Classici

Giacomo Leopardi: Pensieri e parole

Descrizione:

Categoria: Classici

Editore:

Collana:

Anno:

ISBN:

Trama

Le Vostre recensioni

576px-Leopardi Giacomo 1798-1837 - ritr  A Ferrazzi Recanati casa LeopardiGiacomo Leopardi: Pensieri e parole

 

Il pensiero di Leopardi si articola in diverse fasi, che sono caratterizzate da una differente concezione della natura.

Nella prima fase, definita del «pessimismo storico», Leopardi ritiene che la natura sia un’entità benigna: una madre attenta e premurosa, che offre come dono prezioso agli uomini la possibilità di illudersi, permettendo così all’essere umano di nascondere a se stesso la miseria della propria reale condizione e infondendogli gioia e piacevolezza. L’esercizio di questa facoltà non rimane tuttavia costante nella storia. Secondo Leopardi, infatti, i popoli antichi erano capaci di illudersi poiché ancora vicini alla creazione e dunque alla natura stessa; parimenti i fanciulli coltivano le illusioni poiché sono in una fase della loro vita caratterizzata da una sana inconsapevolezza.

Il poeta ritiene però che vi sia stato un processo storico di progressivo allontanamento dalle due fortunate condizioni, che ha portato l’uomo a scoprire, e successivamente a preferire, l’uso della ragione, che spegne la capacità di illudersi. Questa parabola viene vissuta nella stessa maniera sia da ciascun individuo singolo, sia dall’intera umanità considerata nel suo sviluppo storico.

L’illusione permetteva a Leopardi di affrontare l’esistenza con una piacevolezza che, pur non nascondendogli l’infelicità umana, tuttavia gli addolciva l’esistenza.
In questa prima fase del pensiero leopardiano, la «teoria delle illusioni» si affianca a quella «del suono e della visione», secondo cui suoni indistinti e visioni parziali dello spazio stimolano la facoltà immaginativa che porta all’illusione nella ricerca del piacere. Per il poeta, infatti, gli stessi sentimenti e il piacere sono illusioni che egli decide di provare, pur nella consapevolezza della loro irrealtà.

A questo proposito significativo risulta l’idillio intitolato L’Infinito, in cui in poeta immagina paesaggi inesplorati e indefiniti al di là  di una siepe che limita la sua visuale.
Questa prima illusione viene arricchita da quella dei ricordi, richiamati alla memoria del poeta dal suono del vento che agita le fronde degli alberi.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e rimirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

(L’Infinito).

Illusione è, però, anche la felicità che l’uomo persegue nella fase giovanile, senza avere ancora la consapevolezza della sua impossibilità di realizzazione. A questo proposito si possono ricordare sia la poesia Alla luna sia la La sera del dì di festa.

…Oh come grato occorre
nel tempo giovanil, quando ancor lungo
la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!

(Alla Luna, 12-16).

 

Nella mia prima età, quando s’aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
premea le piume; ed alla tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri
lontanando morire  a poco a poco,
già similmente mi stringeva il core.

(La sera del dì di festa, 40-46).

Dopo la fase del «pessimismo storico», Leopardi approda a quella del «pessimismo cosmico», in cui rivede le proprie posizioni e soprattutto la propria concezione della natura.

Quest’ultima, infatti, non viene più considerata come una madre benigna, ma come una matrigna indifferente e cattiva; è necessario tuttavia precisare che, da un punto di vista filosofico, per Leopardi la natura è un meccanismo soggetto alle leggi della necessità e, come tale, del tutto indifferente alla sorte dell’uomo.

Questa fase del pensiero leopardiano è da associare alla mancanza di ispirazione poetica, poiché l’autore si dedica alla scrittura filosofica delle Operette morali.
Tuttavia, nel 1828, si risveglia in lui l’ispirazione e si apre la stagione dei cosiddetti Grandi idilli. Nella poesia A Silvia il poeta tratteggia un parallelo tra se stesso e la fanciulla, con la quale era solito trascorrere le sue giornate durante la giovinezza, ricreando simbolicamente le due fasi caratteristiche della vita dell’uomo: quella della fanciullezza inconsapevole e quella consapevole dell’età matura.

