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De Amicis, Edmondo – IL TAMBURINO SARDO (Cuore, 1886)

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Le Vostre recensioni

                                                                                                                                     TAMBURINO

Nella prima giornata della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848, una sessantina di soldati d’un reggimento di fanteria del nostro esercito, mandati sopra un’altura a occupare una casa solitaria, si trovarono improvvisamente assaliti da due compagnie di soldati austriaci, che tempestandoli di fucilate da varie parti, appena diedero loro il tempo di rifugiarsi nella casa e di sbarrare precipitosamente le porte, dopo aver lasciato alcuni morti e feriti pei campi.
Sbarrate le porte, i nostri accorsero a furia alle finestre del pian terreno e del primo piano, e cominciarono a fare un fuoco fitto sopra gli assalitori, i quali, avvicinandosi a grado a grado, disposti in forma di semicerchio, rispondevano vigorosamente. Ai sessanta soldati italiani comandavano due ufficiali subalterni e un capitano, un vecchio alto, secco e austero, coi capelli e i baffi bianchi; e c’era con essi un tamburino sardo, un ragazzo di poco più di quattordici anni, che ne dimostrava dodici scarsi, piccolo, di viso bruno olivastro, con due occhietti neri e profondi, che scintillavano. Il capitano, da una stanza del primo piano, dirigeva la difesa, lanciando dei comandi che parean colpi di pistola, e non si vedeva sulla sua faccia ferrea nessun segno di commozione. Il tamburino, un po’ pallido, ma saldo sulle gambe, salito sopra un tavolino, allungava il collo, trattenendosi alla parete, per guardar fuori dalle finestre; e vedeva a traverso al fumo, pei campi, le divise bianche degli Austriaci, che venivano avanti lentamente. La casa era posta sulla sommità d’una china ripida, e non aveva dalla parte della china che un solo finestrino alto, rispondente in una stanza a tetto; perciò gli Austriaci non minacciavan la casa da quella parte, e la china era sgombra: il fuoco non batteva che la facciata e i due fianchi. 
Ma era un fuoco d’inferno, una grandine di palle di piombo che di fuori screpolava i muri e sbriciolava i tegoli, e dentro fracassava soffitti, mobili, imposte, battenti, buttando per aria schegge di legno e nuvoli di calcinacci e frantumi di stoviglie e di vetri, sibilando, rimbalzando, schiantando ogni cosa con un fragore da fendere il cranio. Di tratto in tratto uno dei soldati che tiravan dalle finestre stramazzava indietro sul pavimento ed era trascinato in disparte. Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani sopra le ferite. Nella cucina c’era già un morto, con la fronte spaccata. Il semicerchio dei nemici si stringeva. 
A un certo punto fu visto il capitano, fino allora impassibile, fare un segno d’inquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente. Dopo tre minuti ritornò di corsa il sergente e chiamò il tamburino, facendogli cenno che lo seguisse. Il ragazzo lo seguì correndo su per una scala di legno ed entrò con lui in una soffitta nuda, dove vide il capitano, che scriveva con una matita sopra un foglio, appoggiandosi al finestrino, e ai suoi piedi, sul pavimento, c’era una corda da pozzo. 
Il capitano ripiegò il foglio e disse bruscamente, fissando negli occhi al ragazzo le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i soldati tremavano: – Tamburino! 
Il tamburino si mise la mano alla visiera. 
Il capitano disse: – Tu hai del fegato 
Gli occhi del ragazzo lampeggiarono. 
- Sì, signor capitano, – rispose. 
- Guarda laggiù, – disse il capitano, spingendolo al finestrino, – nel piano, vicino alle case di Villafranca, dove c’è un luccichìo di baionette. Là ci sono i nostri, immobili. Tu prendi questo biglietto, t’afferri alla corda, scendi dal finestrino, divori la china, pigli pei campi, arrivi fra i nostri, e dai il biglietto al primo ufficiale che vedi. Butta via il cinturino e lo zaino. 
