Narrativa

DUE BELLE SFERE DI VETRO AMBRATO

Caponetti Giorgio

Descrizione: C'è una donna che lo cerca: è una biologa russa, affascinante. In un'osteria affacciata sulla laguna di Venezia dichiara di voler clonare un cavallo portentoso, quello del monumento a Bartolomeo Colleoni in campo San Zanipolo. Alvise Pàvari dal Canal ne ha sentite tante nella vita, ma questa le batte tutte. Clonare una statua? Certo che no, gli spiega dolcemente la russa. Lei allude a tessuti organici di cinquecento anni fa, perfettamente conservati. Alvise finge di non capire, ma pensa alla teca con due sfere di vetro ambrato custodita nel palazzo avito sul Canal Grande. E una leggenda di famiglia ci trascina indietro nel tempo: al banchetto di cento portate in cui il Colleoni, capitano generale della Serenissima, conquista una donna troppo piena di vita per accontentarsi del vecchio marito mercante; alla frenesia di amorosi sensi che Leonardo da Vinci, giunto in laguna da Firenze, scatena a Ca' Pàvari, seminando nostalgia inguaribile e un capolavoro sorprendente.

Categoria: Narrativa

Editore: Marcos y Marcos

Collana:

Anno: 2012

ISBN: 9788871686493

Recensito da Caterina Ferraresi

Le Vostre recensioni

Una intrigante ricostruzione di una storia familiare che inizia nella Venezia della seconda metà del ‘400 ed arriva ad oggi.

Venezia, 1430 (data presunta).
Abbandonato appena nato nella ruota del convento della Clarisse (… come el xe bruto, poareto, el par un pavaro… commentò la madre superiora) viene chiamato proprio così: Pavaro, cioè Papero.

Ma il piccoletto Pavaro ha incredibili abilità di cavallerizzo e un grande senso degli affari, tanto da diventare presto “Paron Pavaro”, ricco commerciante che fornisce cavalli ai condottieri, primo tra i primi il magnifico e temibile Bartolomeo Colleoni.

Quando la moglie Rossana gli dà il sospirato erede, Pavaro si sente un uomo arrivato, ma il bimbo ha una particolarità: tre testicoli, guarda caso come il grande Colleoni. Il piccolo viene chiamato Bartolomeo, come il vero padre.

Da qui si snoda la storia della famiglia Pavari: della moglie traditrice Rossana che viene richiusa nella stanza dove ha partorito il ” figlio del peccato” e da dove non uscirà più fino alla morte; del Colleoni e del suo illegittimo e bellissimo erede, al quale viene dato il compito di costruire, in suo onore, una statua che lo ritragga in sella al suo cavallo Leone.
Per creare questa statua arriva a Venezia il Verrocchio, accompagnato da un giovane della sua bottega, Leonardo, il futuro Leonardo da Vinci, incaricato di fare i ritratti del cavallo.

La storia rimbalza  da quella Venezia, colorata e feroce, alla Venezia di oggi, dove Alvise, un discendente del primo Pavan, conserva chiusi in due sfere di vetro ambrato quelli che la leggenda afferma essere i testicoli di Leone, il cavallo dalla bellezza perfetta del Colleoni, asportati in punto di morte, con la speranza di conservare e tramandarne il seme.

Qui fermo la narrazione della storia che ha le sospensioni del giallo, coniugate al fascino dell’atmosfera del romanzo storico.
Specie nelle parti che raccontano la Venezia antica il romanzo ci porta là, a passeggiare per calli con il vecchio Pavan, il giovane Bartolomeo, il terribile Colleoni, il fascinoso Leonardo.

Da leggere tutto come un giallo, con una pennellata di rosa nelle parti che riguardano la vicenda di oggi e che funziona più come pretesto per condurci a un finale dolceamaro.

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"Tanto per cominciare, Zooey era un giovanotto piccolo, dal corpo estremamente esile. Da dietro (soprattutto dove gli si vedevano le vertebre) sarebbe quasi potuto passare per uno di quegli sparuti bambini di citta che ogni estate vengono spediti alle colonie a ingrassarsi e prendere il sole. Visto in primo piano, di faccia o di profilo, era straordinariamente, spettacolosamente bello. La sorella maggiore mi ha pregato di dire che assomigliava all'"esploratore mohicano ebreo-irlandese dagli occhi azzurri che mori tra le vostre braccia al tavolo della roulette di Montecarlo".A salvare in extremis quel volto dall'eccessiva bellezza, se non addirittura dallo splendore, era un orecchio che sporgeva leggermente piu dell'altro. Per conto mio, comunque, non condivido affatto ne l'uno ne l'altro di questi punti di vista. Ammetto che il volto di Zooey fosse un volto bellissimo, quasi perfetto. Come tale, naturalmente, era passibile di quella stessa varieta di giudizi scorrevoli, imperterriti e spesso capziosi cui e soggetta ogni autentica opera d'arte. Penso resti solo da aggiungere che una qualunque delle cento minacce giornaliere - un incidente d'auto, un raffreddore di testa, una bugia prima di colazione - avrebbe potuto deturpare o imbruttire la sua generosa bellezza nel giro di un giorno o di un minuto. Ma quello ch'era deteriorabile, quello che qualcuno ha categoricamente definito una gioia di tipo imperituro, era un autentico esprit impresso su tutto il viso, specie negli occhi, dove attirava l'attenzione come una maschera di Arlecchino, e a volte disorientava".

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