Narrativa

I cavalieri della grande laguna

Pratesi Fulco

Descrizione: Uno stormo di bellissimi uccelli migratori - i cavalieri d'Italia - ritorna nella laguna tirrenica dopo cent'anni di assenza. L'odissea di questi favolosi trampolieri rivissuta liricamente da uno dei più noti studiosi di ecologia animale.

Categoria: Narrativa

Editore: Rizzoli

Collana:

Anno: 1979

ISBN:

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

“I cavalieri della grande laguna” di Fulco Pratesi è opera che riconcilia lo spirito, particolarmente adatta al clima natalizio di questi giorni, soprattutto ripensando ai vecchi film della Disney, quelli più artistici e meno tecnologici, nei quali gli animali parlano e agiscono.
L’opera risale al 1979 e mi è stata regalata da un’amica che ama scovare libri sulle bancarelle dei mercatini, in ciò dimostrando il gusto antico della ricerca amatoriale che caratterizza i lettori più autentici e creativi.

La genesi della storia è svelata nell’introduzione dall’autore, che così festeggia la ricomparsa dell’elegante trampoliere – il cavaliere d’Italia – nella laguna di Orbetello: “Dopo aver osservato per ore col binocolo… ci decidemmo di andare a vedere. Il nido era lì, costruito di alghe verdi su una frasca secca semigalleggiante, con quattro uova verde-oliva screziate di bruno.
Un’emozione difficile da descriversi.
Dopo cento anni il cavaliere era tornato.”

La narrazione è una festa di animali-personaggi, capitanati dal leader Durante e dalla “sua compagna Sette (si chiamava così perché una volta invece di deporre quattro uova come tutte le altre ne aveva deposte sette)”, in un nugolo colorato di volatili (“le pittime e le pantane, le pettegole e gli albastrelli, le oche selvatiche e le gru… i pivieri dorati e le pavoncelle”) che inneggiano alla libertà e alla natura.
Con i loro rituali (“Rispetto che nel periodo degli amori si esplicava con formalismi magari esagerati… due passi; un inchino col becco, arma di difesa e di offesa, rivolto verso terra; altri due passi”), i protagonisti hanno nomi (“Pallino… si chiamava così perché riteneva sotto la pelle vermiglia della zampa sinistra un pallino di piombo sparatogli da un cacciatore”), caratteri ben delineati (“Coccodrillo – il suo nome derivava dal fatto che nel Grande Sud andava a beccare quasi in bocca ai coccodrilli, ma non per audacia quanto per distrazione”) e manifestano la loro visione del mondo grazie all’abilità d’immedesimazione (superato il terrore dell’applicazione degli anelli rilevatori, gli uccelli razionalizzano: “Il mio braccialetto è più bello”… è “una specie di portafortuna”) di Fulco Pratesi. In virtù di questa capacità, è facile seguire le vicende di uccelli che si destreggiano tra pericoli (“Un punto piccolissimo nel cielo che in pochi secondi si trasformava in un uccello scagliato a velocità incredibile verso il basso”) e insidie (“prima l’alluvione, poi la volpe, ora il falco”), nella lotta per la sopravvivenza della specie e per l’adattamento ad ambienti spesso contaminati (“Fermo, c’è la morte qui!”). Perché – come sempre – negli equilibri naturali interviene uno sciagurato protagonista: l’uomo, da sempre impegnato nell’autodistruzione e dedito ad attività destabilizzanti o discutibili come la caccia…
Dell’uomo avevano una paura antica. Ma non di tutti. Quelli neri che frequentavano i canneti delle paludi africane  non erano pericolosi. E così anche i bianchi che non portavano fucili (“bastoni di tuono” li chiamavano).”

E se i cavalieri d’Italia, con la loro innata signorilità (“A ogni movimento dei lunghi compassi rossi delle zampe…”), facilmente accettano la legge superiore che governa gli spietati meccanismi ecologici della selezione (“Con chi te la vuoi prendere? Mi pare che non ci sia nessuno con cui prendersela, tranne solo la Grande Legge”), per noi diventa inaccettabile aderire all’idea di un percorso pericoloso, che non può portare a nulla, se non impareremo a gustare i ritmi (“Il soggetto vero della storia è il misterioso e irresistibile moto di migrazione che vede ogni anno impegnati milioni e milioni di uccelli in tutto il mondo, che ci porta in primavera il canto dell’usignolo e in autunno quello del pettirosso…”) e rispettare le bellezze straordinarie del pianeta vivente, del quale siamo figli con la stessa dignità di ogni altra creatura.

