Romanzo storico

Gli anagrammi di Varsavia

Zimler Richard

Descrizione: Varsavia, 1940. Adam aveva nove anni ed era alto un metro e ventisei; misurare la sua altezza era uno dei passatempi con cui lui e lo zio ingannavano la monotonia della vita nel ghetto. È nel filo spinato che separa quell'isola dimenticata nel cuore della città dal mondo esterno che, all'alba di un gelido mattino d'inverno, viene ritrovato il suo corpo senza vita: nudo, la gamba destra amputata sotto il ginocchio. Poi è la volta di Anna, quindici anni: anche lei è stata gettata nel filo spinato, ma a mancarle è la mano destra. In entrambi i casi, nelle parti mutilate la pelle presentava macchie o strane anomalie. La lotta quotidiana per la sopravvivenza non dà il tempo di soffermarsi sulle analogie che legano i due delitti: quando l'orrore è all'ordine del giorno, analizzarne i dettagli è una pratica che può condurre alla follia. Eppure, proprio nei particolari si scorge la strada verso la verità, e solo la ricerca della verità può in qualche modo placare il dolore e il senso di colpa di Erik Cohen, zio di Adam nonché psichiatra nella precedente vita da uomo libero. Quando Adam è scomparso, era lui a doverlo tenere d'occhio; è stato lui, dietro tanta insistenza da parte del bambino, che si annoiava in casa, a dargli il permesso di uscire a giocare, facendogli promettere di non allontanarsi dalla strada, neanche se i marziani fossero atterrati sulla sinagoga e avessero chiesto a lui in persona di negoziare un trattato di pace. L'uomo inizia un'indagine personale.

Categoria: Romanzo storico

Editore: Piemme

Collana:

Anno: 2012

ISBN: 9788856614909

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

 

Un libro per tener viva la memoria. Per non scordare a quali follie e perversioni possa giungere l’uomo.

Erik Cohen, psichiatra di origini ebree, nel 1941 affronta il dramma di tutti i polacchi ebrei: essere relegati nel ghetto, in condizioni di miseria assoluta, e subire la crudeltà ispirata dall’ideologia razzista e sanguinaria dei nazisti.

Suo nipote Adam, piccolo contrabbandiere che viola il divieto di uscire dal ghetto, viene trovato ucciso sul filo spinato. Il suo cadavere è stato profanato: gli è stata amputata una gamba. Zio Erik è deciso a individuare il responsabile di questo delitto e indaga su altri casi simili, di bambini uccisi e violati.

“Era evidente che aveva voluto un pezzo delle vite che aveva distrutto. Come trofei, forse. Ma perché proprio una mano e una gamba?”

Il movente sembra degno della crudeltà nazista: “Qualcuno aveva voluto impossessarsi delle imperfezioni della loro pelle, delle macchie che avevano fin da quando erano venuti al mondo. Ma perché?”

Al di là dell’interesse narrativo che la storia può rivestire, in questo commento mi piace elencare quali siano alcuni motivi per “la memoria”.

 LA MORTE DI UN BAMBINO

 La crudeltà dell’olocausto è contro natura. Ancor più, forse, se esercitata contro i bambini: “Adam era un bambino nato sotto il segno del sole e della luna. Quando era triste, la sua infelicità ci investiva come un vento desolato che ci riduceva in polvere. Ma quando era felice e ballava da solo un tango sulle note del grammofono … avevamo la certezza che saremmo riusciti a sopravvivere ai nazisti.”

Adam è una promessa, come ogni vita in potenza: “Per la prima volta ebbi la sensazione che avrebbe compiuto qualcosa di straordinario nella sua vita e seppi che proteggerlo era il compito più importante che mi fosse stato assegnato nel ghetto.”

Per questo, quando viene ritrovato morto, il vuoto si spalanca sulla madre Stefa, che si suiciderà, e sullo zio Erik, che troverà nell’indagine l’unica ragione per sopravvivere:

“… L’omicidio di Adam mi aveva liberato dal terrore della morte. Ormai non poteva succedermi niente di peggio.”

LE RIFLESSIONI SULLA VITA

Chi, meglio di uno psichiatra, trovandosi in situazioni estreme, può declinare riflessioni sull’uomo e sulla vita con spirito critico e analitico?

Alcune a partire dalla sua professione: “Una cosa ho imparato dai miei pazienti … ed è che ognuno di noi passa la vita con accanto l’ombra della persona che avrebbe potuto essere.”

Altre nella nuova condizione esistenziale: “… mi resi conto con stupore che, se fossi sopravvissuto al ghetto, sarei stato uno psichiatra più gentile e più bravo. Era una ragione sufficiente per continuare a vivere?”

Per sperimentare alcuni cedimenti morali: “Avrei dovuto portarlo via di lì, comprargli un paio di stivali o anche solo sorridergli, ma non feci niente di tutto questo. Era la prova di quanto avessi permesso che il nostro esilio mi allontanasse da me stesso.”

IL GHETTO

Le descrizioni della parte discriminata di Varsavia sono terrificanti: “Dopo qualche istante mi passarono davanti due trasportatori di cadaveri.”

Il filo spinato discrimina il tenore di vita nell’ambito della medesima città: “Un gruppo di bambini vestiti poco più che di stracci correva dietro il risciò e chiedeva la carità.”

E non soltanto sul piano materiale: “Non sono i nostri pensieri a fare di noi persone vive, è qualcos’altro. Ma che cosa? Il ghetto mi aveva insegnato la domanda, ma non mi aveva mai dato la risposta.”

 IL CAMPO DI LUBLINO

 L’ultima parte del romanzo è quella più sconcertante. Erik, dopo aver fatto luce sui delitti, fugge, ma poi viene catturato e deportato nel campo di concentramento di Lublino.

“Eravamo un migliaio nel campo, un migliaio di falene chiuse in una lampada nera e rossa che andavano a sbattere contro il vetro della comune identità ebraica.”

In seguito alla rappresaglia per la fuga di un ebreo, dieci prigionieri vengono condannati a morte. Eric tenta di difendere un giovane condannato … Diverrà un ibbur (un fantasma, uno spettro) e detterà a Heniek la sua storia. Quella che ha tanto sgomentato …

… Bruno Elpis

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