Teatro

Antigone

Sofocle

Descrizione: Una nuova traduzione dell'Antigone di Sofocle dovuta al filosofo Massimo Cacciari. La tragedia sarà nei teatri italiani nei primi mesi del 2007 con la regia di Walter Le Moli. La traduzione di Cacciari, insieme alla regia di Le Moli, intende ritrovare l'afflato politico di una tragedia che è archetipo sociale, fondamento di una democrazia dialettica e discorsiva, in cui la partecipazione del cittadino alla vita della polis era fattivamente attiva. In questa prospettiva, lo scontro ideologico e dialogico tra Antigone e Creonte ritrova la forza propulsiva originaria, tanto da suggerire spunti di riflessione di grande attualità, capaci di superare il dato eminentemente teatrale: non personaggi visti in prospettiva psicologica, ma vere e proprie funzioni tragiche mosse dal Coro che diventa il vero motore, quasi un simbolo di ciò che resta, ovvero la sopravvivenza della città allo scontro di due concrezioni emblematiche della hybris.

Categoria: Teatro

Editore: Einaudi

Collana: Collezione di teatro

Anno: 2007

ISBN: 9788806188764

Recensito da Fabrizio Comneno

Le Vostre recensioni

All’interno della tragedia di SofocleAntigone, si verifica un’opposizione fondamentale tra i valori antichi propri dell’uomo e le nuove leggi, i nuovi principi che si vogliono affermare.

Tale opposizione è personificata dai due principali protagonisti della tragedia: da una parte Antigone, sventurata figlia di Edipo e sorella di Eteocle e Polinice; dall’altra Creonte, zio di Antigone, detentore del potere a Tebe, che cerca di ristabilire ordine ed equilibrio dopo lo scontro fratricida dei suoi due nipoti.

“…Della stessa natura sono gli ordini che ho dato ai cittadini riguardo ai figli di Edipo, e cioè: si copra con tomba Eteocle che cadde combattendo per la città, dopo essersi distinto eroicamente con la lancia. A lui si offrano tutte le libagioni che seguono sotto terra gli eroi morti.

Quanto a quello del suo stesso sangue, intendo Polinice che, tornato dall’esilio, osò col fuoco distruggere fino alle radici la patria terra e gli dèi, e osò pascersi del sangue della sua gente e condurla schiava, a questa città è stato ordinato che nessuno renda onori funebri alla sua tomba e che nessuno lo pianga, ma sia lasciato insepolto perché cani e uccelli lo divorino, irriconoscibile mucchio di membra…” (192-206)

Creonte stabilisce per decreto che il corpo di Polinice venga lasciato insepolto, in quanto indegno nei confronti della patria.

Antigone invece, di nascosto, compie i riti funebri sul corpo del fratello in nome di leggi più profonde; in nome delle leggi divine che sono eterne e immortali, mentre quelle umane sono spesso soggette a cambiamento.

“…Non Zeus mi ha gridato gli ordini; né Dike, che ha la casa insieme agli dèi sotterranei, fissò per gli uomini siffatte leggi. Non presagivo che i tuoi gridati ordini fossero a tal punto potenti da dare, a te che sei mortale, il diritto di trasgredire le leggi non scritte, ma infallibili, degli dèi. Non da oggi, non da ieri, ma da sempre esse sono vive, e nessuno sa da dove attinsero splendore…” (450-457).

L’opposizione tra i due protagonisti è insanabile: Antigone saldamente legata al genos e alla tradizione; Creonte, invece, accecato dall’illusione di poter sostituire ogni valore con le proprie leggi.

L’atteggiamento irremovibile dei due protagonisti porterà rapidamente alla tragedia, in quanto Antigone preferirà la morte alla possibilità di venir meno ai propri principi; mentre Creonte si disilluderà presto, quando scoprirà che il proprio figlio Emone si è tolto la vita di fronte al cadavere della sua promessa sposa Antigone.

Creonte troppo tardi comprende di essere stato delirante nei suoi progetti: egli aveva coltivato l’illusione pericolosa di poter finalmente, da solo, ristabilire l’ordine e la razionalità a scapito di ogni altro principio.

Il suo delirio si trasforma dunque nel dolore personale di un padre, che non ha saputo leggere fino in fondo la realtà.

“…Ah, tenaci mortiferi errori

di dissennate menti! O voi

che vedete assassini

e uccisi dalla stessa stirpe

nati. Ah, nefasti miei

ordini! Ah, figlio acerbo,

di acerba sorte

sei morto; mi hai

lasciato. Non tu,

io, folle, lo volli…” (1260-1269)

Parallelo all’atteggiamento di Creonte è quello di Antigone, che è altrettanto irremovibile nei suoi propositi quanto quello dello zio. La fanciulla, infatti, si illude di poter rovesciare da sola il nuovo ordine costituito, a favore di leggi antiche quanto il mondo.