Il tamburino si levò il cinturino e lo zaino, e si mise il biglietto nella tasca del petto; il sergente gettò la corda e ne tenne afferrato con due mani l’uno dei capi; il capitano aiutò il ragazzo a passare per il finestrino, con la schiena rivolta verso la campagna. 
- Bada, – gli disse, – la salvezza del distaccamento è nel tuo coraggio e nelle tue gambe. 
- Si fidi di me, signor capitano – rispose il tamburino, spenzolandosi fuori. 
- Cùrvati nella discesa, – disse ancora il capitano, afferrando la corda insieme al sergente 
- Non dubiti. 
- Dio t’aiuti. 
In pochi momenti il tamburino fu a terra; il sergente tirò su la corda e disparve; il capitano s’affacciò impetuosamente al finestrino, e vide il ragazzo che volava giù per la china. 
Sperava già che fosse riuscito a fuggire inosservato quando cinque o sei piccoli nuvoli di polvere che si sollevarono da terra davanti e dietro al ragazzo, l’avvertirono che era stato visto dagli Austriaci, i quali gli tiravano addosso dalla sommità dell’altura: quei piccoli nuvoli eran terra buttata in aria dalle palle. Ma il tamburino continuava a correre a rompicollo. A un tratto, stramazzò. – Ucciso! – ruggì il capitano, addentandosi il pugno. Ma non aveva anche detto la parola, che vide il tamburino rialzarsi. – Ah! una caduta soltanto! – disse tra sé, e respirò. Il tamburino, infatti, riprese a correre di tutta forza; ma zoppicava. – Un torcipiede, – pensò il capitano. Qualche nuvoletto di polvere si levò ancora qua e là intorno al ragazzo, ma sempre più lontano. Egli era in salvo. Il capitano mise un’esclamazione di trionfo. Ma seguitò ad accompagnarlo con gli occhi, trepidando, perché era un affar di minuti: se non arrivava laggiù il più presto possibile col biglietto che chiedeva immediato soccorso, o tutti i suoi soldati cadevano uccisi, o egli doveva arrendersi e darsi prigioniero con loro. Il ragazzo correva rapido un tratto, poi rallentava il passo zoppicando, poi ripigliava la corsa, ma sempre più affaticato, e ogni tanto incespicava, si soffermava. – Lo ha forse colto una palla di striscio, pensò il capitano, e notava tutti i suoi movimenti, fremendo, e lo eccitava, gli parlava, come se quegli avesse potuto sentirlo; misurava senza posa, con l’occhio ardente, lo spazio interposto fra il ragazzo fuggente e quel luccichìo d’armi che vedeva laggiù nella pianura in mezzo ai campi di frumento dorati dal sole. E intanto sentiva i sibili e il fracasso delle palle nelle stanze di sotto, le grida imperiose e rabbiose degli ufficiali e dei sergenti, i lamenti acuti dei feriti, il rovinìo dei mobili e dei calcinacci. – Su! Coraggio! – gridava, seguitando con lo sguardo il tamburino lontano, – avanti! corri! Si ferma, maledetto! Ah! riprende la corsa. – Un ufficiale venne a dirgli ansando che i nemici, senza interrompere il fuoco, sventolavano un panno bianco per intimare la resa. – Non si risponda! – egli gridò, senza staccar lo sguardo dal ragazzo, che già era nel piano, ma che più non correva, e parea che si trascinasse stentatamente. – Ma va’! ma corri! – diceva il capitano stringendo i denti e i pugni; – ammazzati, muori, scellerato, ma va’! – Poi gettò un’orribile imprecazione. – Ah! l’infame poltrone, s’è seduto! – Il ragazzo, infatti, di cui fino allora egli aveva visto sporgere il capo al disopra d’un campo di frumento, era scomparso, come se fosse caduto. Ma dopo un momento, la sua testa venne fuori daccapo; infine si perdette dietro alle siepi, e il capitano non lo vide più. 
