Narrativa

IL GIARDINO DI CEMENTO

Descrizione: «Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra quasi di avergli dato una mano a morire». Chi racconta è Jack, un ragazzino sporco, foruncoloso, tenuto in disparte dalla famiglia; suo padre è un uomo fragile, irascibile e ossessivo, che un giorno decide di costruire un giardino roccioso: si mette al lavoro, ma muore di fronte all'indifferenza di Jack che non chiede aiuto. Julie, sorella maggiore, prime magliette scollate, primi amori tenuti segreti. Sue, due anni meno di Jack, sgraziata, sempre pronta a ritessere i difficili rapporti di famiglia. Tom, un bambinetto vivace, tutto preso dai suoi giochi e dai terrori scolastici. Infine la madre, slavata, sempre affaccendata in cucina oppure sprofondata nel letto di malata. Un balletto di «enfants terribles» che fanno pensare a Cocteau, a Vitrac, alla Compton Burnett, eppure sono anche banali; figli di una «cattività» familiare segnata da un esasperato sadismo.

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: ET Scrittori

Anno: 2006

ISBN: 9788806135591

Trama

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 “Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra di avergli dato una mano a morire”: si apre così, con uno degli incipit più crudi della letteratura contemporanea Il giardino di cemento, primo romanzo di Ian McEwan pubblicato nel 1978 e che ha poi ispirato l’omonimo film del 1993 diretto dal regista Andrew Birkin.

Attraverso la voce dell’adolescente Jack viene narrata la storia di quattro ragazzini, cresciuti in un ambiente familiare malsano, senza una vera guida e con valori morali instabili, che durante una torrida estate perdono sia il padre (colpito da infarto) che la madre (a causa di una non specificata malattia). Decidendo di non separarsi dalla madre, ne seppelliscono il cadavere in un baule pieno di cemento in cantina, continuando poi a condurre la loro esistenza indifferenti a qualunque cosa accada fuori dalle mura di casa.

La sepoltura della madre è il momento centrale del romanzo e, pur configurandosi come un progetto ripugnante, è mossa da intenzioni ortodosse, cioè la difesa della famiglia: nascondere la morte della madre è l’unico modo per restare uniti.

Involontariamente i fratelli cercano di riprodurre una sorta di famiglia in cui i due fratelli più grandi, Jack e Julie (il cui rapporto sfocia nell’incesto) diventano una sorta di genitori per Sue (che si chiude in se stessa e trova sfogo al suo dolore nella scrittura) e per il piccolo Tom (che cerca di attirare l’attenzione su di sé regredendo mentalmente sino allo stadio di lattante).

La casa in cui si svolge l’azione è un universo sospeso nel vuoto, un contesto sociale ingannevole; provvede a dare un senso di sicurezza a questi ragazzi allo sbando, ma col proseguire della vicenda si mostra sempre più angosciante, morbosa, tetra.

Le tematiche esplorate nel romanzo,l’abiezione, la morbosità, non sono esattamente una novità. Persino la stessa trama non è particolarmente originale, tanto che McEwan fu accusato di aver plagiato il romanzo Our Mother’s House di Julian Gloag del 1963 (da cui fu tratto il film diretto da Jack Clayton Tutte le sere alle nove, del 1967).

Ma a parte la similitudine dell’intreccio, la particolarità di questo romanzo è tutta nella scrittura. Lo stile raffinato, incisivo, sintetico, il linguaggio scarno, l’apparente mancanza di profondità e l’appiattimento dell’effetto drammatico.

A turbare la mente del lettore è soprattutto il narratore adolescente, che racconta la storia della morte e sepoltura della madre in modo freddo e distaccato.

Sono l’atmosfera morbosa nella quale si svolge la vicenda, l’ambiente malsano in cui si sviluppa il rapporto incestuoso tra i fratelli, il concentrato di atmosfere torbide narrato come se fosse la semplice normalità e la mancanza di precisi riferimenti morali a costituire il carattere più angosciante del racconto.

Il giardino di cemento è un romanzo privo di scopi morali, in cui non ci sono buoni né cattivi, ma solo degli innocenti che, privi di ogni guida e senza limiti o regole, intraprendono un percorso per definire la propria identità e che non commettono peccato né meritano condanne perché non sono in grado di distinguere il bene dal male.

“Fu il rumore di due o tre macchine che frenavano davanti a casa, le porte sbattute e i passi concitati di parecchia gente sul vialetto antistante a svegliare Tom. Da una fessura nelle tende entrava una luce azzurra roteante che disegnava ombre mulinanti sul muro. Tom si sedette e le fissò sbattendo gli occhi. Noi circondammo il lettino e Julie si chinò a baciarlo. – Ecco qua! – disse, – ci siamo fatti una bella dormita.”.

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