Narrativa

Il giardino delle mosche. Vita di Andrej Cikatilo

Tarabbia Andrea

Descrizione: Tra il 1978 e il 1990, mentre in Unione Sovietica il potere si scopriva fragile e una certa visione del mondo si avviava al tramonto, Andrej Cikatilo, marito e padre di famiglia, comunista convinto e lavoratore, mutilava e uccideva nei modi più orrendi almeno cinquantasei persone. Le sue vittime bambini e ragazzi di entrambi i sessi, ma anche donne - avevano tutte una caratteristica comune: vivevano ai margini della società o non si sapevano adattare alle sue regole. Erano insomma simboli del fallimento dell'Idea comunista, sintomi dell'imminente crollo del Socialismo reale. Questo libro, sospeso tra romanzo e biografia, narra la storia di uno dei più feroci assassini del Novecento attraverso la visionaria, a tratti metafisica ricostruzione della confessione che egli rese in seguito all'arresto. E fa di più. Osa raccontare l'orrore e il fallimento in prima persona: Cikatilo, infatti, in questo libro dice "io". È lui stesso a farci entrare nella propria vita e nella propria testa, a svelarci le sue pulsioni più segrete, le sue umiliazioni e ossessioni. "Il giardino delle mosche" è un libro lirico e crudele allo stesso tempo: la storia di un'anima sbagliata, una meditazione sul potere e la sconfitta e, soprattutto, una discesa impietosa fino alle radici del Male.

Categoria: Narrativa

Editore: Ponte alle Grazie

Collana: Scrittori

Anno: 2016

ISBN: 9788868333454

Recensito da Daniela Frascati

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“Per molto tempo, non so più nemmeno quanto, ho vissuto in luoghi astratti. Stavo qui, nella mia casa o sul posto di lavoro, eppure non c’ero, disse, ero altrove. Io mi svegliavo – perché senza dubbio la mattina mi svegliavo – e avevo la sensazione di non esserci, come se il sonno mi avesse rubato o continuasse a esistere durante la veglia”così comincia Il Giardino delle Mosche, l’ultimo romanzo di Andrea Tarabbia, di cui lui stesso afferma “Voglio solo dire una cosa di cui sono convinto da mesi: il libro contiene alcune delle pagine più belle che abbia mai scritto. È per lunghi tratti il mio vertice di scrittore.

Una consapevolezza che misura davvero il valore di questo tenebroso e crudele romanzo e ne fa un capolavoro dove la narrazione è una sostanza che ti risucchia nella pagina malgrado l’orrore e la pena.

Il Giardino delle Mosche è un viaggio nella vita di Andrej Romanovič Čikatilo, uno dei più efferati serial killer della contemporaneità; è la sua biografia in veste di romanzo ricostruita attraverso documenti e confessioni, dall’infanzia fino all’ultimo processo in cui viene condannato a morte. E, dentro questo tempo lungo una vita, c’è tutto l’orrore dei 56 omicidi commessi: ragazzi donne uomini, mutilati, seviziati, persino divorati, con meticolosa e allucinata follia. Una discesa nell’inferno di una mente malata e lucida allo stesso tempo, attraversata da deliri e ossessioni che non conoscono contenzione o freni inibitori, ma solo violenza e sangue, corpi da sacrificare in un crescendo di crudeltà e che è, allo stesso tempo, sutùra di dolori che non hanno trovato parole né un sentimento che li accudisse.

La sofferenza e la morte signoreggiano sulla vita di Čikatilofin dalla sua nascita tra miseria estrema e orrori familiari: la madre violentata dai nazisti durante l’invasione della Russia, il padre tornato dalla guerra schernito come traditore della patria e per sempre reietto, il fratello Stepan che non ha mai conosciuto, ma il cui fantasma lo accompagnerà attraverso i suoi deliri onirici, ucciso e divorato dai vicini durante la terribile carestia degli anni 30 che la gente ucraina chiamava Golodomor, come fosse una sorta di tentacolare mostro cannibale.

“«Dov’è Stepan, mamma?»

 «C’era odore di morti per le strade. In primavera, con il disgelo, si trovavano le persone nei campi: i loro corpi erano lì dall’inverno prima, si erano conservati. Erano blu, ma avevano ancora la carne attaccata. Di notte, in primavera, i camion dell’esercito passavano a raccoglierli e li portavano chissà dove»

«Li aveva uccisi il Golodomor?»

«Sì. Era stato il Golodomor. Poi cominciarono a caricare sui treni anche gli uomini e le donne con le pance montate sugli stecchi. Li chiudevano nei vagoni e li portavano via. Dove, non lo so, ma sapevamo che quando uno saliva su uno di quei treni non faceva più ritorno»

«E Stepan?»”

