da diversi paesi europei, soprattutto Russia e Polonia. Sorta di diaspora all’incontrario, quella degli ebrei, che trova un drammatico contraltare nell’espulsione (diasporica) della popolazione araba verso il mondo occidentale.
Il racconto di Ghada segue con crescente drammatizzazione l’incrociarsi di destini che, incomprensibili per lontananza e modi di vivere, diventano via via per i due popoli caratteristici di una convivenza conflittuale sempre più drammatica. Per sfociare, infine, in una guerra che provocherà – oscurità storica epocale – la fuga e la diaspora del popolo palestinese. Gli anni dell’infanzia di Ghada sono caratterizzati da attentati (tristemente famoso quello dell’ Hotel Semiramis), dall’abbandono della Città Vecchia per Qatamon e, infine, per Damasco ospiti lei e la famiglia, del nonno materno. Le difficoltà di lavoro del padre creano, e impongono, le condizioni per un definitivo trasferimento a Londra nel 1949, quando Ghada ha dieci anni e si appresta ad affrontare il periodo decisivo della sua formazione scolastica ed esistenziale. E qui compare la prima frattura nel modo di vivere della bambina, diventata ormai adolescente. Ghada ha bisogno di una nuova idendità, non soltanto in senso residenziale, ma anche, e soprattutto, in senso psicologico e affettivo.
L’atteggiamento vagamente elitario del padre – che vive come un intellettuale che si pone al di sopra dei problemi contingenti del quotidiano –, la sua scelta di adesione a valori propri di un apolide di terre e di culture, il suo atteggiamento di quasi annoiato fatalismo politico privano Ghada, almeno nelle evidenze narrative, di una vera presenza paterna. Analogamente, il rifiuto della madre nei confronti del modo di vivere inglese – se non nei saltuari aspetti amicali di vicinato – che la spingono sinanche al rifiuto di apprendere la lingua del nuovo paese, separano Ghada da quell’ ambiente familiare che era stato, in Palestina, rifugio e calore affettivo. Ambiente che si trasforma, col tempo, nel ricordo elegiaco di una sorta di Eden perduto. Ghada si impone, con ferrea determinazione, di “diventare“ inglese, abbracciando, anche acriticamente, usi e costumi di questa nuova patria. Studia medicina; si laurea (nel 1964) e sposa John (nel 1967), un collega medico inglese di mentalità tradizionalista, anche se intellettualmente disposto a comprendere il diverso da sé, sino a convertirsi alla religione Islamica. E qui si pone un primo interrogativo. La conversione religiosa di John viene presentata come avvenimento di relativa importanza, privo di drammaticità, quasi un accadimento di banale quotidianità. Il matrimonio finisce, ovviamente, con un divorzio. Con soddisfazione manifesta della madre Um Zihad che aveva a suo tempo ostacolato, con matriarcale saggezza, quell’unione e con una non specificata indifferenza paterna sulla quale (ed ecco una successiva perplessità) Ghada non si dilunga. Necessità di comprimere il racconto in termini di lunghezza? Criptato rifiuto dell’antica cultura palestinese che, solo superficialmente, sembrava respinta? In realtà l’autrice non ci fornisce un’analisi. Anche se le antiche radici culturali sembra continuino ad aleggiare nell’atmosfera del racconto!

D’altra parte, anche il marito sembra non abbia lasciato tracce salienti nella vita di Ghada. E, anche qui, manca un’analisi approfondita di un avvenimento che con difficoltà si riesce ad accettare come di irrilevante importanza. Supposizione (non avallata da considerazioni esplicitate in modo chiaro nel racconto): il marito appartiene a un mondo da abbandonare così come era stato fatto per quello delle origini? Con gli anni Ghada sembra acquistare, ad ogni modo, una coscienza più profonda di sé. Il mondo della Palestina, che sembrava essere stato posto in un pallido dimenticatoio, torna a farsi strada nel suo animo attraverso la presa di coscienza del dramma dell’espulsione. Delle sofferenze e della diaspora moderna dei palestinesi che assumono valenza di allegoria (e mi si perdoni l’uso di un termine che solo apparentemente può apparire eufemistico, essendo invece carico di una tragedicità necrofora e alienante) di quella sionista imposta dall’Imperatore romano Tito nel 69 D.C.. Ma, come spesso avviene nel romanzo, la sovrapposizione della vicenda personale di Ghada con quella storica della Palestina, a fronte di un desiderio evidente dell’autrice di farne l’una pregnanza dell’altra, finisce per rappresentare invece una reciproca condizione al contorno dei due aspetti, mancando, di conseguenza, un vero approfondimento critico o narrativo di entrambe. In questo senso l’autrice paga il pedaggio, strettamente letterario in realtà, di una duplice e conflittuale tendenza. A momenti nei quali assume una posizione extradiegetica per porsi al di là dell’universo narrato, si succedono altri momenti in cui l’atteggiamento diventa intradiegetico mediante l’io narrante all’interno del testo.
La sovrapposizione, se da un lato poteva ben rappresentare la cifra caratteristica della storia, dando alla stessa valenza umana e letteraria, da un altro – e a causa di elementi troppo in fretta glissati nell’andamento narrativo – finisce per rendere poco significanti e superficiali l’approfondimento degli episodi. Resta Fatima. Personaggio solo superficialmente caratterizzato nella prima parte del libro (quasi secondario rispetto al cane Rex e tanto più incomprensibilmente visto il titolo del romanzo) che si vorrebbe adombrare come metafora della ricerca: non di una persona ma di un paese e, ancor più, di una radice. E, in tal senso, Ghada Karmi riesce (in questa fase e finalmente in modo chiaro e poetico) a far intuire come il suo ritorno in Palestina alla ricerca di Fatima sia, in realtà, la ricerca di sé e dalle interazioni origini. Ma, ancora, a momenti di lirismo evidentemente propri di una nostalgia del ritorno, si sovrappongono elementi di cronaca troppo rapidamente liquidati a favore, credo, di necessità editoriali.

L’AUTRICE
Ghada Karmi è nata nel 1939 a Gerusalemme da una famiglia musulmana. È palestinese, emigrata con la famiglia in Inghilterra nel 1948. Dottore in medicina, autore soprattutto di saggi e accademico. Scrive spesso sulla questione palestinese su giornali e riviste, tra cui The Guardian, The Nation e il Journal of Palestine Studies. Dal 1999 al 2001 è stata Associate Fellow del Royal dell’Institute of International Affairs, dove ha condotto un importante progetto sulla riconciliazione israelo-palestinese. Attualmente Ghada Karmi è Research Fellow presso l’Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica dell’Università di Exeter. Vive a Londra.

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