Classici

Gli indifferenti

Moravia Alberto

Descrizione: L'ambiente è quello della buona borghesia romana sul finire degli anni Venti. La relazione tra Leo e Mariagrazia è ormai stanca; i due giovani figli di lei, Michele e Carla, assistono con disagio alle manifestazioni di questa crisi. Leo diventa l'amante di Carla e Michele sente confusamente, ma senza vera indignazione, di dover intervenire. Cerca di provocare Leo, compie anche un goffo tentativo di ucciderlo, ma poi si rassegna, cede a Lisa (una ex amante di Leo), invaghitasi di lui. Anche Mariagrazia si rassegna all'inevitabile e Carla sposerà Leo.

Categoria: Classici

Editore: Bompiani

Collana:

Anno: 2012

ISBN: 9788845272196

Recensito da Fabrizio Comneno

Le Vostre recensioni

Gli indifferenti costituisce il primo romanzo di un ancora poco più che ventenne Alberto Moravia, che lo pubblicò a proprie spese, nel 1929, presso la casa editrice Alpes.

L’opera si inserisce precocemente all’interno di quella corrente neorealista che troverà poi il suo massimo splendore negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, grazie ad esponenti come Calvino, Pavese e Vittorini. Moravia non fu però il solo a dare un primo significativo contributo a tale movimento: accanto a lui si possono fare i nomi di Corrado Alvaro, che pubblicò Gente in Aspromonte solo un anno dopo l’uscita de Gli Indifferenti; Fontamara di Ignazio Silone vide invece la luce nel 1933; ed infine Tre Operai di Carlo Bernari fu invece pubblicato a Milano nel 1934. Opere, queste, accomunate da un profondo senso di aderenza alla realtà delle cose strettamente connesso alla voglia di dialogare con un pubblico sempre più vasto di lettori.

Il romanzo di Moravia è caratterizzato da un celebre incipit in medias res, che catapulta immediatamente il lettore all’interno del salotto della famiglia Ardengo, famiglia della borghesia romana, ormai in declino, composta dalla vedova Mariagrazia e dai suoi due figli, Carla e Michele. Accanto ad essi ruotano altri due personaggi: Leo Merumeci e Lisa. Il primo, uomo abbiente e dai dubbi costumi morali, è l’amante di Mariagrazia e successivamente anche della figlia Carla; la seconda, invece, è una giovane donna invaghita di Michele.

Il romanzo non può dunque definirsi corale, vista la scarsità dei personaggi che lo popolano, e non può nemmeno essere inserito all’interno del genere d’azione, dal momento che i dialoghi sono i veri protagonisti. Si potrebbe dunque forse parlare per Gli Indifferenti di «romanzo di costume», anche se la portata innovativa di tale opera è tale da renderla davvero unica e poco ascrivibile a un genere prestabilito. La stessa etichetta di «romanzo» è a dir poco limitante, a fronte di un’opera che potrebbe benissimo essere rappresentata all’interno di un teatro.

La scarsità d’azione fa dunque da contraltare alla grande attenzione che Moravia mostra nell’approfondimento psicologico dei suoi personaggi; la vita borghese nella sua routine, nei suoi giochi di finzione e nella sua apparente moralità viene smascherata e mostrata in tutta la sua cruda realtà.
Ciò che permette al lettore di approdare alla verità delle cose è proprio il sapiente rapporto che Moravia riesce a stabilire tra la vita verbale e quella riflessiva dei propri personaggi. Essi spesso dicono ciò che non pensano, fanno ciò che non vogliono e ma alla fine non possono che adeguarsi passivamente ad una vita che non vorrebbero vivere.
In particolare, vi sono personaggi, come Mariagrazia e come Leo, che hanno pienamente compreso i falsi meccanismi su cui si reggono le loro vite ma che, ciononostante, continuano ad aderirvi in pieno: “Come si fa?” disse la madre; “non si può mica dir sempre la verità in faccia alla gente…le convenzioni sociali obbligano spesso a fare tutto l’opposto di quel che si vorrebbe… se no chi sa dove si andrebbe a finire…”. Altri invece, come Carla e Michele, instaurano una lotta serrata contro il dramma da essi stesso recitato, uscendone però entrambi sconfitti e finendo per aderire essi stessi a quella trama di finzioni da cui invece vorrebbero uscire.
“… Dritta dietro la poltrona della madre, la fanciulla ricevette quell’occhiata inespressiva e pesante come un urto che fece crollare in pezzi il suo stupore di vetro; allora, per la prima volta, si accorse quanto vecchia, abituale e angosciosa fosse la scena che aveva davanti agli occhi: la madre e l’amante seduti in atteggiamento di conversazione l’uno in faccia all’altra; quell’ombra, quella lampada, quelle facce immobili e stupide, e lei stessa affabilmente appoggiata al dorso della poltrona per ascoltare e per parlare. “La vita non cambia”, pensò, “non vuol cambiare”. Avrebbe voluto gridare; abbassò le due mani e se le torse, là, contro il ventre, così forte che i polsi le si indolenzirono”.
E ancora:
“… Michele non si muoveva, non gli era mai accaduto di vedere la ridicolaggine confondersi a tal punto con la sincerità, la falsità con la verità; un imbarazzo odioso lo possedeva”.

