Narrativa

FUGA SENZA FINE

Roth Joseph

Descrizione: Il volume raccoglie due dei più importanti romanzi di Joseph Roth. Nella Leggenda del santo bevitore Andreas, un clochard, vive sotto i ponti di Parigi. Quando un misterioso passante gli dona una piccola somma di denaro, egli la accetta promettendo di restituirla la domenica successiva con un'offerta in chiesa. Ogni volta che ha in tasca il denaro sufficiente per saldare il suo debito, però, Andreas non resiste alla tentazione di usarlo per rincorrere vizi e piaceri e la restituzione di quei duecento franchi diventa la sua tormentata ragione di esistere. Da questo racconto, tradotto in tutto il mondo e considerato il testamento letterario di Roth, è tratto l'omonimo film di Ermanno Olmi. In Fuga senza fine, Franz Tunda, tenente dell'esercito austriaco, viene fatto prigioniero dai russi e riesce a salvarsi grazie all'aiuto di un mercante di pellicce siberiano, che lo nasconde in casa sua. A guerra finita, Franz, dopo molte peripezie e avventure sentimentali, ritorna finalmente in Austria, ma ormai non è più lo stesso. Metafora del disincanto e dello smarrimento che ha colpito la generazione vissuta in Europa tra le due guerre, questo breve e intenso romanzo è considerato il più autobiografico tra quelli di Roth.

Categoria: Narrativa

Editore: Newton Compton

Collana:

Anno: 2010

ISBN: 9788854117051

Recensito da Diego Manzetti

Le Vostre recensioni

In quanto segue racconto la storia del mio amico, compagno d’armi e di fede Franz Tunda. Ripercorro in parte i suoi diari, in parte i suoi racconti. Non ho inventato né composto nulla. Ormai non si tratta più di “poetare”. Ciò che più conta è quel che si è osservato“.

Fuga senza fine è la storia del vagabondare del tenente Franz Tunda. Un vagabondare fisico, ma non di meno psicologico. Gli accadimenti lo vedono girare per l’Europa in un momento di grande cambiamento. Franz vive questo cambiamento adattandosi alle situazioni nelle quali si vede coinvolto, senza però mai immedesimarsi attivamente in esse.

