Narrativa

IL BAR DELLE GRANDI SPERANZE

Moehringer J. R.

Descrizione: Figlio unico di madre single, J.R. cresce ascoltando alla radio la voce del padre, un dj di New York che ha preso il Volo prima che lui dicesse la sua prima parola. Poi anche quella voce scompare. Sarà il bar di quartiere, con l'umanità varia che lo popola, a crescerlo e farne un uomo. Appassionata e malinconicamente divertente, una grande storia di formazione e riscatto, di turbolento amore tra una madre e il suo unico figlio, ma anche l'avvincente racconto della lotta di un ragazzo per diventare uomo e un indimenticabile ritratto di come gli uomini rimangano, nel fondo del loro cuore, dei ragazzi perduti.

Categoria: Narrativa

Editore: Piemme

Collana: NumeriPrimi

Anno: 2005

ISBN: 9788866216155

Recensito da Lucilla Parisi

Le Vostre recensioni

Quando un cactus comincia a inclinarsi da una parte fa crescere un braccio dall’altro lato, per raddrizzarsi. Poi, quando tende a piegarsi da quel lato, fa crescere un braccio dalla parte opposta. E così via. Ecco perché li vedi anche con diciotto bracci. Un cactus tenta continuamente di star su dritto. Una cosa che cerca così disperatamente di mantenere l’equilibrio merita ammirazione”. La metafora del cactus è sorprendente almeno quanto questo libro autobiografico nato dalla vita e dalla penna dello scrittore americano J.R. Moehringer. La lettura scorre piacevolmente attraverso il racconto dell’autore, che dall’infanzia arriva alla giovinezza attraverso vicissitudini familiari e personali a tratti commoventi ed ironiche.

J.R. è  figlio di una madre single e di un padre assente di cui gli è dato solo inseguire – con toccante assiduità  – la “Voce” alla radio: una figura, quella paterna, che J.R. inseguirà per anni fino al giorno in cui lo specchio della vita non gli rimanderà l’immagine reale di quell’uomo e gli farà dire – con un po’ di amarezza – “tuo padre non è un brav’uomo, ma tu non sei tuo padre”.

Il racconto di Moehringer passa dalla casa del nonno paterno – detto il Cesso – a Manhasset, Long Island, all’Università di Yale, sino alla redazione del New York Times, passando dall’Arizona e dalla libreria di Bill e Bud per poi tornare al Publicans, già Dickens, o più semplicemente al Bar. Il pub di Steve che, dal 1970, è un punto di riferimento, “un pezzo di terra consacrata”, “un rifugio in cui …amici e compagne di bevute” possono trovare “un senso di sicurezza e di compensazione”, finirà infatti per essere considerato nel Manhasset il Bar, così come con “la Città” si intende New York  e con “la Strada”,  Wall Street.

J.R. troverà nel Publicans il suo punto di riferimento, il luogo in cui tornare ogni volta che la vita gli restituirà, con gli interessi, il conto salato per aver tentato il riscatto, il salto verso l’affrancazione dalla precarietà del vivere e dalla dolorosa complessità dei rapporti umani.  Il Bar è anche i suoi volti familiari: lo zio Charles, Steve e il suo sorriso da stregatto, l’affidabile Joey D, Bobo ed il suo fedele cane Wilburn, Colt con la voce da orso Yoghi, e ancora Mavaffa, Bob il Poliziotto e Puzzolo. Perché al Publicans si ha un nome che ti porti dietro per sempre e che dice chi sei; al Bar sei quello che bevi ed una volta che diventi “un Sea Breeze Jack o un Dewars-and-Soda Jill”, quello è il tuo cocktail, quello che ti viene servito da zio Charlie ogni volta che varchi la porta. Un nome che racconta da dove vieni: come J.R., come Junior, come John Joseph Moehringer Jr, troppo ingombrante per ricordare un padre assente. J.R. cerca – oltre ad un nome – un posto nel mondo, per sé e per la madre sola e perennamente in lite con la calcolatrice perché i conti non tornano mai. Per questo  J.R. si spinge fino al sogno irrealizzabile di Yale – perché come avvocato avrebbe potuto fare causa al padre per ottenere il mantenimento -; si lascia ammaliare dalla borghese Sheryl; entra in punta di piedi nella redazione del New York Times.

Nulla però vuole funzionare. La realtà del vivere sembra voler ricordare al giovane J.R. che il luogo da cui vieni è quello che sei ed ogni tentativo per prenderti quello che meriti è destinato al fallimento. J.R. è facile preda dello scoraggiamento, della delusione e – ogni volta – sarà Il Publicans a ricordargli quanto sia importante credere per riuscire. Perché al Publicans nessuno è ciò che sembra, al di là dei soprannome affibbiato o al coktail che ti viene servito: zio Charlie non è solo un barista, ma un’amabile conoscitore di musica, Cager non è solo un giocatore di biliardo, ma è anche la guerra del Vietnam che si porta addosso, Bob il Poliziotto è un sorprendente divoratore di libri.

Dal Publicans si riparte dopo aver preso fiato, dopo la meritata pacca sulla spalla, dopo la parola di cui avevi bisogno, dopo la catarsi di una sbronza necessaria. Nel Publicans c’è il tempo per riflettere, per ascoltare e per confessarsi, senza la paura di essere giudicati o di dover dimostrare qualcosa. Nel Bar ci si spoglia del ruolo in cui la vita ti ha costretto, per mettersi a nudo e per vedersi finalmente allo specchio. Allora ricominciare diventa un’esigenza, lasciarsi alle spalle la porta del Publicans una necessità, perché la vita è fuori e va affrontata con coraggio per realizzare quello che si è.

Ed è così che nasce il romanzo di J.R. Moehringer, il romanzo del Publicans e delle grandi speranze.

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J.

Moehringer

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