Poesia

Dio dell’abbandono

Gori Ignazio

Descrizione: Febbre e abbandono come distinzione e “vigore nuovo” per ricominciare in quella giostra dei sensi che non ha fine...

Categoria: Poesia

Editore: Augh

Collana: Nuvole

Anno: 2017

ISBN: 9788893431675

Recensito da Redazione i-LIBRI

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Dio dell’abbandono di Ignazio Gori – Febbre e abbandono come distinzione e “vigore nuovo” per ricominciare in quella giostra dei sensi che non ha fine – che non smette neppure a sera! – e che si vorrebbe continuasse i suoi giri – quella delle periferie e delle feste di paese – anche oltre l’orario di chiusura quando la lucetta della cassa si spegne e il giostraio, rimasto fino ad allora nelle retrovie, appare come un mangiafuoco buono. Anche il passante, la più anonima delle figure, è per il poeta un puntello: spesso più per l’animo che per i sensi. Le stagioni reclamate sembra debbano essere uguali nel ripetersi del dissolvimento ma esse, a seconda di chi colora lo scenario, ovvero quel ritaglio di mondo ove è caduto il poeta, possono essere il dipinto della città ideale oppure un vicolo con scale di ferro e a zigzag dove anche la crudeltà possiede un suo sublime.

La pagina web dedicata all’opera nel sito della casa editrice

L’autore: Ignazio Gori ha pubblicato per la narrativa Solitudine di Sebastian Kroll (Edizioni Libreria Croce, 2011), Lupi e agnelli (con una lettera di Alda Merini, Diamond, 2012), la biografia Alberto Spadolini (Castelvecchi, 2015), le raccolte di poesie Sospetto di essere vivo (Acquaviva, 2013) e Taccuini (FusibiliaLibri, 2014, Premio “Tredici”). Ha curato con Claudio Marrucci il libro allegato al disco Caro poeta, caro amico di Andrea Del Monte, omaggio a Pier Paolo Pasolini (Sound System Records, 2015). Ha collaborato al documentario sul transessualismo Nessuno è perfetto di Fabiomassimo Lozzi. Ha scritto le sceneggiature teatrali Tender darkness, con Hans Kauffman, e Carmilla, con Hans Kauffman e Antonio Veneziani. Si occupa di editing e sceneggiatura cinematografica. Collabora al sito di informazione www.kaleidoscopia.it.

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Quando fa il suo ingresso nell’aula di tribunale in cui verrà giudicata per l’omicidio del suo giovanissimo amante, Gladys Eysenach viene accolta dai mormorii di un pubblico sovreccitato, impaziente di conoscere ogni più sordido dettaglio di quello che promette di essere l’affaire più succulento di quanti il bel mondo parigino abbia visto da anni. Nel suo pallore, Gladys evoca davvero l’ombra di Jezabel, quell’ombra che nell’Athalie di Racine compare in sogno alla figlia, che così la descrive: «Non ne aveva, il dolore, smorzato la fierezza; / aveva anzi, ancora, quella finta bellezza / mantenuta con cure, con espedienti labili, / per riparar degli anni le sfide irreparabili». Sì, è ancora molto, molto bella, Gladys Eysenach: il tempo sembra averla «sfiorata come a malincuore, con mano cauta e gentile», quasi si fosse limitato ad accarezzarla teneramente, e le donne presenti nell’aula si sussurrano con invidia i nomi dei suoi innumerevoli amanti. Ma pochi giorni dopo, allorché vengono pronunciate le arringhe, tutta la sua bellezza pare averla abbandonata, e Gladys è ormai soltanto una donna vecchia e sfinita, che a mani giunte supplica i giudici di infliggerle la pena che merita. La condanna sarà lieve, invece, solo cinque anni: il movente passionale ha fatto sì che le venissero concesse le attenuanti previste dalla legge. Ma qual è la verità – quella verità che Gladys Eysenach ha cercato ad ogni costo di occultare? Qual è il vero movente dell’omicidio da lei commesso? Capace come pochi altri scrittori di scavare nel cuore femminile con implacabile, chirurgica precisione, Irène Némirovsky ci svela a poco a poco il segreto di questa donna che ha desiderato più di ogni altra cosa di sconfiggere il tempo, di rimanere immutabilmente bella, di essere amata per sempre – e che per questo è arrivata a uccidere.

Jezabel

Némirovsky Irene

Nessun pregiudizio personale, meschinità o moralismo contro la carriera e i format della famosa conduttrice. Ma una critica al vetriolo sulle logiche di retrovia, i meccanismi di falsificazione, i linguaggi di massa, il grande inganno dell'intrattenimento "facile" che hanno trasformato i suoi format in centri di raccolta e smistamento delle nostre identità, sempre più bisognose degli scintillii della televisione per consistere e sopravvivere di fronte all'anonimato dilagante. "Maria De Filippi ti odio" è il tentativo di scardinare, con il grimaldello della filosofia, la grammatica di certi programmi di grande audience, visti come epicentro di un immaginario televisivo ormai anacronistico, devastante, da sostituire con un nuovo modo "ecologico" di pensare l'uso e l'impatto dei media sulle nostre vite già fin troppo spettacolarizzate.

Maria De Filippi ti odio

Castoro Carmine

Ferite d’oro. Quando un oggetto di valore si rompe, in Giappone, lo si ripara con oro liquido. È un’antica tecnica che mostra e non nasconde le fratture. Le esibisce come un pregio: cicatrici dorate, segno orgoglioso di rinascita. Anche per le persone è così. Chi ha sofferto è prezioso, la fragilità può trasformarsi in forza. La tecnica che salda i pezzi, negli esseri umani, si chiama amore. Questa è la storia di Irina, che ha combattuto una battaglia e l’ha vinta. Una donna che non dimentica il passato: lo ricorda, lo porta al petto come un fiore. Irina ha una vita serena, ordinata. Un marito, due figlie gemelle. È italiana, vive in Svizzera, lavora come avvocato. Un giorno qualcosa si incrina. Il matrimonio finisce, senza traumi apparenti. In un fine settimana qualsiasi Mathias, il padre delle bambine, porta via Alessia e Livia. Spariscono. Qualche giorno dopo l’uomo si uccide. Delle bambine non c’è più nessuna traccia. Pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione, a un ritmo che fa di questo libro un autentico thriller psicologico e insieme un superbo ritratto di donna, coraggiosa e fragile, Irina conquista brandelli sempre più luminosi di verità e ricuce la sua vita. Da quel fondo oscuro, doloroso, arriva una luce nuova. La possibilità di amare ancora, l’amore che salda e che resta. Concita De Gregorio prende i fatti, semplici e terribili, ed entra nella voce della protagonista. Indagando a fondo una storia vera crea un congegno narrativo rapido, incalzante e pieno di sorprese. Scandisce l’esistenza di questa madre privata dei figli – qual è la parola per dirlo? – in lettere, messaggi, elenchi. Irina scrive alla nonna, al fratello, al giudice, alla maestra delle gemelle, abbozza ritratti, scava nei gesti, torna alle sue radici, trova infine un approdo. Dimenticare significa portare fuori dalla mente, ricordare è tenere nel cuore. Il bisogno di essere ancora felice, ripetuto a voce alta, una sfida contro le frasi fatte, contro i giudizi e i pregiudizi.

Mi sa che fuori è primavera

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