Narrativa

LA SCOPA DEL SISTEMA

Foster Wallace David

Descrizione: Un romanzo fluviale, comico e insieme profondo: un atto di fede nella forza delle storie, e nella loro capacità di prendere per il collo e raccontare il mondo. Le avventure di Lenore, che si mette alla ricerca della bisnonna, antica studiosa di Wittgenstein, fuggita dalla sua casa di riposo insieme a venticinque tra coetanei e infermieri; del fratello LaVache, piccolo genio con una passione smodata per la marijuana; del pappagallo di famiglia, Vlad l'Impalatore, che recita sermoni cristiani su una Tv via cavo; di Norman Bombardini, re dell'ingegneria genetica, che si ingozza di cibo e sogna di ingurgitare il mondo intero; di Rick Vigorous, il capo e l'amante di Lenore, negazione vivente del suo stesso cognome. Una galleria di personaggi uno piú esilarante e paradossale dell'altro, sullo sfondo di un'America impazzita, grottesca, piú vera del vero. «La scopa del sistema è una grandissima sorpresa, che emerge direttamente dalla tradizione dell'eccesso praticata da Thomas Pynchon in V o da John Irving ne Il mondo secondo Garp. La principale qualità di Wallace è la sua esuberanza - personaggi che sembrano cartoni animati, storie a incastro, coincidenze impossibili, un amore sincero per la cultura pop e soprattutto quello spirito giocoso e quell'umorismo che sembravano scomparsi dalla maggior parte della narrativa piú recente».

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Stile libero Big

Anno: 2008

ISBN: 9788806181048

Trama

Le Vostre recensioni

Per capire cosa si deve aspettare il lettore che affronta La scopa del sistema, romanzo di esordio di David Foster Wallace, basta citare la frase che chiude il primo capitolo: “Fuori, nel croccante prato marzolino, alonata dai fasci di luce che spiovono dai lampioni, tra capannelli di ragazzi in blazer blu che risalgono il vialetto rifinendosi l’alito a colpi di mentine, assapora una breve epistassi.”

Non serve molto altro per intendere come mai David Foster Wallace è considerato da molti il più grande talento della scrittura postmoderna americana.

La scopa del sistema, pubblicato nel 1987 a soli 24 anni, è la sua opera prima e anche la meno complessa, ma già propone le tematiche che ritroveremo in Infinite Jest: il mondo del college con i suoi meccanismi contorti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, il corpo come nucleo di ambiguità, la mancata identificazione dell’Io.

Raccontare questo testo cercando di definire una trama sarebbe riduttivo. La narrazione non lineare e intervallata da inserzioni parte dalla scomparsa di Lenore, bisnonna dell’altra Lenore (quella dell’epistassi di cui sopra, per intenderci), dalla casa di riposo in cui è ospitata, per poi deviare su tutta una serie di personaggi e surreali storie parallele la cui conclusione ci viene negata o solo accennata: l’uccellino parlante di Lenore (nipote) dall’improbabile nome di Vlad l’Impalatore che finisce a fare il predicatore in tv, il poco virile fidanzato dallo stridente cognome Vigorous, il fratello Stonecipher detto “l’Anticristo” che nasconde nella gamba di legno la droga ottenuta in cambio di favori accademici.

Qui non ci sono eroi, ma solo perdenti un po’ nerd che si rifiutano di affrontare i problemi pratici della vita adulta e fanno finta che tutto vada per il verso giusto.

L’ambiente non è da meno. L’Ohio, dove la storia prende piede, è uno stato talmente benestante che il governo ha dovuto costruire il DIO, un deserto artificiale il cui scopo ufficiale è ricordare all’uomo la forza selvaggia della natura, di come essa sia stata sottomessa ma rimanga come monito:

“Ragazzi, lo Stato sta perdendo le palle. Sento puzza di spallamento. Finirà per diventare una specie di grosso centro commerciale. Troppo sviluppo. La gente si sta ammosciando. Hanno dimenticato che questo Stato è il frutto storico della lotta dell’uomo contro la natura avversa. Finita la lotta per la sopravvivenza è finita ogni tensione. […] Signori, ci serve un deserto. […] Sissignori, un deserto. Un punto di riferimento primordiale per le buone genti dell’Ohio. Un luogo da temere e amare. Un luogo selvaggio. Qualcosa che ci rammenti contro cosa abbiamo lottato e vinto.

