Narrativa

Cometa

Magini Gregorio

Descrizione: In un punto preciso dello spaziotempo Raffaele, satiro irrequieto, inciampa da una storia all'altra in cerca di successo e Fabio, misantropo nerd, insegue se stesso e la fortuna in un agone digitale di improbabili social. L'incrocio sbilenco delle loro vite innesca un romanzo selvaggio, labirintico, possente. Cometa è l'epopea disastrata, erotica e lisergica degli eroi senza motivo. Archetipi di una generazione fuori fuoco, il cui centro è dappertutto ma sempre altrove. L'odissea senza approdo di una stirpe di eletti a niente che cavalca il progresso come una pulce su un cavallo imbizzarrito, traghettata da sogni frenetici e deliri tecnologici. Gregorio Magini celebra il dispiegarsi incerto dell'epoca che viviamo e approda a una visione del futuro a cui tutti, volenti o impotenti, siamo destinati.

Categoria: Narrativa

Editore: Neo Edizioni

Collana: Iena

Anno: 2018

ISBN: 9788896176610

Recensito da Tommaso De Beni

Le Vostre recensioni

Cometa di Gregorio Magini

In epigrafe a questo romanzo c’è una citazione di David Foster Wallace. Si tratta di uno scrittore americano che ha raggiunto il suo apice letterario nel 1997 ed è molto amato da diversi scrittori italiani che hanno dai 40 ai 50 anni. Il problema con Foster Wallace di solito è quando si vuole imitarlo, che è quanto capita nel cinema quando i registi vogliono imitare la violenza esasperata e il pastiche di generi cinematografici di Tarantino, aggiungendoci una narrazione non lineare e frammenti che ricordano altre forme espressive come i fumetti, quando per esempio compaiono le didascalie per descrivere i personaggi. Alcuni ci riescono, altri lo usano come ispirazione per arrivare a un loro stile originale e altri ancora falliscono producendo boiate pazzesche. Magini non ha voluto imitare Wallace e per fortuna (di noi lettori) e per merito, è riuscito a creare un’opera originale e interessante. L’inizio è volutamente scioccante e inverosimile, non tanto per i genitori del protagonista che organizzano orge in casa lasciando la porta aperta affinché il bimbo veda tutto, ma soprattutto per ciò che capita alle elementari con bambine che mostrano i loro genitali a ricreazione e si lanciano in baci saffici tra di loro. Un terribile evento luttuoso viene raccontato in due righe, in sordina. Questo descrivere senza riflettere e senza commentare, mi fa pensare al Bret Easton Ellis di “Meno di zero”, altro scrittore americano che però era la nemesi letteraria di Foster Wallace (e lo sarebbe ancora se quest’ultimo non si fosse suicidato nel 2008. A proposito, il 21 settembre sarà l’anniversario: 10 anni dalla scomparsa).

Il protagonista del romanzo, Raffaele, è ricco di famiglia, non ha una coscienza politica solida. Ma al liceo, dal momento che tutti sono di sinistra, diventa di sinistra anche lui, configurandosi come i ragazzi descritti dagli Afterhours nella canzone “Non si esce vivi dagli anni ’80”: «Sabato in barca a vela, lunedì al Leoncavallo». Questo personaggio è ossessionato dal sesso, ma non fa per niente fatica a trovare ragazze che ci stanno. Però fa fatica a tenersele e il motivo sta probabilmente nell’edonismo dei genitori e nel cinismo del nonno che gli ha sempre consigliato di non legarsi mai a una sola donna.

A un certo punto del romanzo emerge invece un altro personaggio, Fabio, che oltre ai problemi di relazione, ha anche praticato poco l’attività sessuale. In questo punto del romanzo la narrazione smette di essere lineare ed è la parte che più fa pensare a David Foster Wallace, almeno nella forma. Nei contenuti invece mi è venuto in mente “Sunset Park” di Paul Auster. L’ultima parte del libro inoltre, complice la centralità del legame tra Eros e Thanatos, mi ha ricordato molto Philiph Roth, il grande scrittore ebreo americano recentemente scomparso e la cui ideologia poetica è stata in questi giorni riassunta così: «Solo scopando si è vivi».