Silvia viene colta nel periodo migliore dell’esistenza, nel pieno della giovinezza, quando comincia ad affrontare la vita; anche il poeta ricorda se stesso giovane, quando si dedicava ai suoi leggiadri studi, ai quali dedicava molto tempo: «e di me si spendea la miglior parte».

L’uso dell’aggettivo «migliore» reca già in sé un implicito giudizio sulla parabola della vita che il poeta percorrerà, a differenza di Silvia, sino in fondo.

Che pensieri soavi,
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
la vita umana e il fato!

(A Silvia, 28-31).

Di fronte a questo ricordo, il poeta si sente prendere da uno sconforto insopportabile e si scaglia contro la natura che non realizza le attese degli uomini.

O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

(A Silvia, 36-39).

A questo proposito Leopardi descrive la scomparsa di Silvia che, morendo giovane, non visse l’amara necessità del disinganno e dunque se ne andò conservando intatte le proprie illusioni.

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi
il fior degli anni tuoi;
non ti molceva il core
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi;
né teco le compagne ai dì festivi
ragionavan d’amore. 

(A Silvia, 40-48).

Leopardi invece, vivendo più a lungo rispetto a Silvia, vede disattese le proprie speranze e, attraverso una serie di domande, chiede alla natura, ma forse anche a se stesso, che cosa sia rimasto di tutte le aspettative che nutriva in gioventù. Si tratta della conferma definitiva del disinganno della natura.

Anche peria fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati
la giovanezza. Ahi come,
come passata sei,
cara compagna dell’età mia nova,
mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,
onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.  

(A Silvia, 49-63).

In conclusione, dall’analisi della poesia A Silvia, si può affermare che Leopardi, pur consapevole dell’impossibilità della felicità, sembra tuttavia rimpiangere quella fase della vita in cui le illusioni, estremo inganno della natura matrigna, permettevano di addolcire l’esistenza, che diviene invece un fardello pesantissimo nel momento in cui il Vero appare come unico orizzonte alla vita umana.

A metà tra il «pessimismo storico» e quello «cosmico», si delinea infine in Leopardi un’ulteriore svolta di pensiero, nella quale viene a definirsi una condizione di infelicità umana dovuta non tanto a un particolare processo storico quanto frutto di un’atavica necessità.
Non si incolpa ancora la natura matrigna ma il Fato, al cui volere uomini e dei furono sottomessi fin dall’antichità. Ecco allora che Saffo, colei che rese piena dignità al sentimento amoroso attraverso i propri frammenti, si uccise gettandosi dal promontorio di Leucade, a causa dell’amore non ricambiato per il giovane Faone.
Saffo diviene per Leopardi il simbolo di un alto ingegno, imprigionato però in un corpo poco attraente, tale da non permetterle di realizzarsi pienamente come essere umano.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
infinita beltà parte nessuna
alla misera Saffo i numi e l’empia
sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni
vile, o natura, e grave ospite addetta,
e dispregiata amante, alle vezzose
tue forme il core e le pupille invano
supplichevole intendo.

(Ultimo canto di Saffo, 19-27)

Accanto a questa produzione, per così dire più canonica e conosciuta, Leopardi non mancò di cimentarsi con una forma letteraria di antichissima origine: la Canzone.
Se, secondo Dante, la canzone rappresentava la forma metrica stilisticamente più elevata e alla quale era necessario affidare i temi più alti, Leopardi non mancò di fare propri gli insegnamenti danteschi, piegando tuttavia la forma strofica ad una originalità del tutto personale.
Le canzoni di Leopardi, composte tra 1818 e il 1823, impiegano un linguaggio aulico e sublime e affrontano temi civili, strettamente inseriti però all’interno di quel «pessimismo storico» di cui si è già discusso. 