L’ironia con cui tutto questo è condito non lascia indifferenti e vi strapperà anche qualche risata, ma non lasciatevi ingannare: il sottointeso è pesante e lascia trasparire una certa insoddisfazione da parte del narratore. La vita secondo Wallace – seguendo la filosofia di Wittgenstein abbondantemente citata nel testo – è un grande racconto che esiste solo perché qualcun altro lo narra, quindi la vita è un palcoscenico e la scena può essere gestita come vogliamo, con le relative conseguenze.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Wallace

Foster

Libri dallo stesso autore

Intervista a Foster Wallace David

Victoria ha paura del contatto fisico. Ha paura delle parole, le sue e quelle degli altri. Soprattutto, ha paura di amare e lasciarsi amare. C'è solo un posto in cui tutte le sue paure sfumano nel silenzio e nella pace: è il suo giardino segreto nel parco pubblico di Portero Hill, a San Francisco. I fiori, che ha piantato lei stessa in questo angolo sconosciuto della città, sono la sua casa. Il suo rifugio. La sua voce. È attraverso il loro linguaggio che Victoria comunica le sue emozioni più profonde. La lavanda per la diffidenza, il cardo per la misantropia, la rosa bianca per la solitudine. Perché Victoria non ha avuto una vita facile. Abbandonata in culla, ha passato l'infanzia saltando da una famiglia adottiva a un'altra. Fino all'incontro, drammatico e sconvolgente, con Elizabeth, l'unica vera madre che abbia mai avuto, la donna che le ha insegnato il linguaggio segreto dei fiori. E adesso, è proprio grazie a questo magico dono che Victoria ha preso in mano la sua vita: ha diciotto anni ormai, e lavora come fioraia. I suoi fiori sono tra i più richiesti della città, regalano la felicità e curano l'anima. Ma Victoria non ha ancora trovato il fiore in grado di rimarginare la sua ferita. Perché il suo cuore si porta dietro una colpa segreta. L'unico capace di estirparla è Grant, un ragazzo misterioso che sembra sapere tutto di lei. Solo lui può levare quel peso dal cuore di Victoria, come spine strappate a uno stelo. Solo lui può prendersi cura delle sue radici invisibili. Solo così il cuore più acerbo della rosa bianca può diventare rosso di passione.

IL LINGUAGGIO SEGRETO DEI FIORI

Diffenbaugh Vanessa

L'epoca di "Io, Pablo e le cacciatrici di eredità" è la nostra e i valori sono quelli del passato, dove, fusi abilmente in un miscuglio esiziale, percepiamo materiali letterari, stili di vita, vocazioni e talenti inespressi. Banda non propone una tesi all'incompiuto, ma ne esalta nella forma l'ardire; ricordando, analizza e ripensa negli ambienti, riportandoci agli affetti personali, non scheda indizi, ma ci immerge nel linguaggio. La storia centrale è il frutto di un raggiro, è un percorso di doppiezza, dove ogni gesto romantico nasconde un sotterfugio e dove il protagonista si fa amare, pur di vivere un'insperata seconda giovinezza, accetta, e noi empaticamente con lui, le artefatte seduzioni di due compagne con cui parure per un lungo viaggio. Due femmine gravide di rimpianto che, in omaggio alla legge estetica del dislocamento, sfruttano il loro sapore esotico per compensare le inadeguatezze di ruolo e rango. Le frasi non dette, o le attese attenzioni spontanee e disinteressate, sfumano la riduzione di una presenza a progetto e l'esistenza diviene simbolo del possesso. Banda fa sì che non si abbia bisogno di fornire una ragione alla conclusione: il viaggio "Merano - Mirano", dove lo slittamento di vocale fornisce lo straniamento di non luogo e non tempo. I rituali ipocriti della vita familiare, approntano un magistrale teatro del vero più coerente e efficace del reale.

Io, Pablo e le cacciatrici di eredità

Banda Alessandro

Un vecchio pescatore cubano lotta contro un gigantesco pescespada, simbolo della fierezza e della libertà della natura.

Il vecchio e il mare

Hemingway Ernest

«Stizzita per la scemenza dei suoi stessi oracoli e per l’ingenua credulità dei Greci, la sacerdotessa di Delfi Pannychis XI, lunga e secca come quasi tutte le Pizie che l’avevano preceduta, ascoltò le domande del giovane Edipo, un altro che voleva sapere se i suoi genitori erano davvero i suoi genitori, come se fosse facile stabilire una cosa del genere nei circoli aristocratici, dove, senza scherzi, donne maritate davano a intendere ai loro consorti, i quali peraltro finivano per crederci, come qualmente Zeus in persona si fosse giaciuto con loro». Con queste parole spigolose e beffarde ha inizio La morte della Pizia e subito il racconto investe alcuni dei più augusti miti greci, senza risparmiarsi irriverenze e furia grottesca. Ma Dürrenmatt è troppo buono scrittore per appagarsi di una irrisione del mito. Procedendo nella narrazione, vedremo le storie di Delfi addensarsi in un «nodo immane di accadimenti inverosimili che danno luogo, nelle loro intricatissime connessioni, alle coincidenze più scellerate, mentre noi mortali che ci troviamo nel mezzo di un simile tremendo scompiglio brancoliamo disperatamente nel buio». L’insolenza di Dürrenmatt non mira a cancellare, ma a esaltare la presenza del vero sovrano di Delfi: l’enigma. La morte della Pizia è stato pubblicato da Dürrenmatt all’interno del Mitmacher nel 1976.

La morte della Pizia

Durrenmatt Friedrich