Saggi

Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella

Andreoni Annalisa

Descrizione: Elegante, musicale, armoniosa, dolce, piacevole, seducente: per chi ci guarda da fuori, la nostra è la lingua più bella del mondo, tanto da farne la quarta più studiata tra le lingue straniere. Gli italiani, invece, tendono a darla per scontata, ignorando forse che le parole che ancor oggi utilizziamo hanno una storia antica e nobile. È un gran privilegio parlare d'amore, sognare e persino imprecare con le stesse parole di Dante e degli altri grandi della nostra letteratura. Dovremmo emozionarci sapendo di poter passare con facilità da un sonetto di Petrarca a una poesia di Alda Merini, da Ariosto al Fantozzi di Paolo Villaggio, dai poeti siciliani ai testi di Vasco Rossi. Le altre lingue europee non offrono questa opportunità. Avere come strumento per esprimersi l'idioma che ha segnato nel mondo la musica, le arti, la scienza, il canto dovrebbe riempirci di ammirazione e orgoglio, e darci la misura delle nostre potenzialità. Da un'italianista appassionata, una dichiarazione d'amore in otto passeggiate tra i tesori della nostra lingua, da Boccaccio alla "supercazzola" di Amici miei, da Galileo a Benigni, per innamorarsi, o reinnamorarsi, della "lingua degli angeli", nella definizione di Thomas Mann. L'italiano ricambierà, regalando godimento, fascino, sicurezza in sé stessi e nelle proprie idee. E tutte le parole per le cose più belle della vita.

Categoria: Saggi

Editore: Piemme

Collana:

Anno: 2017

ISBN: 9788856661002

Recensito da Luigi Bianco

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Ama l’italiano.

Annalisa Andreoni, Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella.

«Per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano. Impossibile immaginare che queste beate creature si servano di una lingua meno musicale…» (T. Mann, Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull)

Provare a pensare alla nostra lingua dando un giudizio esterno e impersonale, e provando a contestualizzarne caratteri e aspetti con le lingue del resto del mondo, è impresa che richiede un certo sforzo, una concentrazione inusuale e atipica, a meno che, certo, non si sia poliglotti o non si passino all’estero parecchi mesi. L’italiano, come tutte le lingue del mondo, ha delle caratteristiche precise che dipendono non solo dalla sua storia, ma anche dalla storia del suo popolo e dalla geografia territoriale. E a noi, popolo italiano, piace la nostra lingua? Se è difficile rispondere in prima persona, un dato ben ci presenta la popolarità che riscuote: l’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Ma nella società consumistica e finalistica, in cui ogni azione deve sempre avere un obiettivo preciso, a cosa serve l’italiano se paragonato al grande mercato mondiale, frenetico e pragmatico? La risposta, ammettiamolo, un po’ ci turba: a niente. Già, chi studia l’italiano lo fa solo per il proprio gusto, per la musicalità così accentuata e varia, per la bellezza di potersi esprimere nella lingua della passione per eccellenza, seppur meno diretta e pratica delle altre («Ma perché tutto deve sempre avere un’applicazione pratica?», scrive Elizabeth Gilbert nel suo Mangia prega ama). Lingua dai colori e contorni sempre nuovi, dalla melodia che sa sedurre, che sa essere sensuale, lingua del canto sublime, della lirica più profonda, dell’amore struggente e passionale, l’italiano non è solo un modo che abbiamo per esprimerci, ma un modo tutto europeo, tutto mediterraneo, tutto antico e letterario che abbiamo di emozionarci, di vivere, di recitare, e soprattutto di accogliere. È questa la forte e chiara consapevolezza di Annalisa Andreoni, docente di Letteratura italiana all’Università IULM di Milano, scrittrice e giornalista, che con il suo ultimo libro, Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella, Piemme editore, ci guida attraverso uno splendido viaggio fra le bellezze della nostra lingua, troppo spesso dimenticate. In effetti già Carducci notò, non senza un certo rammarico, come le biblioteche e gli archivi d’Italia, fra i più ricchi e nutriti del mondo, fossero pieni di stranieri meravigliati intenti a studiare e ricercare, ma stranamente vuoti proprio di italiani. Non mancano comunque, nella nostra storia, le eccezioni: insuperabile, lo studio sulla lingua italiana del 1962 di Giacomo Devoto su Giosue Carducci e la tradizione linguistica dell’Ottocento (in Nuovi studi di stilistica).

La nostra lingua, ribadisce l’autrice, è una risorsa d’incanto senza pari, un vero gioiello vivente e cangiante di suoni e immagini, oggi in fervido movimento ma cristallizzato per secoli in una sorta di magia letteraria, che ha origine proprio dai nostri padri (Dante, Boccaccio, Petrarca…). «L’italiano suonerebbe musicalissimo sulle labbra di chi incominciasse a pronunciarlo», nota il poeta John Keats, in una lettera alla sorella, «mi colpì il carattere puerile della fonetica italiana, la sua stupenda infantilità, la sua vicinanza al cinguettio dei bambini», ci riporta Osip Mandel’štam nella sua Conversazione su Dante.

