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Femminile plurale. Le donne scrivono le Marche

a cura di Babino Cristina

Descrizione: Il volume raccoglie testi di: Cristina Babino, Maria Angela Bedini, Allì Caracciolo, Alessandra Carnaroli, Elena Frontaloni, Maria Lenti, Enrica Loggi, Maria Grazia Maiorino, Franca Mancinelli, Caterina Morgantini, Renata Morresi, Natalia Paci, Anuska Pambianchi, Daniela Simoni, Eleonora Tamburrini, Lucia Tancredi, Luana Trapè.

Categoria: Recensioni

Editore: Vydia

Collana: I veli

Anno: 2014

ISBN: 88-97374-19-0

Recensito da Serena Vissani

Le Vostre recensioni

Femminile plurale è una raccolta di diciassette saggi-racconti scritti da diciassette donne. Un’opera, dunque, questa caratterizzata dalla pluralità non soltanto nel titolo ma anche nelle autrici. Come la curatrice Cristina Babino illustra nella sua esauriente Introduzione, il titolo riguarda il genere e il numero che grammaticalmente si attribuisce al sostantivo “Marche”. Ma il sottotitolo della raccolta permette di intuire un secondo legame, quello tra le Marche e le donne (autrici, in questo caso).

Da nord a sud, da est a ovest, le Marche vengono descritte, celebrate, cantate, criticate, raccontate, rievocate. E se qualcuno mi dovesse chiedere di riassumere in poche parole il succo di quest’opera non potrei che definirla come un’incredibile dichiarazione d’Amore. Non mi riferisco, poi, all’amore adolescenziale, all’innamoramento in sé, per il quale l’oggetto del desiderio è sempre posto sotto una luce divina, avvolto da un’aurea di superiorità intangibile.  Sempre bello, perfetto, meraviglioso.

Anzi, al contrario. Parlo dell’amore con la A maiuscola. Amore come progetto di vita. Le nostre scrittrici hanno cantato le bellezze di Ancona, Urbino, Ascoli, hanno celebrato i numerosissimi teatri locali, hanno ricordato i grandi intellettuali che da questa terra hanno tratto grandi benefici. Eppure, queste donne hanno fatto ben altro. Hanno riflettuto sulla questione della violenza di genere e sull’importanza di mantenere viva la memoria storica locale (un modo questo per ricordare a tutti che la Storia, quella che si legge nei libri di scuola, è passata anche per certe frazioni e contrade sperdute delle Marche). Hanno volontariamente assunto su di loro un indiscusso impegno civico volto alla critica della terra nella quale vivono. Una critica che è costruttiva, intenta a sottolineare le arretratezze, le crepe, le insicurezze. E amare è anche costruire, voglia di migliorare una terra, desiderio di rendere più centrale una zona periferica. Amare le Marche così come si ama l’Italia. È questo sicuramente il messaggio ultimo del testo. Fare del particolarismo locale, imperante e profondamente radicato in ognuno dei suoi abitanti, non più un punto di debolezza, ma di rinascita e di rilancio.

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Intervista a a cura di Babino Cristina


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Primi anni ottanta. Sulla sponda occidentale del Lago di Como, nel triangolo soleggiato compreso fra Menaggio, Bellagio e l’Isola Comacina, dentro il quadro fastoso del turismo internazionale e dei grandi personaggi che vi hannosoggiornato (Liszt, Stendhal, Churchill, Hitchcock e l’ex cancelliere tedesco Konrad Adenauer), vanno in scena le piccole vicende della Tremezzina. In quella provincia italiana dove il tempo sembra essersi fermato el’opulenza degli alberghi di Cadenabbia e di Villa Balbianello sembra lontanissima, irrompe sulla scena il piccolo borgo di Mezzegra. Qui sono in gioco le dispute fra parroco e sindaco, le grazie non ancora onorate di Angela – l’organista –, la moto rombante dell’anarchico Bernasconi che quelle grazie vorrebbe onorare, le feste di paese, i traffici illeciti con la vicinaSvizzera, e poi corriere, biciclette, l’epopea del volo in idrovolante, milanesi e “teroni”, battelli della Navigazione Lago di Como e una galleria di personaggi irresistibili. È proprio questo mondo che viene scosso dalla sparizione della statua della Madonna del Carmine. Chi ha commesso questo atto sacrilego? A che scopo? Che fine ha fatto la statua? Il bravo don Luigi, erede di tutti i curati di campagna che hanno lasciato traccia nella letteratura e nel cinema, non perde le staffe, cerca di capire, indaga, interroga e non dimentica che “il diavolo è nel dettaglio”. Una commedia degli errori che, in forza della macchina dell’indizio, lascia trapelare piccoli segreti, calde passioni, speranze e appetiti inconfessabili. Cocco sonda ritmi e linguaggi da commedia, creando un nuovo luogo geografico-letterario, compreso tra il mondo in dialetto di Davide Van de Sfroos e la memoria di grandi scrittori lacustri come Piero Chiara. Ritmo impeccabile,personaggi incisi con gusto e maestria, un senso inedito della comunità e della narrazione, e un che di amaro, che arriva da più lontano.

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