Narrativa

DOVE IO NON SONO

D'Amico Ilaria

Descrizione: Cape May, New Jersey, autunno 1986. Un uomo siede nella veranda di una casa che si affaccia sulla baia del Delaware. Vent'anni addietro è stato un musicista "quasi" famoso e, per un tempo brevissimo, ha assaporato l'inebriante essenza della celebrità, prima di rendersi conto di avere altre aspirazioni, di voler percorrere un sentiero solitario per raggiungere il proprio "paradiso". Per anni si è lasciato scivolare addosso le opportunità e le illusioni dell'esistenza, ha aspettato, sicuro che, alla fine, la "grande occasione" si sarebbe presentata. Ed è proprio ciò che è accaduto, alcune ore prima: all'improvviso, la porta del paradiso si è socchiusa. Lei si è finalmente accorta dei suoi innumerevoli messaggi ed è andata a cercarlo: è arrivata fin lì, gli ha parlato, gli ha dato un appuntamento. S'incontreranno alle undici del giorno dopo nella piccola stazione di Cape May: è da lì che inizierà il suo viaggio verso il futuro. Adesso lui deve soltanto sistemare alcune cose e "far passare la notte": domattina ci saranno soltanto la strada lungo il mare, la ricerca di un parcheggio, la stazione, i binari, una locomotiva e... lei. Sì, lei.

Categoria: Narrativa

Editore: Bompiani

Collana: Letteraria Italiana

Anno: 2012

ISBN: 9788845270543

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

L’esordio letterario di Ilaria D’Amico, nelle librerie con “Dove io non sono”, ci mostra un’altra faccia della brava e poliedrica giornalista, volto noto della televisione.

La copertina del romanzo si presenta con l’immagine di una spiaggia sabbiosa, oltre la quale due tinte pastello d’azzurro graduano mare e cielo. In primo piano un’altalena e i pali aggrediti dalla salsedine. Io, che mi accosto ai libri in modo fisico (al punto da rifuggirne, spesso, la lettura in formato e-pub), accarezzo questa immagine con lo sguardo e sono già invaso da mille sensazioni: di cose perdute, di infinito.

La storia è ambientata a Cape May, New Jersey, e ha per protagonista un uomo con le sue inquietudini.

Ripiegando su una professione di insegnante musicale, il maestro ha rimandato per anni ogni cosa: i suoi sogni di celebrità e di realizzazione, la storia con Lara, la propria condizione umana irrisolta … nell’attesa persistente di una lei misteriosa, che finalmente si manifesta e gli dà appuntamento alla stazione di Cape May, nell’occasione dell’inaugurazione della ferrovia turistica.

Nel giorno dell’attesa dell’incontro risolutivo – quello che finalmente gli regalerà la perfezione che per anni ha inseguito – il protagonista ‘innominato’ rivede, in un flash back non necessariamente diacronico, la sua esistenza tormentata e complicata: il sogno della beat generation, accarezzato con una band dalle belle promesse, un tentativo di suicidio sventato dall’amicizia incipiente con Max, il rifugio nell’alcol e negli ansiolitici, una sofferenza infantile emendata dalla nonna Victoria che lo inizia alla musica e al pianoforte con un “Petrof verticale”.

Finale ansiogeno, nel traffico che sa soltanto “frinire di civiltà”, per non mancare l’appuntamento con il sogno di una vita e migrare da “Dove io non sono” a “Dove io ora sono”, cercando di risolvere l’insolubile mistero della vita anche attraverso un gioco infantile come il tris: “Uno … due … tris”. Mentre la conclusione si salda magicamente all’inizio del romanzo.

Così Ilaria maschera il suo finale, al quale il lettore si accosta stordito di nostalgia e con il patema dell’identificazione della donna misteriosa.

La scrittura di Ilaria D’Amico è essenziale e plastica al tempo stesso, oltre che ricca di riferimenti culturali e musicali.

Il clima della decadenza e del naufragio umano è ricreato, in modo animistico, attraverso gli oggetti: lo scricchiolio delle tavole di legno consumato della veranda, i mobili “che sembrano provenire da un deposito giudiziario”, il frigo “un General Electric … in coma dépassé”, l’auto di Max che “parte con un rombo di marmitta sfiatata”, la casa stessa è “una bicocca” in vendita (anzi no!), l’auto-catorcio è una “Chevy Malibu”.

A volte i paragrafi sono sculture: così le bottiglie sul pianoforte compongono uno “skyline”. E le partiture formano una torre, le musicassette una piramide, “la bottiglia di rum (ndr: quella dell’ultima ebbrezza) svetta sul tavolo, come un ridicolo obelisco in onore di Hemingway e Bukowski”.

A Ilaria D’Amico, però non perdono una cosa (in genere non perdono chi, con la sua opera, mi cattura): nelle ultime pagine ha ricreato l’atmosfera di “Cent’anni di solitudine” e ha sorpreso – riplasmando in modo originale l’epilogo de “Il ponte di Waterloo” – con il ricordo di una tragica scena da film in bianco e nero anni quaranta il bambino che è ancora vivo in …

 

… Bruno Elpis

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