Teatro

Anonimo Veneziano

Berto Giuseppe

Descrizione: In una Venezia magica, si consuma l'ultimo atto di un'antica storia d'amore, rivissuta attraverso l'adagio di un concerto per oboe di un Anonimo del '700, da un uomo e una donna che non hanno mai cessato di amarsi.

Categoria: Teatro

Editore: Rizzoli

Collana: Superbur

Anno: 2001

ISBN: 9788817125765

Recensito da Elpis Bruno

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Anonimo Veneziano, così venne chiamato il “concerto per oboe e archi, di Alessandro Marcello”: nel giugno del 1971 Giuseppe Berto scrisse una sceneggiatura in due atti (alla quale la presente recensione si riferisce), finalizzata alla realizzazione dell’omonimo film, grande successo al botteghino che ebbe come interpreti Florinda Bolkan e Tony Musante. Il testo in due atti divenne poi romanzo dell’autore de “Il male oscuro”, premio Campiello nel 1964.

La struttura della sceneggiatura è essenziale. Due protagonisti, innominati: Lui e Lei. Si ritrovano dopo otto anni (“Perché m’hai fatta venire?”), in un’epoca che non prevede la fine del matrimonio (“Anche qui stanno per istituire il divorzio”).

Due protagonisti, anzi tre: Lui, Lei e un’immanente  Venezia, celebrata nell’atmosfera nebbiosa che esalta i bradisismi della decadenza (“Ma è proprio questa che la fa bella: muore”), elemento costitutivo di un fascino avvolgente, riecheggiante arte e letteratura.
Venezia scorre nei fotogrammi proiettati sulla scena dell’atto primo: “Stiamo passando davanti a Ca’ Foscari”. “Siamo a San Samuele”. “Fondamenta dell’Accademia”. “Non abiti più a San Trovaso?”. “Fondamenta della Verona” “Campo Sant’Angelo”.

Il secondo atto è nella casa che fu teatro di un amore troncato soltanto nei fatti, interrottosi più per un’impossibilità strutturale (“Non sono nato per vivere in due, io”) che per la fine della passione. Nel momento dell’incontro finale la casa si è trasformata in una sala prove, nell’intendimento del protagonista morituro di opporsi al destino e lasciare una sorta di testamento spirituale (“Voglio lasciare il concerto a mio figlio. Sono stato un padre troppo cialtrone per non sentire quest’obbligo”).

Il testo celebra un’altra “Morte a Venezia”, nel potere estetizzante della musica (“Pensa è stato scritto trecento anni fa, nel pieno splendore di Venezia. Ed è il lamento funebre per questa città…”), della città lagunare, dell’amore e delle sue contraddizioni, che sono forza e condanna al tempo stesso.

Bruno Elpis

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