Allora discese impetuosamente; le palle tempestavano; le stanze erano ingombre di feriti, alcuni dei quali giravano su sé stessi come briachi, aggrappandosi ai mobili; le pareti e il pavimento erano chiazzati di sangue; dei cadaveri giacevano a traverso alle porte; il luogotenente aveva il braccio destro spezzato da una palla; il fumo e il polverio avvolgevano ogni cosa. – Coraggio! Arrivan soccorsi! Ancora un po’ di coraggio! – Gli Austriaci s’erano avvicinati ancora; si vedevano giù tra il fumo i loro visi stravolti, si sentiva tra lo strepito delle fucilate le loro grida selvagge, che insultavano, intimavan la resa, minacciavan l’eccidio. Qualche soldato, impaurito, si ritraeva dalle finestre; i sergenti lo ricacciavano avanti. Ma il fuoco della difesa infiacchiva, lo scoraggiamento appariva su tutti i visi, non era più possibile protrarre la resistenza. A un dato momento, i colpi degli Austriaci rallentarono, e una voce tonante gridò prima in tedesco, poi in italiano: – Arrendetevi! – No! – urlò il capitano da una finestra. E il fuoco ricominciò più fitto e più rabbioso dalle due parti. Altri soldati caddero. Già più d’una finestra era senza difensori. Il momento fatale era imminente. Il capitano gridava con voce smozzicata fra i denti: – Non vengono! Non vengono! – e correva intorno furioso, torcendo la sciabola con la mano convulsa, risoluto a morire. Quando un sergente, scendendo dalla soffitta, gettò un grido altissimo: – Arrivano! – Arrivano! – ripeté con un grido di gioia il capitano. – A quel grido tutti, sani, feriti, sergenti, ufficiali si slanciarono alle finestre, e la resistenza inferocì un’altra volta. Di lì a pochi momenti, si notò come un’incertezza e un principio di disordine fra i nemici. Subito, in furia, il capitano radunò un drappello nella stanza a terreno, per far impeto fuori, con le baionette inastate. – Poi rivolò di sopra. Era appena arrivato, che sentirono uno scalpitìo precipitoso, accompagnato da un urrà formidabile, e videro dalle finestre venir innanzi tra il fumo i cappelli a due punte dei carabinieri italiani, uno squadrone lanciato ventre a terra, e un balenìo fulmineo di lame mulinate per aria, calate sui capi, sulle spalle, sui dorsi; – allora il drappello irruppe a baionette basse fuor della porta; – i nemici vacillarono, si scompigliarono, diedero di volta, il terreno rimase sgombro, la casa fu libera, e poco dopo due battaglioni di fanteria italiana e due cannoni occupavan l’altura. 
Il capitano, coi soldati che gli rimanevano, si ricongiunse al suo reggimento, combatté ancora, e fu leggermente ferito alla mano sinistra da una palla rimbalzante, nell’ultimo assalto alla baionetta. 
La giornata finì con la vittoria dei nostri. 
Ma il giorno dopo, essendosi ricominciato a combattere, gli italiani furono oppressi, malgrado la valorosa resistenza, dal numero soverchiante degli Austriaci, e la mattina del ventisei dovettero prender tristamente la via della ritirata, verso il Mincio. 
Il capitano, benché ferito, fece il cammino a piedi coi suoi soldati, stanchi e silenziosi, e arrivato sul cader del giorno a Goito, sul Mincio, cercò subito del suo luogotenente, che era stato raccolto col braccio spezzato dalla nostra Ambulanza, e doveva esser giunto là prima di lui. Gli fu indicata una chiesa, dov’era stato installato affrettatamente un ospedale da campo. Egli v’andò. La chiesa era piena di feriti, adagiati su due file di letti e di materassi distesi sul pavimento; due medici e vari inservienti andavano e venivano, affannati; e s’udivan delle grida soffocate e dei gemiti. 
Appena entrato, il capitano si fermò, e girò lo sguardo all’intorno, in cerca del suo ufficiale. 
In quel punto si sentì chiamare da una voce fioca, vicinissima: – Signor capitano! 
