Narrativa

Grandi momenti

Krauspenhaar Franz

Descrizione: Franco Scelsit, cinquantenne, vizioso e appassionato di bolidi anni '60 (che compra e distrugge in bizzarre gare amatoriali) è convinto di essere uno scrittore di talento incompreso. Il riconosci-mento economico e letterario arriverà quando, sotto pseudonimo, comincerà a pubblicare thriller da autogrill, Potrebbe finalmente scappare da Milano, dalla madre rompiballe e dal fratello artista con cui vive, ma un infarto improvviso stravolge ogni piano. Da un ospedale di periferia Franco si ritrova a dover ripensare la propria vita. Con lui, un agguerrita gruppo di infartuati di diversa età ed estrazione con cui instaura un rapporto di cameratismo ed accettazione della condizione umana. Un romanzo egregiamente scritto per chi nella vita non riesce a sfondare, anche per cause "contingenti". Perché solo uno spirito illuminato sa scherzare sulla propria morte.

Categoria: Narrativa

Editore: Neo Edizioni

Collana: Iena

Anno: 2016

ISBN: 9788896176368

Recensito da Tommaso De Beni

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Il protagonista di Grandi momenti di Franz Krauspenhaar, edito da Neo, è un cosiddetto ‘lupo grigio’, cioè un cinquantenne, che ha avuto un infarto e lo dice apertamente, in una specie di diario-confessione. La cifra ideologica del personaggio, il suo cosiddetto mood, è una sorta di esistenzialismo crepuscolare. Il protagonista infatti non ha problemi materiali ed economici, anzi, ma riflette su se stesso e sulla condizione esistenziale in generale, soprattutto dopo il suo infarto. Ciò ricorda La grande bellezza, con la differenza che là non c’era l’infarto, però c’era la morte di altre persone. Questo  protagonista ha tuttavia continuato a scrivere, anche se ha rinunciato all’autorialità, all’arte, per darsi alla letteratura usa e getta e farne un sacco di soldi, situazione analoga al protagonista di Birdman, nel cinema, e a quello di Misery di Stephen King. 

Durante le sue fughe in macchina fuori Milano per sentirsi ancora vivo, vede il padre trasmutato in un animale totemico: una lepre, elemento che ricorda credenze esotiche che vanno dagli indiani d’America al Giappone, ma mi fa pensare anche all’italiano Landolfi, che su Kafka scrisse l’ironico racconto Il babbo di Kafka introducendo la figura del padre-ragno, alludendo contemporaneamente a La metamorfosi e ai cattivi rapporti tra Kafka e suo padre. 

Il padre del protagonista è morto anni prima lasciando un vuoto morale e anche economico che ha condizionato le sue scelte e zavorrato di rancore la sua coscienza. Egli ora vive con l’anziana madre, che ovviamente si preoccupa per la sua salute ma che lui respinge a suon di offese e bestemmie, e con il fratello, che ha velleità artistiche e che forse è invidioso del suo successo e gli rimprovera il fatto di non sapersi staccare dalla famiglia per godersi la vita pur avendone le possibilità economiche. 

Spesso la miseria esistenziale e spirituale ha come contraltare una vita materiale non disprezzabile. Per esempio, quanto a donne, il  protagonista Franco Scelsit non ha difficoltà ad averne accanto; piuttosto ha difficoltà a tenersene una e innamorarsi. Le donne comunque non vengono mai descritte, si nomina solo il momento in cui il protagonista è con loro, spesso dopo il coito. 

Il declino inevitabile della psiche e della vita spirituale del protagonista sembra alludere a soluzioni drastiche, come nel finale di Una vita di Svevo o di L’umiliazione di Roth. Poi in realtà si rimane sospesi tra il lieto fine e la tragedia, in una sorta di apatia disumana che ricorda il finale della serie Dexter

Grandi momenti attira subito l’attenzione del lettore, essendo scritto bene e presentando un personaggio il cui cinismo ispira simpatia, circondato da vecchietti infartuati e da una Milano che non riconosce più. 

I punti deboli, a mio avviso, sono il mancato approfondimento delle figure femminili e il fatto che, tutto sommato, “non capita niente”. Certo, messa in questi termini, sembra una critica debole e banale: “non capita niente” nemmeno nell’Ulysses di Joyce, ma oggi siamo nel 2016 e il problema del romanzo contemporaneo è spesso proprio quello di riuscire a unire la forma al contenuto: quando c’è un plot ben strutturato e interessante, c’è un linguaggio convenzionale e banale; quando c’è un linguaggio originale, manca il plot interessante. 

Anche perché non stiamo parlando di un romanzo modernista o postmoderno, in cui l’io va a spasso e sproloquia per trecento o più pagine o si frammenta in diversi ‘io’ spaziando in citazioni e inserti di opere precedenti o di altre culture. 

Qui stiamo parlando di un romanzo ultra-contemporaneo, della seconda metà degli anni Dieci del ‘2000, di circa 150 pagine, il cui contesto spazio-temporale è ben definito: siamo a Milano, il protagonista è uno scrittore, vorrebbe essere un artista invece scrive gialli, ha diverse donne e nessuna di cui valga la pena innamorarsi, un padre defunto che lo tormenta nei ricordi, una madre anziana che lo tormenta nella vita e soprattutto un infarto a cui è sopravvissuto ma che lo ha messo in confusione da un punto di vista esistenziale, portandolo a una crisi di mezza età da cui non sa uscire e che gli fa addirittura desiderare di morire. A questo punto mi sarei aspettato, o meglio avrei desiderato, che gli succedesse qualcosa, qualcosa di bello come l’incontro con una donna speciale o di brutto come il coinvolgimento in una rapina o in un incidente. Krauspenhaar invece ci coinvolge per tutto il libro nei pensieri del suo protagonista arrabbiato cronico, nelle sue amare considerazioni sulla vita e sulla morte, nelle sue visioni. E alla fine non è chiaro se decida di suicidarsi, diventi matto del tutto o trovi la forza per ripartire e andare avanti.

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