Per un lungo tratto della sua esistenza l’ingegnere Andrej Čikatilo, malgrado le umiliazioni e una difformità di fondo che affiorava qua e là in comportamenti border line, riesce a condurre una vita normale; marito e padre esemplare, membro del Partito Comunista al quale aderisce come a una religione laica e salvifica, fino al giorno in cui, tornando dal lavoro, incrocia su un autobus una bimbetta di nove anni: è Lena, ha un cappottino rosso e un foulard in testa. Sarà la sua prima vittima.  La prima mosca.

Io sono l’indice e il pollice che schiacciano la mosca”.

Da lì in poi, per ogni nuova vittima, maniacalmente, forgerà un piccolo insetto da aggiungere al suo macabro giardino. Un insetto imperfetto, come imperfetti, ai suoi occhi, erano i poveri ignari a cui dava la morte. Reietti e marginali di una società di cui Čikatilo vedeva la dissoluzione e il fallimento, lontana dall’utopia che l’Unione Sovietica e il Pcus avevano rappresentato. La fine di un mondo perfetto per un uomo ossessionato dalla più grande imperfezione che lo possa colpire: l’incapacità di compiere l’atto sessuale, quell’umiliazione che Čikatilo chiama “la mia più grande mutilazione”. Tutta la sua vita è governata da quest’impotenza fallica umiliante, riscattata dalla sensazione di onnipotenza che nasce in lui quando, con ferocia, annienta con la morte le sue vittime.

«Un uomo è completo quando dà la vita e quando dà la morte: solo così un uomo è un uomo. Io, nonostante la mia debolezza, avevo avuto due figli. Ma mi era sempre mancata la morte. Mi era sempre mancata e adesso ce l’avevo: ce l’avevo! Avevo il più grande dei poteri! Avevo la morte!»

Andrea Tarabbia racconta la vita di Čikatilo e la devastazione della sua ragione con una forza narrativa inusuale nel panorama letterario italiano facendone, allo stesso tempo, metafora della disgregazione e del fallimento di un intero Paese.

Il paese utopico a cui Čikatilo aspira e nel nome del quale compie i suoi delitti, è una società governata da un potere pervasivo e performante e non da un potere flaccido e svigorito rappresentato ai suoi occhi da Gorbaciov, il Dissolutore. È a questa dispersione che lui contrappone la follia omicida con la quale pretende di epurare la società dai reietti e dagli emarginati che ne sono l’infamia.

Tarabbia scrive pagine cariche di orrore e di repulsione dove il Male diventa un mostro che prende le sembianze umane e reali di Čikatilo, ma oltre questo male assoluto, fa affiorare, in chi legge, un sentimento di compassione e pena, che coglie inaspettato.

“Ogni uomo che uccide assume su di sé la più grande della responsabilità – ma non mi fraintenda: non alludo alla morte degli altri, ma alla delega. Il mondo è pieno di assassini che non hanno mai ucciso né uccideranno; è pieno di morti e di benedizioni che non sono mai state date. Così, sulle mie spalle è caduta la colpa e la catarsi di tutti gli omicidi rimasti incompiuti nell’epoca della dissoluzione. Io me le sono prese, mi sono fatto carico di questo compito finale, e attraverso di me tutte le vendette invendicate si sono realizzate. Io giravo, e il Paese crollava: sono contemporaneo della fine del mondo e ho provato, per fedeltà, per amore a fare in modo che sopravvivesse. Nel mio giardino delle delizie (…) sono entrati soltanto dei rifiuti, dei reietti.”

È nell’ultima delle tre parti del romanzo che Tarabbia fa entrare in scena il personaggio che sembra riscattare il male soffocante con il quale Andrej Čikatilo ha coltivato il suo giardino delle mosche. Issa Magomedovič Kostoev, uomo di legge integerrimo e profondamente umano, è l’ispettore che ne raccoglie le confessioni. Anche lui è stato tartassato da un destino infelice, anche lui vede, con amarezza, dissolversi l’utopia in cui aveva creduto, ma occupare nella società un ruolo in cui può disporre della vita e della morte altrui non diventa l’abisso di un potere cieco e irrazionale. Il potere degli uomini non è quello di un “dio della carne” impietoso e vendicativo che stringe tra il pollice e l’indice un’umanità di mosche,  ma quello che sa vedere come il male e il bene, la vittima e il carnefice, sono impastati con la stessa materia fragile dell’animo umano.

Una prova difficile raccontare un personaggio mostro come Andrej Romanovič Čikatilo, ma Andrea Tarabbia conosce la potenza della parola e la grande pena per il destino degli uomini.  L’una e l’altra fanno di questo romanzo un capolavoro.

Daniela Frascati

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