Si voltò: era il tamburino 
Era disteso sopra un letto a cavalletti, – coperto fino al petto da una rozza tenda da finestra, a quadretti rossi e bianchi, – con le braccia fuori; pallido e smagrito, ma sempre coi suoi occhi scintillanti, come due gemme nere. 
- Sei qui, tu? – gli domandò il capitano, stupito ma brusco. – Bravo. Hai fatto il tuo dovere. 
- Ho fatto il mio possibile, – rispose il tamburino. 
- Sei stato ferito, – disse il capitano, cercando con gli occhi il suo ufficiale nei letti vicini. 
- Che vuole! – disse il ragazzo, a cui dava coraggio a parlare la compiacenza altiera d’esser per la prima volta ferito, senza di che non avrebbe osato d’aprir bocca in faccia a quel capitano; – ho avuto un bel correre gobbo, m’han visto subito. Arrivavo venti minuti prima se non mi coglievano. Per fortuna che ho trovato subito un capitano di Stato Maggiore da consegnargli il biglietto. Ma è stato un brutto discendere dopo quella carezza! Morivo dalla sete, temevo di non arrivare più, piangevo dalla rabbia a pensare che ad ogni minuto di ritardo se n’andava uno all’altro mondo, lassù. Basta, ho fatto quello che ho potuto. Son contento. Ma guardi lei, con licenza, signor capitano, che perde sangue. 
Infatti dalla palma mal fasciata del capitano colava giù per le dita qualche goccia di sangue. 
- Vuol che le dia una stretta io alla fascia, signor capitano? Porga un momento. 
Il capitano porse la mano sinistra, e allungò la destra per aiutare il ragazzo a sciogliere il nodo e a rifarlo; ma il ragazzo, sollevatosi appena dal cuscino, impallidì, e dovette riappoggiare la testa. 
- Basta, basta, – disse il capitano, guardandolo, e ritirando la mano fasciata, che quegli volea ritenere: – bada ai fatti tuoi, invece di pensare agli altri, ché anche le cose leggiere, a trascurarle, possono farsi gravi. 
Il tamburino scosse il capo. 
- Ma tu, – gli disse il capitano, guardandolo attentamente, – devi aver perso molto sangue, tu, per esser debole a quel modo. 
- Perso molto sangue? – rispose il ragazzo, con un sorriso. – Altro che sangue. Guardi. 
E tirò via d’un colpo la coperta. 
Il capitano diè un passo indietro, inorridito. 
Il ragazzo non aveva più che una gamba: la gamba sinistra gli era stata amputata al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato di panni insanguinati. 
In quel momento passò un medico militare, piccolo e grasso, in maniche di camicia. – Ah! signor capitano, disse rapidamente, accennandogli il tamburino, – ecco un caso disgraziato; una gamba che si sarebbe salvata con niente s’egli non l’avesse forzata in quella pazza maniera; un’infiammazione maledetta; bisognò tagliar lì per lì. Oh, ma… un bravo ragazzo, gliel’assicuro io; non ha dato una lacrima, non un grido! Ero superbo che fosse un ragazzo italiano, mentre l’operavo, in parola d’onore. Quello è di buona razza, perdio! 
E se n’andò di corsa. 
Il capitano corrugò le grandi sopracciglia bianche, e guardò fisso il tamburino, ristendendogli addosso la coperta; poi, lentamente, quasi non avvedendosene, e fissandolo sempre, alzò la mano al capo e si levò il cheppì. 
- Signor capitano! – esclamò il ragazzo meravigliato. – Cosa fa, signor capitano? Per me! 
E allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad un suo inferiore, rispose con una voce indicibilmente affettuosa e dolce: – Io non sono che un capitano; tu sei un eroe. 
Poi si gettò con le braccia aperte sul tamburino, e lo baciò tre volte sul cuore.

N.B. Immagine tratta da: “Cuore”, Editrice Boschi, Collana “Classici della gioventù” n. 77, illustrazioni di De Vita.

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