Scelta precisa o tendenza naturale, poco importa, la letterarietà dell’italiano ha sedotto e continua a sedurre molti fra i poeti e gli scrittori del mondo. In effetti la sua storia, per lunghi secoli, non essendo per nulla parlata dalla maggior parte delle popolazioni della penisola italica, si è svolta in ambienti culturali che l’hanno cesellata e resa la lingua letteraria e poetica che conosciamo oggi, la lingua dell’amore e dei suoi canti, che si è fatta nel tempo attraverso personalità varie e magnifiche: fu lo stesso Dante a decretare che il volgare fosse superiore al latino, mentre Petrarca operò a lungo per imporre nuovamente la lingua dei Romani e quasi ci riuscì, non fosse per il fatto che il suo capolavoro, tramandato compulsivamente, fu scritto in volgare, il Canzoniere (o più precisamente Rerum Vulgarium Fragmenta); Galileo decise di portare l’italiano nella scienza e diede modo alle parole nostrane di accedere alla lingua scientifica e tecnica di tutta Europa (e molte di esse resistono ancora, nell’arte, nella architettura, nella scienza, nella fisica…), e così via in un percorso incerto ma forse predestinato fino all’Unità d’Italia (anche se non terminarono le peripezie, visto che il conte di Cavour si rallegrò col re dell’avvenuta Unità con una lettera in francese!). In effetti, come scrisse Melchiorre Cesarotti già nel 1788 con il suo Saggio sopra la lingua italiana, non si può scindere l’analisi linguistica dagli specimina letterari, e Annalisa Andreoni segue questa prassi, ricomponendo la vexata quaestio della distinzione fra le discipline, almeno nell’ambito dell’insegnamento liceale e universitario. Facendo ovviamente salva la specificità disciplinare, appare necessario ricomporre la dicotomia.

Lingua, la nostra, che conserva anche una certa “nobiltà” culturale, discendendo direttamente dal greco e dal latino, ma soprattutto in quanto lingua della scelta, dell’arbitrarietà, sinonimo di democraticità da non dimenticare, soprattutto nel tempo in cui la tentazione ad eliminarne le ricche complessità e la precisione lessicale, quindi in qualche modo a uniformare il pensiero, si fa prepotente: «vi confesso – dice ancora l’Andreoni – che continuo a ritenermi fortunata di aver appreso nella culla una lingua che mette la libertà al primo posto».

Ama l’italiano è un saggio che pone al centro e fa sentire la meraviglia della scoperta, la gioia di una passione che non sa arrestarsi. Le pagine, ricche di citazioni e di brani tratti da importanti campioni testuali, scorrono via velocemente senza mai scadere nell’aneddotica, guidano e interrogano il lettore con la forza e l’intelligenza di un linguaggio che sa rivolgersi, su più livelli, a un pubblico vasto. Il volume della professoressa Andreoni soddisfa molteplici esigenze: appare ad una lettura attenta uno strumento di notevole interesse, sofisticato e che nasce dalla sapiente gestione dei dati e delle esperienze in ambito storico-letterario e linguistico misurate nel corso di anni, ma a ciò si deve aggiungere un modello epistemico valido a configurare un solido impegno intellettuale, segnalato a partire dalla citazione in esergo all’introduzione.

Non un libro d’élite, nemmeno un libro per inesperti: un libro capace di far innamorare e appassionare chiunque alla «lingua degli angeli», con una prosa precisa, sincera, ricca di passione per lo studio e la ricerca. Gli otto capitoli, nei quali si snoda il volume, ci permettono di entrare all’interno di un itinerario linguistico non solo cronologico, ma scandito anche dalle estese e particolari qualità semantiche e morfo-sintattiche della lingua esaminata, mostrando di volta in volta le caratteristiche di libertà, di musicalità, di scientificità, ma anche di parodia, beffa e oscenità che l’italiano ha forgiato nei secoli. Nell’osservazione a tutto tondo è ancora la forte policromia linguistica ad abbagliarci, a non smettere di sorprendere, peculiarità chiara ai poeti e ai cantori di ogni epoca. Forse non avremmo il diritto di esaltare così la nostra lingua madre, eppure leggendo il libro di Annalisa Andreoni si comprende come il piacere ricavato dagli studi, così forte e sincero, non si può tacere, soprattutto se ci riguarda così da vicino. Perché «le parole, le frasi, la lingua abitualmente parlata hanno radici profonde nella nostra vita psicologica e nella nostra costituzione fisica», scriveva Tullio De Mauro, e amarla significa anche amare noi stessi, la nostra storia, il nostro pensiero.

Luigi Bianco

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