Narrativa

Il bordo vertiginoso delle cose

Carofiglio Gianrico

Descrizione: Mentre sorseggia il cappuccino come ogni mattina, seduto in un bar nel centro di Firenze, Enrico Vallesi legge una notizia sul giornale: in un conflitto a fuoco con i carabinieri, è rimasto ucciso un rapinatore, da poco uscito di galera. Il nome della vittima riporta Enrico alla fine degli anni Settanta, al primo giorno di liceo, quando in una classe di quindicenni aveva fatto la sua comparsa Salvatore. più volte bocciato, turbolento, il compagno che gli aveva insegnato come difendersi dalla violenza della strada e superare a testa alta quel territorio straniero che è l'adolescenza. Ai ricordi di Enrico si alterna il racconto del suo ritorno nella città dalla quale era partito, quando non aveva ancora conosciuto gioie e delusioni del matrimonio e del suo mestiere di scrittore. Un ritorno a casa in cerca di risposte ai propri tormenti, per scoprire quello che tanti anni prima si era lasciato alle spalle, ma anche per capire cosa è diventata nel frattempo la sua vita.

Categoria: Narrativa

Editore: Rizzoli

Collana:

Anno: 2013

ISBN: 9788817068581

Recensito da Domizia Moramarco

Le Vostre recensioni

Arriva un momento nella vita in cui bisogna fare i conti con il proprio passato, dove risiede quella parte di noi che ci appartiene, difficile da far riemergere in un presente insoddisfacente, dove la vita è scandita da un ritmo di sterile insoddisfazione e i conti con noi stessi non tornano. Per dipanare i fili della propria esistenza bisogna scendere negli abissi, rievocare la memoria e andare alla ricerca di una via d’uscita, tornare a respirare aria pulita e ritrovare una dimensione scevra da compromessi e scelte sbagliate, soprattutto dalle paure che immobilizzano l’anima. Se non lo si fa, il rischio che si corre è quello di restare in bilico ad osservare la vita, travolti dalle vertigini dinanzi a un’acqua oscura nella quale non si troverà mai il coraggio di tuffarsi.

Il bordo vertiginoso delle cose, romanzo pubblicato da Rizzoli nell’ottobre 2013, accompagna il lettore in un viaggio esistenziale in cui, come in un gioco di specchi, si alternano tempo passato e tempo presente di un uomo scontento e assente.

Enrico Vallesi, questo il nome del protagonista, è autore di un romanzo che lo ha reso noto al pubblico e che, all’età di quarantotto anni, sta attraversando la critica fase del blocco dello scrittore. Conduce un’esistenza solitaria nella città di Firenze dove, scaricato dalla sua ultima fidanzata, si occupa di redigere biografie per noti personaggi dello spettacolo, firmando i lavori a nome altrui.  Una notizia di cronaca letta per caso sull’uccisione di un suo ex compagno di classe del liceo, lo fa entrare in uno stato di trance facendolo salire su un treno che lo riporta nella sua città natale, Bari, che rappresenta il suo passato. La ritroverà molto cambiata, così quanto a cambiare è stato lui, che da quella città è voluto fuggire giovanissimo. A Bari respirerà il dolce e amaro profumo dei giorni della sua infanzia e adolescenza, quando se gli avessero chiesto che cosa detestava, avrebbe risposto “più o meno così: la mediocrità (era una parola che avevo imparato a poco e che mi piaceva molto usare), la prepotenza, il conformismo e il fascismo[…]e se gli avessero chiesto invece cosa gli piaceva avrebbe detto:  suonare la chitarra, leggere – qualsiasi cosa: soprattutto libri ma anche giornali e fumetti di ogni tipo- ,  ascoltare musica, andare al cinema. E poi, se fossi stato in confidenza con l’interlocutore, avrei aggiunto, con ritrosia e comunque con meno baldanza, che mi piaceva scrivere e che avrei voluto fare quello, nella vita”.

