Racconti

La comunista

Rea Ermanno

Descrizione: Napoli e la sua gente, il presente e il passato di una città e di un'intera nazione affamati di speranza e di futuro. Ermanno Rea torna con "La comunista" sui suoi passi, torna a "Mistero napoletano", ma il personaggio che ci presenta non è più, come in quel vecchio romanzo, una donna in carne e ossa bensì il suo fantasma, una creatura evanescente anche se, a momenti, terribilmente reale, capace di parlare, sorridere, piangere, come quando era viva e colmava ogni possibile vuoto con la sua incontenibile esuberanza. Anche adesso, benché fantasma, Francesca riempie di sé la scena del racconto, svelando pian piano la ragione del suo "ritorno" a Napoli. Testimone e messaggera, questa presunta donna-scandalo allude a una resurrezione ancora possibile della città, che può essere salvata - ella dice - soltanto dall'utopia, da un pensiero folle, da una passione, dalla capacità collettiva di credere nell'impossibile. Anche "L'occhio del Vesuvio" è una storia che ha, a sua volta, i colori e lo spessore dell'allucinazione. La trama è lineare, soltanto che è sovrastata dalla presenza minacciosa del Vesuvio, trasformato esso stesso in attore, personaggio neppure troppo secondario della vicenda. Distruggerà Napoli? La domanda è ripetutamente evocata, soprattutto dal co-protagonista del racconto, il grecista Lucio Ammenda, insaziabile e disordinato collezionista di libri, parte dei quali dedicati proprio al "formidabil monte" e ai suoi misteri.

Categoria: Racconti

Editore: Giunti

Collana:

Anno: 2012

ISBN: 9788809777743

Recensito da Lucilla Parisi

Le Vostre recensioni

Il tempo è la misura del cambiamento, e la nostra città è rimasta immobile per tutti questi anni, così come era rimasta immobile prima, vittima di una fascinazione che ha le sembianze di un destino. Ma esiste il destino? Oppure chiamiamo così la nostra cattiva coscienza, i nostri errori, le nostre viltà? Una città senza storia uccide il tempo ma uccide anche se stessa. Ecco perché urge un pensiero folle, un progetto traumatico, un evento straordinario. In una parola, un’utopia.

Una città sfigurata dalla cattiva amministrazione, dalle promesse non mantenute, dalle speranze puntualmente deluse. Napoli si vede e si intravede in queste pagine, raccontata come una donna abbandonata a un destino di indecisioni e di mancate occasioni, un volto meraviglioso su cui si è impresso il ghigno amaro della rassegnazione, un cuore forte colpito a morte e lasciato agonizzante.

Due racconti, La comunista e L’occhio del Vesuvio che ci parlano di fatalità e di follia, necessarie e familiari a questa città come il mare.

Un fantasma che ritorna, quello della giovane Francesca Spada – già presente nel romanzo di Ermanno Rea Mistero Napoletano – è il protagonista del primo racconto. E’ lei a consegnare all’ormai anziano amico e scrittore un messaggio di speranza per la città e i lettori. Francesca e il suo suicidio sono il simbolo dei sogni perduti, in un tempo in cui erano forti il fermento e la spinta rivoluzionaria verso il cambiamento, messi a tacere dalla politica inadeguata e, come al solito, compromessa.

Siamo caduti molto in basso. Uno scrittore siciliano ha definito il Sud un deserto, un vuoto da riempire finalmente, solo che gli abitanti di questa terra tormentata (ma così accogliente, così ridente) lo vogliano veramente. Anch’io credo, come lui, che talvolta lo svantaggio possa risolversi in fortuna. Che cosa aspettiamo a muovere – ma sì proprio noi, i più disgraziati di tutti – il primo passo nel restauro della Grande Speranza?

Una sorta di realismo magico è quello che si respira in queste pagine, un sentimento che ben si adatta ai misteri e al carattere d’altri tempi di una città come Napoli. Una lettura che rimette in discussione certezze precarie e sogni rimediati e spinge a ridisegnare mete e confini.

Il messaggio aperto di questo racconto è l’augurio migliore per un anno che inizia, non solo per una città, ma per un intero Paese.

V’è un punto del nostro vivere e decadere, disse, un punto estremo di disfatta, che esige un gesto traumatico, una violenta rottura, senza la quale non esiste alcuna possibilità di un nuovo inizio.

Ne L’occhio del Vesuvio, il vulcano addormentato ricorda all’anziano Lucio Ammenda, grecista in pensione, la misura del vivere che ridimensiona e cambia le prospettive. E’ ciò che il professore insegnerà al giovane e talentuoso polacco – Tadeusz – che lavora nella sua casa e che non riesce a guardare oltre la finestra senza temere la fine annunciata dalla montagna di fuoco.

Un’amicizia, una complicità, una collaborazione che ci raccontano di un Sud che ha imparato a convivere con la precarietà e con il suo innato fatalismo, in cui la forza creatrice dei suoi abitanti si rigenera e reinventa ogni volta, nonostante tutto.

Dice Tadeusz all’anziano Ammenda: “Che cosa ho imparato grazie a te! La dignità del lavoro; l’orgoglio del lavoro; la stima sociale che un lavoro ben eseguito può procurare. […] Il lavoro che matura intellettualmente un uomo, lo rifinisce, dà un senso alla sua vita, ne stimola le ambizioni, gli apre gli occhi sul mondo, lo strappa alla sua selvaggia solitudine, lo rende cittadino.

Già, il lavoro.

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