Vissero i fiori e l’erbe,
vissero i boschi un dì. Conscie le molli
Aure, le nubi e la titania lampa
fur dell’umana gente, allor che ignuda
te per le piagge e i colli,
ciprigna luce, alla deserta notte
con gli occhi intenti il viator seguendo,
te compagna alla via, te de’ mortali
pensosa immaginò.

(Alla Primavera, o delle favole antiche, 39-47).

Di nuovo Leopardi si rende conto di come il progressivo avvicinamento dell’uomo alla ragione abbia completamente spento in lui quella capacità immaginativa che gli permetteva di guardare alla realtà sempre con occhi incantati.

Sulla stessa scia è riconducibile un’altra delle famosi Canzoni leopardiane, Ad Angelo Mai, una sorta di summa dei motivi leopardiani più famosi, in cui volutamente il poeta si rivolge al passato con sentita nostalgia per un mondo che sente ormai inevitabilmente lontano.

Nostri sogni leggiadri ove son giti
dell’ignoto ricetto
d’ignoti abitatori, o del diurno
degli astri albergo, e del rimoto letto
della giovane Aurora, e del notturno
occulto sonno del maggior pianeta?
Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco tutto è simile, e discoprendo,
solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta
Il vero appena è giunto,
o caro immaginar; da te s’apparta
nostra mente in eterno; allo stupendo
poter tuo primo ne sottraggon gli anni;
e il conforto perì de’ nostri affanni.

(Ad Angelo Mai, 91-105).

Il caro immaginar tanto amato dal poeta si infrange inevitabilmente nel momento in cui il vero si presenta agli occhi dell’uomo in tutta la sua concretezza.
Le canzoni di stampo civile si inseriscono pienamente all’interno di quel clima, tipicamente romantico, nel quale la riscoperta del passato e dei valori che lo caratterizzavano, spinge gli intellettuali del tempo a porsi concrete domande sull’età presente e sull’assenza di valori che la caratterizza.
L’era presente si mostra agli occhi di Leopardi come dominata dalla noia, e la società è come assopita di fronte allo scorrere del tempo.

Significativa a tal proposito risulta la canzone All’Italia, dove basta il paragone iniziale per farci capire la distanza che intercorre tra un passato glorioso e un presente privo di valori.

O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: dite dite;
chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.

(All’Italia, 1-17)

E ancora aggiunge:

Perché, perché? dov’è la forza antica,
Dove l’armi e il valore e la costanza?

(All’Italia, 28-29)

Così poi si rivolge al sommo poeta:
Ahi, da che lungo scempio
vedi afflitta costei, che sì meschina
te salutava allora
Che di novo salisti al paradiso!
Oggi ridotta sì che a quel che vedi,
Fu fortunata allor donna e reina.
Tal miseria l’accora
qual tu forse mirando a te non credi.

(Sopra il monumento di Dante, 91-98)

Fino a giungere ad un monito che racchiude al suo interno tutto il suo pessimismo.

Anime care,
bench’infinita sia vostra sciagura,
datevi pace; e questo vi conforti
che conforto nessuno
avrete in questa o nell’età futura.

(Sopra il monumento di Dante, 164-168)

Nonostante le convinzioni espresse, Leopardi sentirà tuttavia l’esigenza di nutrire ancora una necessaria illusione, che deve essere condivisa dall’umanità intera: la Solidarietà.

Benché consapevole della natura illusoria di questo valore, Leopardi lo propone con disperata forza nell’ultimo testo da lui scritto, quasi un testamento spirituale: La Ginestra.

Nella poesia l’autore invita gli uomini, di fronte all’arido vero, ad unirsi in una social catena che possa aiutare l’umanità a sostenersi di fronte al nulla.

Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede
quale star può quel ch’ha in error la sede.

(La Ginestra, 145-157).

