Poesia

Amazzonia è poesia

Théophilo Marcia

Descrizione: Márcia Théophilo, brasiliana, di estro e d'arte poetici dirompenti, oltre che di appassionata cultura etnica ed endemica, ha levato un inno e un grido a questo mondo minacciato di estinzione, ai meninos su cui si accanisce una bieca perversità che giunge fino a una tenebrosa persecuzione. "Questo libro-poema - come dice la Theophilo nell'introduzione - vuole ispirarsi ad un misticismo panteista e rappresenta un intero mondo. I suoi versi sono piccole orazioni sostenute da un ritmo incalzante. Attraverso la poesia si fa emergere la qualità sacra della vita e di quei valori straordinari che stiamo perdendo. Non è una poesia dedicata solo ai cuccioli dell'uomo, ma anche a tutto ciò che germoglia, che nasce, come l'acqua che sgorga limpida da una sorgente, un fiore che sboccia. È una poesia dedicata alla parte più tenera dell'universo, a tutto ciò che è ancora ritenuto inutile allo sviluppo perché nulla ha a che fare con il consumo e che per questo viene disprezzato o semplicemente non considerato". Il lettore trova qui La passione antropologica, l'indignazione ambientalistica, la sofferenza per la terra violata, l'amore veemente e dolcissimo per le creature che la rappresentano.

Categoria: Poesia

Editore: Alpes Italia

Collana: Itinerari del sapere

Anno: 2018

ISBN: 9788865315392

Recensito da Ilaria Spes

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Amazzonia è poesia, perché ad ogni respiro la foresta gemma e l’autrice traduce ogni fibra in versi. Così nasce tale Raccolta che si compone di testi editi dal 1970 al 2014 e di poesie inedite del biennio 2016/2017 e quindi rappresenta un compendio e un percorso composito e significativo all’interno della sensibilità e del pensiero di Marcia Théophilo.

La foresta, che è protagonista, attraversa da sempre la poetessa, entra e scorre come un fiume nei suoi versi e lei si fa sponda, alveo, rapida, riflesso. Muta e si trasforma in tutte le cose che  la animano e che la abitano.

Nella sua visione animistica e immaginifica i confini tra le individualità sono infatti labili, il panismo soffia come un vento a tratti dolce a tratti impetuoso e la bellezza esclusiva di ogni forma vivente non si sottrae mai al gusto e all’esperienza dinamica di una trasmutazione che contiene in sé anche la nostalgia e l’anelito della mimesi. Così “la terra ha lunghi capelli”, “le acque hanno seni”, l’isola è di carne, “le stelle sono uccelli variopinti”, i popoli delle tribù danzano vestiti da animali e da alberi,  “il bambino giaguaro si trasforma in tutte le cose”. Tutto è possibile nella potenza generatrice della foresta: “il vento muta la foglia in uccello”, “gli uccelli prendono sulle ali le anime”, gli alberi intrecciano messaggi e l’uomo conosce bene la loro vita e la loro voce. E in una notte speciale – ci svela l’autrice ne La notte dell’armonia –  “i cuori di tutti gli animali/si accendono luminosi/scompaiono i corpi” e gli animali non si divorano, ma si incontrano.

E tali e altri prodigi si sciolgono naturalmente nei versi della poetessa. Per esperienza. Per amore. Un amore che travalica gli stretti confini della specie per distendersi in un orizzonte inesauribile e in una comunicazione desiderata, universale, intima ed emozionata. Un amore lirico, ma non scevro dei colori accesi ed eccitati dell’istinto. Un amore che è poesia, amplesso, ma anche urlo. Urlo di condanna verso l’uomo che avanza con bulldozer, lame taglienti, pensieri feroci, fumo nero e uccide alberi e animali in un olocausto senza fine.

Tutto è fuoco… gli alberi cadono…
tutto è cenere
In questo ritmo frenetico anche il cielo cadrà.
Lo sterminio non cessa:
Kapahuba attende il fuoco ferma,
legata alle sue radici.
Sente il fuoco correre nei suoi rami
il suo corpo verde trema e sente dolore
lei che lenisce il dolore sente
il fuoco gemere nel suo tronco
bruciare le sue radici
(da Olocausto)

Dallo sterminio non si salvano i bambini. Ararì, figlia dell’Amazzonia, racconta di una macchina che beve il sangue di un bambino e Ubirajara intravede coltelli- pugnali e il bambino giaguaro ferito.

Migliaia di bambini
invadono la città
i loro passi incrinano l’asfalto
le loro voci incrinano il cemento
nelle fessure germogliano semi
crescono alberi
si spargono per l’aria
in volo nuvole, vortici, arcobaleni
di uccelli

La poetessa urla e invoca il Dio della foresta Catueté Curupira, invoca il suo soccorso. Urla per difendere gli alberi, urla perché gli alberi non si sentano soli e i loro semi continuino a mettere radici, a tessere fiori. Urla in una poesia che parte dal cuore e arriva al cuore.

Ilaria Spes

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NON ORA, NON QUI

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Coe Jonathan

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