Bruno Elpis

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Fulco

Pratesi

Libri dallo stesso autore

Intervista a Pratesi Fulco


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /web/htdocs/www.i-libri.com/home/wp-content/themes/ilibri/single-libri.php on line 862

Il volume "Alberto Moravia e La ciociara. Letteratura. Storia. Cinema", raccoglie le relazioni pronunciate nel corso del II Convegno Internazionale svoltosi a Fondi, nei luoghi del romanzo, il 13 aprile 2012, e con alcuni interventi di rilievo, oltre alla prefazione di Rino Caputo, al saggio introduttivo di Angelo Fàvaro, alle conclusioni di Dante Della Terza e all'indirizzo di saluto di Dacia Maraini. Pubblicato dalle Edizioni Sinestesie, con il patrocinio dell'Associazione Fondo Alberto Moravia, è passato al vaglio di numerosi comitati scientifici e ha ottenuto il plauso per i contenuti e per la forma editoriale. Da non tacere alcuni interventi di insigni storici della letteratura, intellettuali, italianisti, esperti dell'Opera di Alberto Moravia, non senza alcune inedite riflessioni e dimostrazioni.

Alberto Moravia e La ciociara – Atti del secondo convegno internazionale a Fondi (Edizioni Sinestesie)

Autori vari

William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato, mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita, per quasi quarantanni è infelicemente sposato alla stessa donna, ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo, per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in gioventù. Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante. Come riesce l'autore in questo miracolo letterario? A oggi ho letto Stoner tre volte e non sono del tutto certo di averne colto il segreto, ma alcuni aspetti del libro mi sono apparsi chiari. E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. È il caso che abbiamo davanti. (Dalla postfazione di Peter Cameron)

Stoner

Williams John

Presentazione dell'autore. Argomento principe della storia, narrata in questo romanzo, è il tormento che Sofia e Marcello sono costretti a subire ad opera della sorella di lei, Viviana, che con l'aiuto dei genitori ostacola, con tutte le sue forze, l'unione dei due amanti fino ad ottenerne la separazione. Viviana va oltre… ma prima di raccontarlo bisogna fare un passo indietro. Sofia e Marcello si innamorano quando entrambi sono rispettivamente fidanzati da oltre dieci anni. Sarà proprio questa loro condizione a far scatenare Viviana che, attraverso il suo impianto accusatorio fondato su pregiudizi e retaggi culturali, oltre a separare i due amanti, costringerà Sofia a riconciliarsi con Roberto, il vecchio fidanzato. La forzata separazione porrà Sofia e Marcello in uno stato inverosimile, di totale disperazione, dal quale cercheranno con ogni forza di tirarsi fuori per rivendicare la loro vita… il loro amore.

Un incontro d’amore

Capolongo Antonio

Seymour Levov è alto, biondo, atletico: al liceo lo chiamano «lo Svedese». Ebreo benestante e integrato, ciò che pare attenderlo negli anni Cinquanta è una vita di successi professionali e di gioie familiari. Finché le contraddizioni del conflitto in Vietnam, esplose negli Stati Uniti, non coinvolgono anche lui, e nel modo piú devastante: attraverso l'adorata figlia Merry, decisa a «portare la guerra in casa». Letteralmente. Ma Pastorale americana non si esaurisce nell'allegoria politica; è un libro sulla vecchiaia, sulla memoria, sull'intollerabilità di certi ricordi. Lo scrittore Nathan Zuckerman, fin dall'adolescenza affascinato dalla vincente solarità dello Svedese, sente la necessità di narrarne la caduta. E ciò che racconta è il rovesciamento della pastorale americana: un grottesco Giudizio Universale in cui i Levov, e i lettori, assistono al crollo dell'utopia dei giusti, al trionfo della rabbia cieca e innata dell'America.

Pastorale americana

Roth Philip