  

{jcomments on}

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Qual è il vergognoso segreto che Cirene Selva confida alla figlia Ortelia? In verità c'è più di un segreto dietro la vicenda di Amleto Selva, giovane garzone senza arte né parte ma molto ambizioso arrivato in paese nel 1919 al seguito di un sensuale di bestiame. Tanto per cominciare c'è il vero motivo del suo matrimonio con Cirene, timida e bruttina ma destinata a ereditare la macelleria del padre. Poi c'è la lunga guerra con la bottega rivale, quella del Bereni. Soprattutto c'è la passione del Selva per un'altra carne, un'esuberante vitalità sessuale che nel quieto tran tran del paese genera turbolenze e scandali subito soffocati ma destinati a generare lunghe ombre sul futuro.

IL SEGRETO DI ORTELIA

Vitali Andrea

Una vicenda che si fa, che si sviluppa sotto i nostri occhi di lettori, in "tempo reale", attraverso dialoghi, lettere, e-mail, messaggi sulle segreterie e dai cellulari. E un viaggio, due persone coinvolte, due persone che, pagina dopo pagina, si riveleranno piu "vicine" di quanto non appaia all'inizio.

PURA VITA

De Carlo Andrea

Virginia Woolf scrisse che il greco antico è una lingua «che ci tiene schiavi, che ci seduce e ci attira» pur nella sua irreparabile incomprensione. Sì, perché il greco oggi non lo comprendiamo più: la sua unicità è scomparsa per sempre. La lingua greca era, innanzitutto, un modo di vedere il mondo: un mondo in cui non esisteva il tempo delle cose, ma il come, l’aspetto. In cui i numeri delle parole erano tre, singolare plurale e duale – due per gli occhi, due per gli amanti –, ed esisteva un modo verbale per esprimere il desiderio, l’ottativo. Non esisteva il futuro, il greco moderno ha dovuto inventarlo. Il nostro modo di pensare è così diverso che il greco antico non è più parte di noi – linguisticamente siamo orfani. O meglio, diseredati. Queste Lezioni di greco nascono dalla cocciutaggine di chi ha a lungo studiato la lingua greca per rintracciarne il significato profondo – e per dare, nel 2016, significato a chi a questa lingua si avvicina. Nascono soprattutto dalla volontà di mettere fine a ogni paura, soggezione, separazione tra gli italiani moderni e i greci antichi. Si tratta quindi di un viaggio intimo del lettore nelle particolarità del greco antico, con la convinzione che solo l’immaginazione, la fantasia e l’ironia, supportate dalla conoscenza, ci possano liberare dalla schiavitù di una lingua che da millenni ci seduce senza capirla – e trasformarla in amore.

La lingua geniale

Marcolongo Andrea

Dall’incipit del libro: Una dedicatoria a un becchino? — E perchè no? Non è egli forse un uomo come un altro e — non ve l’abbiate a male — non può egli essere un galantuomo par vostro e mio? Anzi — e sarei pronto a giurarlo sul Vangelo —, ei valeva assai più di tanti e tanti che han titolo di baccelliere, e magari di dottore, i quali col nastrino all’occhiello dell’abito, sono saliti tant’alto da credere che gli onesti non li ravvisino più per quel ch’e’sono: barattieri solenni. Dico perciò che, se aveste conosciuto quel povero becchino, lo avreste, come me, amato e, aggiungo anche, onorato. Io, allora, ero quasi fanciullo; ma quando il brav’uomo morì, portavo già i peli del labbro superiore arricciati dispettosamente all’insù con quella boria de’ vent’anni, che sarebbe molto ridicola, se non fosse altrettanto innocente. Di quel tempo certi fumi si guardan con occhio benevolo, avvegnachè, più o meno, li abbiamo avuti tutti, quei fumi; e, invero, quella è proprio l’età delle leggerezze e delle scappatelle, le quali — ove non passino la misura o il segno — meritano sempre benevolo perdono. A quei giorni io credo che Tomaso Giona, soprannominato il Griso, andasse oltre i sessant’anni; e tuttavia quel numero di pasque se le portava bene.

La leggenda del Buranco

Maineri Baccio Emanuele