Prigioniero dell’armata russa, riuscì a fuggire per rimanere alcuni anni ospite in Siberia nella “remota, triste e solitaria cascina” dell’uomo che lo aveva aiutato a scappare. Prigioniero delle guardie bianche, è stato liberato dalle guardie rosse della rivoluzione russa. Seppur non particolarmente coinvolto nella causa (ho raccontato che Tunda aveva cominciato a lottare per la rivoluzione. Si trattò di un caso), Franz aveva tuttavia preso parte alla rivoluzione, unendosi in uno strano rapporto sentimentale con una delle guardie rosse, Natasha Alexandrovna, “figlia di un orologiaio e di una contadina“. Natasha era una vera e propria figlia della rivoluzione. Una che credeva veramente in un mondo diverso e per tale causa avrebbe dato la vita. E’ per questo che dopo la rivoluzione lei continuò (ed anzi intensificò) le sue attività per il nascente partito comunista. Contrariamente, Franz, proprio perché non realmente coinvolto negli ideali della rivoluzione, proseguì la sua militanza con superficialità. Certo, anche lui aveva gioito della vittoria.
Visse la vittoria della rivoluzione. Nelle città si issavano bandiere rosse in ogni casa e le donne portavano foulard rossi. Giravano per le strade come papaveri vivi. Sulla miseria dei mendicanti e dei senzatetto, sulle strade deserte, sopra le case distrutte dalle armi da fuoco, sulle macerie in mezzo alle piazze, sulle rovine che odoravano d’incendio, sulle camere in cui giacevano i malati, sui cimiteri che aprivano e chiudevano ininterrottamente le loro tombe, sui cittadini sospiranti, che spalavano la neve e dovevano pulire i marciapiedi, aleggiava quel rosso sconosciuto“.
La sua non era però una partecipazione convinta, come gli recriminava Natasha: “Tu dormi sugli allori, ma la vittoria non è ancora arrivata, siamo ancora in guerra, ogni giorno. La guerra civile è finita, ma ora inizia la assai più importante guerra contro l’analfabetismo. Quella che conduciamo oggi è una guerra santa per l’istruzione della classe lavoratrice. In nome della rivoluzione nessun sacrificio è per noi troppo costoso“. E invece per Franz il sacrificio era evidentemente troppo costoso; o forse si trattava semplicemente di quel suo spirito di indifferenza, che sempre lo accompagnava.
Sta di fatto che Franz continuò il suo girovagare. Si sposò, ma senza convinzione. Partì senza dir nulla, per far ritorno nella sua Austria, che non era più quella che ricordava. “Perché aveva lasciato la Russia? Si potrebbe chiamare Tunda immorale e privo di carattere. Gli uomini che hanno una strada chiara e una meta morale, e anche coloro che hanno ambizione, sono diversi dal mio amico Tunda. Il mio amico era l’esempio di carattere inaffidabile. Era così inaffidabile che non si poteva nemmeno attribuirgli dell’egoismo. Non mirava ai cosiddetti privilegi personali. Aveva poche considerazioni egoistiche quanto morali. Se fosse necessario caratterizzarlo attraverso un attributo, allora direi che la sua qualità più evidente è il desiderio di libertà“.
Partì nuovamente, questa volta diretto a Berlino, dove viveva il fratello, importante direttore d’orchestra, uomo d’arte stimato dai suoi concittadini con il quale però Franz mai aveva avuto un buon rapporto. Da giovane Franz voleva diventare musicista, mentre il fratello era destinato alla carriera militare (almeno nelle aspettative del padre). La vita però spesso è imprevedibile. Il fratello di Franz, George, si ruppe una gamba giocandosi la carriera militare (senza peraltro dispiacersene tanto), e il padre decise che questa sarebbe toccata proprio a Franz. “All’epoca Franz odiava il fratello. Gli invidiava la fortuna di essere caduto e di essersi rotto la gamba. Voleva abbandonare l’accademia militare ad ogni costo. Sperava che un giorno sarebbe caduto e si sarebbe rotto una gamba o un braccio […] ma il risultato dei suoi sforzi furono l’entusiasmo dei suoi insegnanti e di suo padre e prognosi eccellenti per una carriera militare“. Il rapporto tra i fratelli non migliorò nel corso degli anni, né tantomeno durante la permanenza di Franz a Berlino. Anche lì, Franz visse la propria vita senza parteciparvi realmente. Come sempre, sembrava vivere le giornate come se il tutto fosse una situazione temporanea. Un po’ come quando ci si trova in qualche posto per poche settimane, senza molto da fare. Si gira per le strade, ci si incuriosisce per le nuove esperienze, ma non si inizia una vita come se quel posto dovesse essere la propria casa. Così Franz sembrava vivere la propria intera vita. Come se quella vita fosse di passaggio e lui attendesse chissà quale evento per iniziare a viverla.
