Narrativa

Gli inquilini

Malamud Bernard

Descrizione: «Gli inquilini», pubblicato originariamente nel 1971, è la storia di Henry Lesser, l'ultimo occupante di una palazzina di Brooklyn che deve essere abbattuta per far posto a un condominio di lusso. Nonostante i goffi tentativi di sfratto da parte del proprietario Levenspiel, Lesser non vuole abbandonare l'appartamento, perché lì ha iniziato a scrivere il suo romanzo ed è lì che intende terminarlo. Quando nella palazzina si trasferisce, per abitarci abusivamente, Willie Spearmint, anche lui scrittore, fra i due si instaura una rivalità che è al tempo stesso letteraria (Willie sembra decisamente più sicuro di sé rispetto alla propria scrittura) e razziale (Lesser è ebreo, Spearmint afroamericano) e che assume uno sfondo anche sessuale quando entra in scena Irene, la fidanzata, di Willie.

Categoria: Narrativa

Editore: Minimum Fax

Collana: Minimum classics

Anno: 2018

ISBN: 9788875219512

Recensito da Gabriele Lanzi

Le Vostre recensioni

Non risulta affatto semplice, e nemmeno  immediato, accostarsi alla scrittura di Bernard Malamud, americano di origine ebraica diverso però dallo stile di altri suoi connazionali come ad esempio Philip Roth. La scrittura di Malamud in questo romanzo – Gli inquilini – è infatti alquanto caotica, disordinata, visionaria. A tratti forse si trova qualcosa di Bukowski nel linguaggio triviale, nelle descrizioni degli emarginati.

Il cuore dell’opera sta tutto nell’incontro-scontro tra lo scrittore bianco, ebreo, Harry Lesser e lo scrittore di colore Willie Spearmint.

Il primo è l’ultimo abitante di un palazzo in stato di abbandono e prossimo alla demolizione, che non vuole però abbandonare fino alla conclusione del proprio libro, il secondo invece occupa abusivamente un altro appartamento, nell’attesa di trovare lo stile, la tecnica giusta, che gli permetta di affrontare degnamente quello che sta a sua volta scrivendo.

Gli inquilini non sono altro che due facce della stessa medaglia.

Da una parte Malamud intende evidenziare per entrambi le difficoltà che attraversa uno scrittore nella stesura di un’opera, dall’altra denuncia il tema politico dello scontro razziale, negli Stati Uniti all’inizio degli anni settanta, tra i bianchi (ebrei) che rappresentano la classe dominante e gli afroamericani perennemente sfruttati, emarginati. La scrittura diventa pertanto per Willie il mezzo attraverso il quale riscattare la propria condizione di dominato assurgendo a uno stato di rivolta, di protesta, che possa coinvolgere un intero popolo (“Giunge alla libertà attraverso la scoperta del potere della scrittura… attraverso la convinzione che scrivendo riuscirà ad aiutare la sua gente a superare il razzismo e la disuguaglianza”). Nelle parole che Malamud mette in bocca a Willie, che sostiene con fermezza come “la narrativa bianca non è come la narrativa nera… io scrivo nero perché sono nero”, appare chiaramente il valore simbolico della lotta, dell’odio verso i “bianchi”, canalizzato dal potere della scrittura. Quella scrittura che tuttavia, allo stesso tempo – oltre che dividere – unisce, in quanto solo gli scrittori sono accomunati da quei problemi cosi tipici della loro arte, compresa la necessità di consigliarsi vicendevolmente, scambiarsi pareri, impressioni reciproche, sebbene queste possano provocare malessere e sconforto alla controparte: lo sa bene Lesser che, dopo avere letto alcune pagine del libro del collega, si chiede: “Eppure, se non gli dico quello che penso veramente, come posso aiutarlo a migliorare il suo libro?”

L’opera assume quindi le sembianze di una partita a scacchi, giocata però sul terreno della letteratura, ove il lettore è invogliato ad arrivare al termine per sapere chi la spunterà. Anche in questo caso l’autore saprà stupirci con un finale che farà sicuramente riflettere.

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