Vendicatrice solitaria dei diritti di famiglia, Antigone rimane sorda ad ogni possibilità di compromesso, quasi delirante nel suo tentativo di restituire potere al genos.

L’illusione di Antigone non avverrà sulla scena, in quanto la giovane preferirà la morte, piuttosto che riconoscere di essere stata irragionevole. Ella scende dunque nell’Ade con le sue illusioni intatte, fidando nella speranza che la sorella Ismene compia i riti funebri che la faranno ricongiungere con il resto della sua famiglia.

“…Tomba, stanza nuziale, sotterranea abitazione, eterna prigione dove mi avvio verso i miei che, estinti, Persefone ha accolto in gran numero tra i morti; di loro io per ultima scendo, e nel modo più infame, prima che la parte assegnatami di vita sia per me compiuta. Tuttavia, scendendo, fortemente nutro la speranza di arrivare laggiù cara almeno al padre e a te, madre, e a te fratello, caro volto. Morti io vi lavai con queste mie mani, vi composi, e offrii funebri libagioni. E ora, Polinice, perché seppellisco il tuo corpo, ecco cosa ottengo. Eppure, per coloro che hanno senno, io ti resi un  giusto onore…” (891-904).

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Sofocle

Libri dallo stesso autore

Intervista a Sofocle


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Araba e colta, la protagonista è una scrittrice nata e cresciuta a Damasco, poi trasferitasi a Parigi dove lavora all’università e si occupa della biblioteca del dipartimento di Arabistica. Nella sua vita c’è stato un uomo fondamentale, un uomo che le ha aperto un mondo prima sconosciuto, erotico, carnale, pornografico. La passione per il corpo diventa passione per la parola: clandestine, come i suoi incontri amorosi, sono le letture rapinose dei testi di letteratura erotica araba antica. Il Corano stesso si rivela un trattato sul piacere sessuale e perfino le famigerate fatwàt assumono un’ambiguità che sembra lasciare spazio al piacere. I ricordi dell’infanzia siriana, le memorie di un mondo degli adulti complesso e contorto, fatto di segreti, tradimenti e passioni, le chiacchiere femminili negli hammam, le confidenze delle amiche, tutto diventa materia di una ricerca dentro il mistero fascinoso della carne, di una via della conoscenza che fa appunto del corpo e non dello spirito il mezzo e il fine della ricerca stessa. E Salwa al-Neimi – o la protagonista – intraprende questo percorso proprio perché si sente figlia orgogliosa di un universo culturale profondamente arabo. Ribalta i luoghi comuni sul rapporto tra sesso e Islam, e mostra come nella tradizione araba il piacere sessuale non sia un peccato ma una grazia di Dio, un “assaggio”, un “memento” dei piaceri che ci attendono in paradiso.

LA PROVA DEL MIELE

Al-Neimi Salwa

La figura di una donna sposata che rimane incinta dopo essere stata violentata.

L’innesto

Pirandello Luigi

"Dunque realismo! - proclama l'autore nella premessa al suo romanzo - E realismo vuol dire verità, vuol dire ricerca di ciò che veramente succede, sia pur doloroso e brutto; vivisezione, fisiologia palpitante, studio della vita quale essa si mostra, senza rispetti umani e senza reticenze." E l'esortazione è decisamente messa in atto nelle pagine del volume, che sono dense di vividi personaggi - primo fra tutti, la camaleontica protagonista Nanà, che, partita da Parigi, Arrighi fa capitare "per caso a Milano sullo scorcio del 1869" - e che fotografano un mondo, quello della Milano della seconda metà dell'Ottocento, con la lucidità di chi non è disposto a nascondere proprio nulla. "...Nanà giunta a Milano non era più né poteva essere più la stessa donna ch'ella era a Parigi. Io l'ho conosciuta nei pochi mesi che stette nella mia città, l'ho studiata e ho trovato che il mutamento avvenuto in lei era cosa degnissima di studio attento e profondo, e che il mondo milanese che s'aggirava intorno a lei sarebbe stato un vero peccato mortale se lo si fosse trascurato e non si fosse pensato da alcuno a portarlo innanzi ai lettori, fotografato a caldo in una fisiologia di costumi contemporanei."

NANA’ A MILANO

Arrighi Cletto

«Giorni lieti s'avvicinavano per la famiglia Portolu, di Nuoro. Agli ultimi di aprile doveva ritornare il figlio Elias, che scontava una condanna in un penitenziario del continente; poi doveva sposarsi Pietro, il maggiore dei tre giovani Portolu. Si preparava una specie di festa: la casa era intonacata di fresco, il vino ed il pane pronti; pareva che Elias dovesse ritornare dagli studi, ed era con un certo orgoglio che i parenti, finita la sua disgrazia, lo aspettavano. Finalmente arrivò il giorno tanto atteso, specialmente da Zia Annedda, la madre, una donnina placida, bianca, un po' sorda, che amava Elias sopra tutti i suoi figliuoli.»

Elias Portolu

Deledda Grazia