Narrativa

Bora

Mori Anna Maria Milani Nelida

Descrizione: Come vive, e cosa pensa, prova, soffre, anche senza raccontarlo neppure a se stesso, chi è stato sradicato dalla propria terra e allontanato dalla propria gente, dalla propria casa? Anna Maria Mori, istriana di Pola, ha lasciato con la famiglia i luoghi della sua infanzia al termine della seconda guerra mondiale, quando sono "passati" dall'Italia alla Jugoslavia: un esodo che ha coinvolto altri trentacinquemila italiani che, come lei, si sono trovati all'improvviso cittadini di un altro stato, per giunta pregiudizialmente ostile nei loro confronti. Nelida Milani, anche lei istriana, anche lei nata nella Pola italiana, è invece rimasta, rinunciando alla lingua, a molti degli affetti, alla consuetudine, con un mondo che, con brutale ferocia, veniva snaturato. Le due donne - accomunate da una sorte uguale e contemporaneamente diversa - si sono scambiate una fitta corrispondenza, tante lettere dove le riflessioni si intrecciano ai ricordi, gli aneddoti si sovrappongono alla cronaca degli eventi storici, la nostalgia si coniuga con il senso di privazione. Il loro epistolario è diventato questo libro, specchio di una condizione subita da migliaia di altri individui e testimonianza di due destini in cui la frontiera ha giocato un ruolo determinante.

Categoria: Narrativa

Editore: Sperling Paperback - Frassinelli

Collana: Frassinelli narrativa paperback

Anno: 2005

ISBN: 9788882749019

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Bora è un ‘quattro mani’ scritto da due autrici: Anna Maria Mori esule, Nelida Milani rimasta in terra d’Istria. Una terra da descrivere con le parole di Umberto Saba: “In fondo all’Adriatico selvaggio si apriva un porto alla tua infanzia. … Era un piccolo porto, era una porta aperta ai sogni.
O con le nostre autrici: “Gente di confine significa anche fragilità estrema. L’Istria ha il profumo di questa fragilità, di un luogo prenatale dove avversione e attrazione, ancora indistinguibili, sono una componente dell’aria stessa.”
Le posizioni delle due autrici sono dialettiche e si completano a dimostrare che la tragedia è una sola.

Il punto di vista di chi resta

In chi resta: “Noi che siamo rimasti abbiamo dovuto adattarci psicologicamente alla situazione reale, e in ognuno di noi si notano tracce di questo adattamento. La metamorfosi degli esseri non si procura: accade. Si sono venuti formando ‘gli italiani speciali’, esseri umani nel cui io più profondo sono avvenute strane fusioni fra ciò che sono stati e ciò che sono diventati nel luogo in cui sono nati, qualcosa di simile a una redistribuzione di molecole sconfinate in geometrie impreviste.”
Perché “Tanti non hanno mai potuto abbandonare l’Istria: sul documento che li riguardava c’era scritto che in casa loro parlavano slavo, e che erano slavi.”
Che ne sanno gli esuli del nostro ‘esilio interno’, garantito unicamente dallo spazio casalingo?”
Chi rimane ha uno spettacolo terribile: “La città è stranamente cava, un guscio vuoto, una muta abbandonata al sole dalla lucertola, piena di angoli risonanti …” E assiste alla trasformazione dei nomi: Gianni diventa Ivan, Pola diviene Pula.

La visuale di chi è partito

E di questo è consapevole chi è partito: “Perché i tuoi ricordi e i miei – che peraltro abbiamo in comune con due grandi eserciti di umanità diversamente e ugualmente vinta e disperata, l’umanità alla quale tu appartieni che viene definita dei ‘rimasti’, e la mia degli ‘andati’ … – sono … molto simili: ricordi che corrono paralleli …
Chi è partito partecipa a un triste evento: “Non so se fosse mai accaduto che un’intera città venisse trasportata via mare, ma è proprio ciò che accadde.”

L’orrore della guerra

L’orrore non è astratto. Ha riferimenti ben concreti.
Si chiamino foibe: “Nella nostra terra scorrono fiumi sotterranei che aprono, qua e là nella roccia, voragini profonde talvolta fino a cento, centocinquanta metri… Gli ‘uomini dei boschi’ ci buttano dentro quelli che ritengono loro nemici … colpevoli solo di essere italiani.” “I luoghi della sparizione saranno rivelati alcuni decenni più tardi, dopo il crollo del Muro. … I contadini li avevano individuati subito, uno per uno, a causa dei lamenti che provenivano dalle fenditure rocciose.”
Si chiamino mine: “Quelle mine hanno deflagrato in tutta l’Istria e hanno straziato le sue carni, i cavalli dell’apocalisse hanno attraversato le sue contrade, il terrore ha percorso le strade …”
Si chiamino lager – per mistificazione, luoghi di rieducazione – come Goli Otok o Isola Calva, ove “furono massacrate migliaia di persone”. Con la tecnica del bojkot, “il boicottaggio cui si veniva sottoposti dopo l’arrivo al lager, nel processo improvvisato dentro la baracca.” Con relativo pestaggio a opera degli altri prigionieri. O l’infame “stroj”: “un corridoio formato dai prigionieri che, armati di bastone, picchiavano sodo, sputavano addosso al malcapitato di turno e l’insultavano.” Tecniche messe a punto “in uno scambio di ruoli che risvegliava il fondo bestiale che sempre sonnecchia nell’uomo.”

Bora” è un libro che non può mancare a chi è assetato di verità storica. Anche perché è frutto di una duplice, speculare testimonianza.

Bruno Elpis

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