Narrativa

APOCALISSE IN PANTOFOLE

Franceschini Francesco

Descrizione: "Quando muore qualcuno le sue cose sono sempre lì. Aspettano solo di essere usate da un altro. Non gli importa, basta che un altro le usi. Quando morì mia madre, la sua poltrona rimase immobile in salotto. Io penso che sia meglio voler bene alle persone" "A quali persone?" "A tutte quelle che è il caso"."Mica facile".

Categoria: Narrativa

Editore: VerbaVolant

Collana:

Anno: 2011

ISBN: 9788889122273

Recensito da Simona Comi

Le Vostre recensioni

“Una volta l’avevamo sentito raccontare di come il vento portasse via, soffiando addosso agli uomini, tutte le cose che gli uomini stessi trascurano, quasi a punirli della loro disattenzione. Ora che il vento era morto, le cose trascurate gravavano sugli uomini come spade, affilatissime e spietate.”

Edorardo, Giovanni e Michele, amici di vecchia data, si trovano a vivere (e a sopravvivere) in un mondo paradossale, proteso verso la fine.

Il vento è cessato, non c’è più pioggia, non ci sono più animali, la corrente elettrica è limitata a poche ore del giorno, l’acqua scarseggia e il cibo anche.

Per un certo verso, le loro vite vengono sconvolte, ciascuno prova a darne una personale risposta “combattendo la rassegnazione con l’abitudine”; per un altro, l’apocalisse che si prospetta costituisce solo lo sfondo della vicenda: “sembrava che tutti quanti non sapessimo fare altro che aspettare la nostra fine in un bar.” Di fatto, si susseguono comunemente amori, amicizie, incontri, ricerche, riflessioni, come in ogni altro romanzo che si rispetti, senza fine del mondo.

Giovanni è un assessore “con la presunzione che la cultura sia un numero finito di cose e che il suo cervello le potesse contenere tutte”. Un politico “tipicamente italiano”, non differente da quelli di cui si è letto e chiacchierato tanto sui giornali degli ultimi tempi, che continua a vivere fingendo che nulla stia per accadere, mascherato e nascosto dietro il suo universo mondano di preoccupazioni inutili.

Michele, sorpreso a tentare di liberarsi dei suoi ricordi “alle quattro di un pomeriggio di febbraio”, è uno scrittore che più che incupirsi per la fine del mondo si tormenta per la perdita della sua Laura, con conseguente perdita d’ispirazione.

E poi Edoardo, il protagonista, l’io narrante. Reduce da un reality show, gode di una discreta popolarità e “non possiede nessun talento se non far credere che non sia così.”

Tutti e tre sono dei personaggi comuni, concreti, resi tali proprio perché queste caratteristiche servono a dare fattezze di realtà all’apocalisse lenta e paradossale che sta per sopraffarli.

“Avevamo mandato a memoria l’apocalisse violenta: le trombe angeliche, i vivi e i morti, il giudizio di Dio, la nostra vergogna di peccatori. La lentezza della fine, l’apocalisse in pantofole, ci disorientò.”

Il Padreterno stesso diviene personaggio, menzionato e canzonato, “ un dio bizzarro, teatrale, fissato con i finali a sorpresa.” Il protagonista immagina un possibile dialogo tra Dio e San Giovanni che, nel sorseggiare rispettivamente un cognac accompagnato da un sigaro cubano e un’orzata, progettano una nuova apocalisse: “Giovanni aveva fatto le cose in grande. Dio era soddisfatto e aveva messo il suo visto si stampi sul grande copione. Amen.”

Il linguaggio è ironico e divertente oltre che preciso e a tratti poetico. L’autore governa appieno la nostra lingua, ne fa dei giochi e delle metafore inusuali che rendono la lettura assolutamente piacevole e stimolante. Il testo, che ci costringe a volte ad un sorriso, altre ad una riflessione, merita di essere letto.

Il romanzo è ben costruito, l’autore lascia qui e lì degli input, delle informazioni apparentemente superflue, che vengono poi, qualche pagina o capitolo successivo, riprese e riagganciate alla mente del lettore. Tutti gli elementi del testo sono funzionali alla sua composizione, al suo senso, al suo piacevole epilogo.

La struttura del libro è circolare, comincia con una domanda e finisce, forse, con una risposta, un consiglio, un carpe diem. Un invito a farsi meno domande, o meglio, a cercare meno risposte.

“Se questa è la fine, ma ho i miei dubbi, non dovrebbe venire qualcuno a chiarirci le idee? A spiegarci chi ha avuto torto e chi ragione?”

[…]

“Il destino dell’uomo è morire con un’infarinatura del mondo e niente di più, come uno studente che ha letto solo un bignami.”

...

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