Sta di fatto che Franz non riusciva a comprendere la vita del fratello e la società in cui questi si era così ben inserito. Si scontrava con quegli uomini di successo che popolavano ogni giorno la casa in cui era ospite. Si trovava incolpevolmente a subire lo scontro tra la società rivoluzionaria russa nella quale, volente o nolente, aveva dovuto vivere, con quella decadente di una società capitalistica che sembrava allora in declino. “Prima l’ho capita bene, signor Tunda“, dice un industriale ospite del fratello con il quale Franz aveva intrapreso una discussione animata, “ho capito perfettamente cosa intendesse dire con il vento di Baku. Ho capito perfettamente che lei ha vissuto molte cose e che noi ora, da ingenui, le facciamo stupide domande. Per quanto mi riguarda, le ho posto le mie pragmatiche domande per un ben preciso, e assai egoistico motivo. In un certo qual modo ne ero obbligato. Lei ancora non comprende queste cose. Deve trascorrere ancora un po’ di tempo qui da noi […] tutti qui vivono secondo leggi eterne, e contro la propria volontà. Tutti naturalmente, una volta, ovvero quando sono arrivati, avevano una propria volontà. Hanno organizzato la propria vita, nella libertà più assoluta, nessuno ha interferito. Ma dopo un po’ di tempo, senza accorgersene, ciò che avevano costruito per libera scelta diveniva legge, non scritta ma in qualche modo sacra, smettendo così di essere la conseguenza della propria decisione […] quando sono venuto qui come industriale, crede forse che avrei mai avuto la possibilità di diventare direttore d’orchestra, anche se fossi stato dieci volte meglio del suo signor fratello? Viceversa, crede forse che suo fratello potrebbe mai diventare industriale? […] Se una volta ha spiegato alla sua cuoca: non amo la carne bianca, crede forse che tra dieci anni sarà capace di modificare la sua scelta? […] Ognuno dice ciò che la legge gli prescrive. La piccola attrice, che prima le ha chiesto del giovane scrittore russo, forse è più interessata al petrolio. Ma no, ognuno ha il suo ruolo […]“.
Ma Franz un suo ruolo proprio non voleva averlo. Non accettava l’idea di dover partecipare a questo gioco. Si illudeva forse di potervi sfuggire.
Partì così nuovamente, diretto questa volta a Parigi, dove intendeva incontrare una donna che aveva conosciuto nel corso della sua esperienza in Russia. Durante la sua permanenza a Parigi, dopo un primo periodo di esaltazione, Franz si rese conto dello stato di vuoto che lo circondava.  “Nella capitale del mondo europeo, da dove provenivano i pensieri e i canti della libertà, vide che nessuno riceve una crosta di pane secco in cambio di nulla“. Cosa avrebbe fatto Franz, a corto di denaro, per poter sopravvivere? Si rese conto che la persona per la quale era venuto a Parigi era in realtà una sconosciuta: “tra lui e lei non c’era nulla, che quel pomeriggio e quella sera a Baku non erano stati altro che l’incontro di due persone a una stazione, prima della partenza dei loro treni“. Per tutto il tempo pensava a cosa avrebbe detto se gli fosse venuto in mente di chiederle del denaro. Come sarebbe apparso brutto in primo luogo il fatto stesso di non aver denaro, secondo, il parlarne in sua presenza e, terzo, non avere preoccupazioni maggiori se non quella di sapere cosa mangiare l’indomani. Quanto l’avrebbe disprezzato! Quant’è brutto il denaro che non si ha! E quanto è ancora più brutto il fatto di averne bisogno nel cuore della più bella città del mondo e davanti a una bella donna. Essere poveri era ai suoi occhi la cosa meno virile in assoluto – e non soltanto ai suoi occhi“.
Forse Franz, dopo un lungo percorso, aveva finalmente preso consapevolezza di se stesso. Riusciva finalmente a vivere nel presente che lo circondava. Un presente, però, che si rese conto non gli apparteneva più. Cosa aveva costruito nel suo girovagare? Aveva abbandonato donne, lasciato paesi, evitato ogni sorta di legame con il mondo. Ora però come si trovava? “Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano pieni, nei magazzini le donne facevano ressa, nei saloni di moda i manichini giravano su se stessi, nelle pasticcerie chiacchieravano i bighelloni, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, sulle rive della Senna si spidocchiavano i barboni, al Bois de Boulogne si baciavano le coppie di innamorati, nei giardini i bambini andavano sulle giostre. In quell’ora, il mio amico Tunda, trentadue anni, fresco e in salute, un uomo giovane e forte, dai molti talenti, si trovava sulla piazza della Madeleine, al centro della capitale del mondo e non sapeva cosa doveva fare. Non aveva lavoro, non aveva amore, non aveva desiderio, non aveva speranza, non aveva ambizione e nemmeno egoismo. Così superfluo come lui non c’era nessuno al mondo“.
L’edizione 2010 di Newton Compton da me letta contiene anche il testo de La leggenda del santo bevitore, che vi consiglio vivamente.

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