Letteratura americana

AMABILI RESTI

Sebold Alice

Descrizione: Susie, tredicenne, e stata assassinata da un serial killer che abita a due passi da casa. E' stata adescata da quest'uomo dall'aria perbene, che la stupra, poi fa a pezzi il cadavere e nasconde i resti in cantina. A raccontarci l'orrendo omicidio e la stessa Susie, di cui Alice Sebold riesce a ricostruire in modo sorprendente pensieri e fantasie.

Categoria: Letteratura americana

Editore: Edizioni e/o

Collana: Dal Mondo

Anno: 2002

ISBN: 9788876415135

Trama

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Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973.

Susie Salmon è assassinata da un serial killer, suo vicino di casa, che la stupra, la fa a pezzi e nasconde i resti del cadavere in cantina. A narrare gli avvenimenti che seguono la sua morte è lei stessa, imprigionata in un limbo, una sorta di Paradiso personale: la ragazza assiste alla disperazione dei genitori e dei fratelli, incapaci di rassegnarsi alla sua scomparsa, e alla quotidianità dell’assassino, sfuggito alla giustizia e pronto ad uccidere di nuovo.

La scrittrice statunitense Alice Sebold ci regala un romanzo coraggioso ed emotivamente coinvolgente: la decisione di attribuire a Susie il ruolo di voce narrante contribuisce ad avvolgere la storia in un’aura straniante, quasi onirica, e guida il lettore verso una partecipazione emotiva fortissima nei confronti della sfortunata protagonista.

Il ricordo dello stupro subito dall’autrice nel 1981, quando studiava all’Università di Syracuse (tema di un altro libro, Lucky, pubblicato nel 1999) è ben presente nell’opera ed è percepibile nella descrizione dell’aggressione a Susie. La Sebold narra lo sconvolgente episodio con una delicatezza unica, evitando la morbosità e, nello stesso tempo, non rinunciando ad un linguaggio crudo per gridare (è l’unico termine possibile) tutto l’orrore, il terrore e la disperazione di un’adolescente violata:

Mi sentivo gonfia e immensa. Mi sentivo come un mare in cui lui pisciava e cagava. Sentivo gli angoli del mio corpo che si accartocciavano su sé stessi e poi si riaprivano. […] Il signor Harvey mi tenne ferma sotto di lui e mi costrinse ad ascoltare il suo cuore che batteva e il mio. Il mio andava a balzi come un coniglio, il suo faceva un rumore sordo, un martello su un pezzo di stoffa. Eravamo stesi là sotto, i nostri corpi che si toccavano, e mentre tremavo presi coscienza di un fatto impressionante: dopo quello che mi aveva fatto ero ancora viva. Tutto qua, respiravo ancora. Sentivo il suo cuore, sentivo il suo alito e la terra nera intorno a noi odorava esattamente di quel che era: terra umida nella quale vermi e animali vivevano la loro vita quotidiana. Avrei potuto gridare per ore.”

Nel maggio 2000 lo studio cinematografico inglese Film4 Productions acquistò i diritti cinematografici di Amabili resti, quando ancora era in piena fase di scrittura, con l’intenzione di trarne un film. Il fallimento dello studio causò il blocco della produzione, in seguito ricostituita, e l’autrice del romanzo fu invitata a contribuire per velocizzare la stesura del copione. Il progetto finì infine nelle mani di Peter Jackson.

Amabili resti rappresenta uno dei non rari casi fallimentari di trasposizione da libro a film. Sulla pagina i personaggi sono approfonditi psicologicamente, indagati in ogni loro contraddittoria sfumatura: è il caso, ad esempio, della madre di Susie, che reagisce alla scomparsa della figlia gettandosi in una relazione extraconiugale, non essendo in grado di affrontare il suo dolore e quello del marito, il quale, invece, non si rassegna alla perdita e si butta a capofitto alla ricerca della verità, entrando in un circolo ossessivo che gli farà quasi perdere la ragione. Lo strazio e la non accettazione del lutto sono la causa dello sfascio familiare, a cui Susie, dall’Aldilà, assiste impotente, e i meccanismi sono ben delineati a livello narrativo e psicologico. Il film non riesce ad essere altrettanto convincente, fermandosi ad un’analisi superficiale e spiccia e non riuscendo a rendere le emozioni dei protagonisti, interpretati, per di più, in maniera piuttosto deludente: in un cast non proprio indovinato (a partire da Saoirse Ronan, che interpreta la piccola Susie), l’unico a spiccare è un irriconoscibile Stanley Tucci, perfettamente a suo agio nel ruolo non facile del serial killer.

Altro difetto è la resa per immagini del limbo in cui si trova Susie. Il romanzo procede con naturalezza nel descrivere la non-vita della ragazza nel suo Cielo: i suoi sogni, i suoi desideri mai realizzati possono finalmente prendere forma in un mondo ultraterreno dove tutto è possibile e si susseguono alternandosi alle descrizioni delle sofferenze di chi è ancora vivo e all’angoscia di Susie che vorrebbe guidare il padre verso il suo assassino. L’opera di Jackson, in questo senso, arriva ad essere un delirio visivo che sfiora il kitsch: la rappresentazione dell’Aldilà è decontestualizzata, slegata dal resto della vicenda e sfiora davvero il cattivo gusto.

Insomma, un film decisamente non riuscito, in cui le note positive, a mio parere, sono soltanto due: la prima, come già accennato, è la recitazione di Tucci; la seconda è la resa, da parte di Jackson, della violenza subita dalla protagonista. La scena è lasciata fuori campo: l’anima di Susie si stacca dal corpo nel momento dell’assassinio e lo spettatore assiste alla corsa disperata della ragazza, o meglio, come si renderà conto in seguito, del suo spirito, nella momentanea illusione che sia riuscita a sfuggire al maniaco. Il tutto è reso con delicatezza e assoluta mancanza di morbosità, affrontando degnamente uno degli snodi più difficili del romanzo.

Purtroppo, il resto del film non è altrettanto valido e non riesce nell’intento primario delle pagine di Alice Sebold: riconciliare protagonisti e lettori con il dolore del mondo.

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