Narrativa

FIGLIO DI DIO

McCarthy Cormac

Descrizione: La letteratura americana negli ultimi anni ci ha abituato a serial killer colti e sofisticati, anime mostruose chiuse dentro involucri corporei insospettabili, addirittura eleganti. Ci ha abituato ad assassini capaci di dissertare sull'eterno conflitto tra Bene e Male e a vittime incapaci di far fronte al carnefice non solo sul piano fisico ma anche su quello metafisico. Cormac McCarthy ci sorprende ancora una volta raccontando con un sogghigno il trionfo assoluto del Male. Piú simile ai personaggi del Caldwell di La via del tabacco che non a quelli di Faulkner, Lester Ballard, il protagonista di questo romanzo, è uno dei tanti «poveri bianchi» che popolano le catapecchie e i cortili del Sud rurale, le campagne fuori del tempo dove la Storia è scandita dai linciaggi e dalle pubbliche impiccagioni, dove la promiscuità e l'incesto sono la regola, dove la miseria e l'abiezione rendono incongrua, quasi surreale, la sporadica comparsa di un'aula di tribunale o di una stanza di ospedale. Nello spazio di una breve gelida stagione, Ballard, il contadino solitario, amante della caccia e del whisky fatto in casa, si trasforma in un animale da preda: da feticista a stupratore, ad assassino, a necrofilo. Le scorribande sempre piú sanguinose di questo serial killer controcorrente hanno come cornice la natura violenta e il paesaggio incantato delle montagne del Tennessee, e a commentarle è un coro di personaggi che, come sempre, attinge a quel museo degli orrori che è l'immaginazione di uno scrittore peraltro capace di insospettate, improvvise delicatezze.

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Supercoralli

Anno: 2000

ISBN: 9788806150709

Trama

Le Vostre recensioni

Il protagonista del romanzo, Lester Ballard, è un uomo violento dal passato difficile, un contadino del Sud rurale degli Stati Uniti, una terra dove le leggi dell’uomo sono regolate da istinti primari di sopravvivenza e dalle forze della natura.

Quando gli viene tolta la proprietà di famiglia e si ritrova a perdere ogni cosa, Lester affronta l’abbandono e la povertà diventando una sorta di abietto predatore. Mosso dalla miseria, dalla mancanza di giustizia e di educazione sociale si trasforma in un feroce criminale: accusato di violenza carnale e poi scagionato, Lester inizia una discesa verso la solitudine spirituale che termina in un totale imbarbarimento dell’animo: da povero diavolo, ad assassino e necrofilo.
Cormac McCarthy ci regala con “Figlio di Dio” un esempio magistrale di quello che è il suo stile: il racconto fatto di luci e di ombre di una stagione nella vita del protagonista, che in questo caso è la sua solitaria ascesa all’inferno. Lester è un minorato, la cui infermità è stata provocata dagli stessi personaggi che lo condanneranno per i suoi crimini, incapace di vivere nella società poiché privo di senso sociale, costretto a convivere con l’oscurità della sua mente (“Ci fossero state strade più buie della notte, lui le avrebbe trovate”). Le azioni di Lester provocano prima di tutto un senso di repulsione nel lettore, sono un pugno allo stomaco, ma lasciano intravedere anche un’attitudine alla bellezza non comune (“Rimase seduto per ore con il sole alle spalle, in mezzo al falasco mosso dal vento. Come se dovesse fare provvista di quel calore per l’inverno in arrivo”), il che lo rende meno insostenibile e degno di compassione:
“Ballard, una sagoma scimmiesca smarrita e senza amore, sgattaiolò via dalla piazzola così come era venuto, calpestando il fango e la ghiaia sottile e le lattine di birra schiacciate e i giornali e i preservativi lasciati lì a marcire.
Fila via figlio di puttana.

La voce si infranse contro la montagna che la rimandò indietro affievolita e inoffensiva. Poi non ci fu più nulla se non il silenzio e il profumo intenso dei fiori di caprifoglio nell’aria buia di quella notte di mezza estate.”
Lester Ballard non è un cattivo puro e in senso classico, quanto più una vittima del mondo crudele che lo circonda, una fiera che lotta con altre fiere per la sopravvivenza e come le fiere è costretto a muoversi (all’interno del testo sono numerosi, infatti, i paragoni tra il protagonista e il mondo animale). La sua vita è una lotta alla sopravvivenza: i pochi contatti di Lester con il mondo ci mostrano personaggi a volte peggiori di lui, un’umanità ottusa, povera e condotta dalla legge del più forte dalla quale tenta di difendersi come può – o come pensa sia giusto.

Per raccontare la dualità di questo mondo Mc Carthy riduce la scrittura all’essenziale, marca sui lati più crudi della vita, lascia che la bellezza del paesaggio riempia i vuoti lasciati dalla narrazione. Il suo punto di forza sta nel riuscire a bilanciare l’ostile e il non ostile, il romanticismo della descrizione del paesaggio e la violenza delle azioni dell’uomo.

E nonostante alla fine il male sembra prevalere, Mc Carthy riesce a far emergere una flebile speranza, la possibilità che possa esistere qualcosa di buono: Ballard agisce come un animale, ma in fondo rimane un figlio di dio sofferente, capace solo di sopravvivere tramite la violenza ma anche di far intravedere una flebile luce divina di speranza:

“Uscì dalla dolina per veder nascere il giorno, quasi singhiozzando per la fatica. Tutto era immobile in quel morto deserto da fiaba, i boschi inghirlandati di fiori di brina, fili d’erba che spuntavano da bianche fantasmagorie di cristallo come i merletti che la pietra disegna sul pavimento di una caverna. Non aveva ancora smesso di imprecare. Qualunque cosa fosse la voce che poi gli parlò, non era un demone ma un vecchio io perduto che ancora tornava di tanto in tanto in nome della ragione stessa, una mano che lo aiutava a ritrarsi dall’orlo della furia disastrosa in cui stava per precipitare.”