L’impossibilità di essere veri e la necessità di dover recitare ciascuno la propria parte in un mondo di finzioni e di ipocrisie trova il suo culmine al termine del romanzo stesso dove, a chiudere la scena, non sono nemmeno i personaggi, ma le maschere da questi indossati.
Il finale aperto, inoltre, senza una piena risoluzione dell’intreccio, costituisce un ulteriore spunto di riflessione per il lettore, non più accompagnato dal narratore verso una piena comprensione del reale ma lasciato in balìa dei fatti, libero di trarne le proprie conclusioni.

Discesero la scala, l’uno accanto all’altra, il Pierrot bianco e la spagnuola nera; sul pianerottolo la madre fermò la figlia:
“Ricordati” le mormorò in un orecchio “di essere…come dire?…gentile con Pippo…Ci ho ripensato…forse ti ama…è un buon partito”.
“Non aver paura” rispose Carla seriamente.
Discesero la seconda rampa. Ora la madre sorrideva soddisfatta: pensava che anche l’amante sarebbe venuto al ballo, e pregustava una piacevole serata.

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Alberto

Moravia

Libri dallo stesso autore

Intervista a Moravia Alberto

Echi di Nostalgia

Mita Feri

Milano, estate 1981: siamo nella fase più tarda, e più feroce, della stagione terroristica in Italia. Non ancora quarantenne, Giacomo Colnaghi a Milano è un magistrato sulla linea del fronte. Coordinando un piccolo gruppo di inquirenti, indaga da tempo sulle attività di una nuova banda armata, responsabile dell’assassinio di un politico democristiano. Il dubbio e l’inquietudine lo accompagnano da sempre. Egli è intensamente cattolico, ma di una religiosità intima e tragica. È di umili origini, ma convinto che la sua riuscita personale sia la prova di vivere in una società aperta. È sposato con figli, ma i rapporti con la famiglia sono distanti e sofferti. Ha due amici carissimi, con i quali incrocia schermaglie polemiche, ama le ore incerte, le periferie, il calcio, gli incontri nelle osterie. Dall’inquietudine è avvolto anche il ricordo del padre Ernesto, che lo lasciò bambino morendo in un’azione partigiana. Quel padre che la famiglia cattolica conformista non poté mai perdonare per la sua ribellione all’ordine, la cui storia eroica Colnaghi ha sempre inseguito, per sapere, e per trattenere quell’unica persona che ha forse amato davvero, pur senza conoscerla. L’inchiesta che svolge è complessa e articolata, tra uffici di procura e covi criminali, tra interrogatori e appostamenti, e andrà a buon fine. Ma la sua coscienza aggiunge alla caccia all’uomo una corsa per capire le ragioni profonde, l’origine delle ferite che stanno attraversando il Paese. Si risveglia così il bisogno di immergersi nella condizione degli altri, dall’assassino che gli sta davanti al vecchio ferroviere incontrato al bar, per riconciliare la giustizia che amministra con l’esercizio della compassione. Una corsa e un’immersione pervase da un sentimento dominante di morte. Un lento disvelarsi che segue parallelo il ricordo della vicenda del padre che, come Giacomo Colnaghi, fu dominato dal desiderio di trovare un senso, una verità. Anche a costo della vita.

Morte di un uomo felice

Fontana Giorgio

Sahra si muove nel mondo con eleganza e fierezza ed è accesa, sotto il velo, da un sorriso enigmatico, luminoso. È una giovane somala che vive con la cognata Faaduma e la nipotina Maryan nel centro di seconda accoglienza di un paese in Calabria. Finché un giorno sparisce, lasciando tutti sgomenti e increduli. A mettersi sulle sue tracce, "come un investigatore innamorato", è il suo insegnante di italiano, Antonio Cerasa, che mentre la cerca ne ricostruisce la storia segreta e avvincente, drammatica e attualissima: da un villaggio di orfani alla violenza di Mogadiscio, dall'inferno del deserto e delle carceri libiche fino all'accoglienza in Calabria. Anche quando tutti, amici compresi, sembrano voltargli le spalle, Antonio continua con una determinazione incrollabile la sua ricerca di Sahra e di Hassan, il fratello di lei, geologo misteriosamente scomparso.

Le rughe del sorriso

Abate Carmine

NIHAD SIREES: Stiamo combattendo contro la storia ufficiale di un regime