Narrativa

Full of life (Una vita piena)

Fante John

Descrizione: "È la storia di un uomo e di sua moglie, di come diventano genitori di un bellissimo bambino": questa - per usare le parole di Fante in una lettera alla madre - l'idea portante di "Full of life". Ma, come in tutti i romanzi del grande narratore americano, è molto difficile riassumere le invenzioni, l'ironia, le meraviglie della sua scrittura: si può solo goderne il divertimento e la forza che la ispirano. Pubblicato nel 1952 e qualche anno dopo adattato per il cinema (con tanto di nomination all'Oscar per la migliore sceneggiatura), è il libro più comico e autobiografico scritto da John Fante, il suo ultimo romanzo prima del lungo silenzio durato oltre venticinque anni. E dunque ecco John e sua moglie Joyce alle prese con l'arrivo del loro primo figlio, l'improvviso attacco di una schiera di voraci termiti alla loro casa di Los Angeles, il soccorso di papà Nick, il "più grande muratore della California", e ancora una serie interminabile di piccole disavventure e litigate, tra lacrime, sorrisi, crisi mistiche e formidabili bevute di vino.

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Stile libero

Anno: 2009

ISBN: 9788806171421

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Full of life di John Fante è preceduto da una doppia prefazione: quella di Paolo Giordano (“Full of Life è… un esempio brillante di romanzo maschile”) vagamente demagogica (“Io sto dalla parte di Joyce”), quella più cronachistica di Emanuele Trevi (“E alla grande fortuna di Full of life contribuì di sicuro anche il film uscito nel 1956, diretto da Richard Quine e interpretato da Judy Holliday e Richard Conte…”).

In questo romanzo i personaggi hanno i nomi reali: lo scrittore è John, non più Bandini, sua moglie è Joyce, il papà è Nick Fante. Come nella vita vera. Anche se qui sono parodie o caricature.

La prima maternità di Joyce diviene terreno di scontro (“Puoi andartene quando vuoi…. Ci vuole una grande pazienza, ma non si può andare via”) tra le diverse ambizioni e speranze dell’insolito triangolo tra marito (“Mi misi a piangere perché non volevo diventare padre, marito e nemmeno uomo, volevo tornare indietro all’età di sei o sette anni…”), moglie (“… la veranda chiusa che aveva trasformato in una nursery… Era tutto rosa, rosa per una bambina, con le tende rosa e dei nastri rosa”) e il di lui papà: un abruzzese purosangue (“La vita senza nipoti maschi non era vita”), attaccato alle tradizioni e alle superstizioni della sua terra (“Era un altro spicchio d’aglio. Emanava un odore forte e selvaggio, pulito e caustico”).
Il risultato è spettacolare e divertente.
Le caratterizzazioni sono potenti.

John è ipocondriaco (al punto da perseguitare il dottor Stanley. “Quando ha fatto l’ultima volta la Wassermann?”), dominato dalla figura paterna (“Certo, l’avremmo buttata giù la storia dello zio Mingo, e il bambino l’avrebbe potuta leggere”) che spesso lo relega in ruolo recessivo (“Oh, … lei è il figlio del vecchio”). Ė umorale (“Si mise a piangere, e io con lui, ci abbracciammo e piangemmo a lungo perché noi sapevamo quanto fosse importante lo zio Mingo…”), vittimista (“Erano schierati contro di me, c’era un muro fra noi, un camino”), emotivo (“Tirai su il libro dal pavimento, ma avevo troppe mani, troppe dita”), impressionabile (“All’improvviso vi fu un grido da far drizzare i capelli”). In sintesi:
Ero davvero un uomo molto sfortunato perché mi ero attaccato per sempre a quella massa di carne sussultante e singhiozzante.  Guidavo con gli occhi umidi, e piangevo pensando a me, affascinato dal mio coraggio e dalla mia costante lealtà. Come aveva ragione! Come ero stato nobile, capace di soffrire a lungo.” 

Joyce è categorica (“Non puoi più dormire con me”), brilla di luce propria (“Quando rimase incinta, non le interessò più leggere le mie cose”), è ostaggio delle voglie (“Mangiava come un profugo liberato… insediandosi nel luogo – ndr: il letto – che era diventato una trattoria”) che sconfinano in manie (“Da quando era cominciata la gravidanza aveva sentito il pungolo della religione, l’urgenza di un cambiamento”).

Nick è rude (“Aveva le mani di Belzebù, dure e callose, con le dita nodose e tronche del muratore”), patriarcale (“Questa è la fine della stirpe dei Fante”), superstizioso (“Non volevo che usasse nessuna delle sue tecniche abruzzesi con Joyce”), vendicativo (“I suoi occhi erano cattivi e fuori dalle orbite per il rancore… Poi capii. Stava ancora pensando a quando vendetti la sua betoniera per comprarmi una bicicletta”), testardo (“Vuoi stare qui ad aggiustare il pavimento mentre io vado a scrivere un racconto?”), orgoglioso (“Non è un lavoro per me, quello. Chiama un falegname”), attaccato alle tradizioni (“La sua confessione sembrava una litigata. Si svolse in italiano…”), amabile (“Lasciò dietro di sé una scia d’amore”) come il vino che assume in grandi quantità (“Ma c’era anche un lato esotico nella sua natura, perché gli piaceva l’anisetta fiorentina distillata dai monaci italiani… deve avere del Galliano…”).

La gravidanza di Joyce viene vissuta in modo surreale e fazioso: l’originalità della panoramica che Fante fornisce può essere ben condensata nelle qualificazioni dissacranti (“Il bambino era un mostro”), misteriche (“Una sporgenza all’altezza del suo punto vita, una cosa dai movimenti sinuosi, striscianti e contorti come un groviglio di serpi”), tendenziose (“Era il rumore di una fabbrica di birra, tubi che sibilavano, tini di fermentazione, fumanti lavaggi di bottiglie…”), ammirate  (“In soggezione davanti al meraviglioso pallone”) e ondivaghe (“Quella estensione di lui stesso, la proiezione della sua vita molto oltre il limite degli anni che avrebbe passato sulla terra”) del nascituro.

Dall’incrocio dei tre personaggi derivano situazioni grottesche (“Abbiamo qualche termite. Tutti hanno le termiti. Ma nessuno ha un camino come il mio”), paradossali (“Chiama padre Gondalfo. Voglio essere battezzata”), umoristiche (“Pensavo che il marito fosse il vecchio”)… fino all’emozione concitata del parto (“Contai dieci dita delle mani, dieci dei piedi e…  Un padre non avrebbe potuto certamente chiedere di più”).

Un romanzo da leggere e amare.

Bruno Elpis

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