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Cormac

Mccarthy

Libri dallo stesso autore

Intervista a McCarthy Cormac

S'incrociano in una mattina di pioggia, su un marciapiede scivoloso. Dorina che fa tesi a pagamento e Livio che fa l'antiquario. Subito s'innamorano. Dorina, una giovane single, e Livio, un uomo sposato... Ma i ruoli di quella che potrebbe sembrare un'ordinaria relazione fra amanti clandestini s'invertono fin dall'inizio. Livio, radicato in una solida vita matrimoniale, si trova invischiato in un rapporto privo di gerarchie che la sua normalità non può reggere. Perche Dorina non vuol prendere il posto di sua moglie. Non chiede niente piú di quello che Livio è disposto a darle. Accetta la sua condizione di marito e di padre con una naturalezza che sconvolge l'assetto ordinato della vita di lui. Tanto da fargli montare dentro l'ossessione di sapere se il silenzio di Dorina, la sua mancanza di domande, la sua tranquillità ogni volta che lo vede tornare in famiglia, la luce tiepida e rassegnata che le raddolcisce lo sguardo siano cicatrici o espressioni naturali della sua persona. La donna di scorta è la messa a nudo di un sentimento vero e autosufficiente che non ricatta, non pretende; e non ha bisogno di investiture, sacrifici o riconoscimenti, ma nel puro desiderio dell'altro trova la sua sola ragione di essere.

La donna di scorta

De Silva Diego

Chi salirà nel monte di Dio? Chi ha le mani innocenti e il cuore puro. Un quartiere di vicoli a Napoli: Montedidio. Un ragazzo di tredici anni va a bottega da Mast'Errico, il falegname. E' l'inizio della sua vita nuova, la vita che a sera, a casa, in una casa vuota per l'assenza del padre e per la malattia della madre, il ragazzo va scrivendo su una bobina di carta avuta in regalo dal tipografo di Montedidio. Ha anche un altro regalo, che porta sempre con sé, un "bùmeran", un legno nato per volare che il padre ebbe a sua volta da un marinaio di passaggio. Così passano i giorni: Mast'Errico gli insegna il mestiere e Don Rafaniello, uno scarparo che Mast'Errico tiene ospite a bottega, gli insegna a pensare sugli uomini e sulle cose.

MONTEDIDIO

De Luca Erri

Chi è lui? Chi lo ha generato davvero? Suo padre Alois Hitler, funzionario di dogana austriaco, se lo chiederà sempre. E senza risposta, perché nemmeno sul letto di morte la madre gli svelerà il segreto della sua nascita di illegittimo. E lo stesso ci chiediamo noi di Adolf Hitler: chi è? Chi lo ha generato? Da dove viene il lupo Fenrir che, nelle mitologie nordiche, a un certo punto del Tempo spezzerà la catena per irrompere schiumando di rabbia e annunciare la fine del mondo? Questo noi ci domandiamo, consapevoli che, se si comincia a spiegare, a rispondere alla domanda "perché?", si finisce per correre il rischio di giustificare. E invece lo strenuo sforzo, letterario e civile, di Genna è quello di attenersi alla cruda durezza dei fatti, di raccontarci passo per passo la vita di un uomo che ha incarnato il Male dei nostri tempi, facendone un'epica non celebrativa ma distruttiva, un'epica che si corrode nel suo farsi.

HITLER

Genna Giuseppe

È la fine del 1906 a Versailles quando un ragazzino di diciassette anni, che ne dimostra tredici e si guadagna da vivere come galoppino, si imbatte in Marcel Proust. Lo scrittore non ha nemmeno quarant'anni e nessuno immagina che diventerà il più celebre autore francese del Novecento, per ora è solo uno scrittore che si è rifugiato al Grand Hotel per stare in pace e dedicarsi ai suoi appunti, almeno fino al momento in cui il suo prezioso taccuino non scompare. Di Nöel, il protagonista di questa storia, non c'è traccia da nessuna parte, non viene mai citato e non esistono testimonianze, lettere o biografie che lo ricordino, eppure per molto tempo fu la compagnia prediletta da Monsieur Proust, il compagno di numerose indagini segrete e l'abile risolutore di enigmi complicati. Soprattutto si deve a lui la ricerca e il fortunato ritrovamento di un prezioso taccuino indispensabile per scrivere un certo romanzo… Tra malintesi, ricerche misteriose, pagine perdute e abilmente ritrovate, Pierre-Yves Leprince costruisce un romanzo che è al tempo stesso una detective story intelligente e pronta a spiazzare il lettore in ogni certezza, la storia di amicizia tra un genio del secolo scorso e un ragazzino che ha letto pochi libri ma ha occhio per i dettagli, e soprattutto è un omaggio appassionato e acuto all'autore della Recherche da parte di uno scrittore che conosce ogni piega dell'opera, della lingua e, come il protagonista di queste pagine, sembra capace di ridere e scherzare con un amico d'eccezione.

Il taccuino perduto. Un’inchiesta di Monsieur Proust

Leprince Pierre-Yves