I protagonisti, presumibilmente nati nel 1980 come l’autore, fanno parte del primo giro di generazioni post ideologiche, anche se Raffaele si trova nel cuore di un evento politico e storico importante: il G8 di Genova. I media l’hanno dipinto come uno scontro tra teppistelli e polizia, ma i temi dei no global sull’economia anticipavano alcune criticità emerse poi nella crisi del 2008. I ragazzini dei centri sociali sono meno credibili dei loro coetanei che 60 anni prima prendevano un fucile per andare in montagna a sparare ai fascisti e a morire, sperando di costruire un’Italia migliore, senza sapere però su quali basi, dato che c’erano sei diverse formazioni partigiane con idee diverse tra loro. E molti partigiani, come disse Giorgio Bocca, erano lì solo perché le ragazze la davano facilmente. In fondo, la pulsione vitale dei vent’anni va oltre, giustamente, qualsiasi categoria ed etichetta politica. I due protagonisti hanno anche il problema di cosa fare nella vita. Un problema che attanaglia di più Raffaele, abituato alle paghette del nonno nobile e cresciuto con l’idea di costruire una società utopica in cui non si deve lavorare per vivere, né tanto meno vivere per lavorare. Ispirato da uno studente svedese che piace alle donne, decide di dedicarsi all’arte, ma senza successo. Assieme a Fabio, sfruttano la grande novità del XXI secolo: internet. Uniscono così la virtualità immateriale con la corporeità dell’orgasmo e raggiungono migliaia di persone ossessionate come loro dal sesso. Fabio ne guadagna un sacco di soldi, mentre Raffaele si trova a dover pagare i debiti del nonno. Alla fine però entrambi riescono a stare a galla. Se per “Infinite Jest” sarebbe difficile immaginarsi un film che ne renda l’idea, nel caso di “Cometa” invece sarebbe più facile ricavarne una sceneggiatura, grazie a diverse parti visive, come l’allucinante finale alla “Grande Lebowski”. La parte iniziale scorre molto meglio, ma manca una riflessione adeguata del protagonista, che rischia di diventare noioso e antipatico. La seconda parte scorre più lentamente, è più riflessiva e contiene anche passaggi apparentemente difficili da capire come l’excursus sulle vacanze estive di Fabio. In entrambi i casi si sente, si vede e si percepisce che Magini, che è al suo secondo romanzo, scrive bene, è bravo. Rappresentare la realtà è sempre stata una pretesa assurda e una sfida letteraria interessante quanto micidiale, farlo nell’epoca del postmoderno è ancora più difficile, anche se esso dovrebbe essere finito nel 2001, con l’11 settembre che ci ha mostrato come la realtà, e i corpi, esistano ancora. Ciononostante l’Italia negli ultimi dieci anni sembra tornata di nuovo agli anni ’80, con qualche capatina nei ’70. E quando si vuole rappresentare la realtà, bisogna allora anche mettere sul piatto che cosa è reale e cosa non lo è: la tv è reale, i pensieri sono reali, internet è reale. Roth si aggrappava alla realtà partendo dal pene e dalla vagina, che sono e saranno sempre molto reali e universali. Magini, mi sembra, prosegue la sua lezione, aggiungendoci le speranze, ambizioni e delusioni di una generazione “liquida”, che, come cantavano gli Afterhours, «critica tutti per non criticar nessuno» e «fa le rivoluzioni per non cambiare niente». In questa realtà liquida e sfuggente, anche l’amore non si vede mai, mentre il sesso, per forza, rimane un esempio di concretezza. I personaggi di Magini forse appartengono ancora a quella generazione che preferisce farlo, il sesso, piuttosto che parlarne o guardarlo nei porno come fanno le generazioni nate dagli anni ’90 in poi. Ma qualche valore c’è e se non è proprio amore, almeno è amicizia.

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Gregorio

Magini

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