In un fluviale monologo interiore riaffiorano ricordi, volti, nomi: come Salvatore, il compagno di classe assassinato e ripetente che esercita su di lui, adolescente spaesato e irrimediabilmente inadeguato, un richiamo di forza e violenza; Stefania, l’amica confidente nei pomeriggi di studio  e Celeste, la giovane supplente di filosofia per la quale Enrico prova una forte attrazione e che sa incantare i suoi studenti  con discorsi in cui “c’erano una grazia vertiginosa e una capacità di evocazione delle intelligenze”. L’uso della prima persona rende vivido il racconto del passato in cui il protagonista sembra essere più presente a sé stesso, imbrigliato nella sua voglia di scoprire la vita, pur restando sempre a un passo da un reale coinvolgimento da essa, a differenza del presente dove viene utilizzata invece la narrazione in seconda persona che, se da una parte attribuisce alla storia un ritmo più concitato, dall’altra priva di una concreta profondità i pensieri del protagonista, che con il suo continuo interrogarsi e confutarsi, rende inutile e vacuo il suo ruolo di adulto. Un senso di fallimento attanaglia la sua esistenza, paralizzando ogni forma di ambizione e voglia di rischiare“e adesso è tardi per tutta questa vita che ti è passata accanto e che non sei stato capace di vivere perché volevi soltanto raccontarla, e non sei stato capace di fare neanche quello”. Il viaggio nel passato porterà Enrico ad avvicinarsi sempre più alla linea che divide i due piani temporali, quel punto della vita in cui passato e presente si incontrano, ed è quell’attimo in cui  decidiamo di annullare quello stato di angoscia che l’essere che siamo diventati ci provoca, l’imprevedibile ma necessario passo in avanti oltre il bordo vertiginoso delle cose.  Per restare in tema di lezioni filosofiche, parafrasando Sartre, quando il nulla ci assale dobbiamo necessariamente scegliere, scegliere noi stessi, diventare noi stessi, creare noi stessi.

Carofiglio scrive un romanzo che induce a molteplici spunti di riflessione, come il fascino che la letteratura esercita sul protagonista, che da ragazzino si fa regalare la sua prima macchina da scrivere, “ una Lettera 22 color verde militare” sulla quale pigiando con i soli indici, ricopia gli incipit a lui più cari  mentre sogna di diventare uno scrittore, imparando dai grandi maestri del passato. E ancora,  lo scorcio sull’adolescenza degli anni ‘70, ultimo baluardo forse di gioventù capace di sentire il peso delle proprie responsabilità nelle questioni politiche. Il personaggio di Salvatore rappresenta l’ideale reazionario contro l’ingiustizia di quella parte di popolazione più indifesa, facendosi palladino delle classi più deboli, salvo poi pagare lo scotto delle sue azioni troppo violente, ma è pur sempre una posizione al di sopra di quella tendenza parassitaria che di lì a poco avrebbe caratterizzato le nuove generazioni, di cui lo stesso Enrico forse incarna già le prime avvisaglie. La sua adolescenza ricalca maggiormente i canoni dei “nuovi giovani” visto che, adagiato sugli allori di uno stile di vita perbene, vede la  propria vita scorrergli accanto, vivendo il brivido della lotta come una sorta di passatempo di iniziazione all’età adulta. La sua è una figura invece sempre in bilico fra il pensiero e l’azione, fra la riflessione e la parola, fra l’arditezza e la vigliaccheria. Il carattere schivo gli sta un po’ stretto, tuttavia non riesce a liberarsene e se ne porterà addosso i brandelli in età adulta. C’è stato invece un momento della sua adolescenza di liceale, in occasione della breve supplenza della giovane docente di filosofia, in cui uno spiraglio ha illuminato le sue ambizioni, facendolo sprofondare negli antri più reconditi del suo Io, portando a galla sconosciute e insolite sensazioni. Adottando la maieutica socratica, la giovane professoressa era riuscita a far pensare la classe attraverso il porsi domande, perché la filosofia “serve a non dare per scontato […]è uno strumento per capire quello che ci sta attorno […] ma capiamo davvero quello che ci sta attorno se non diamo per scontate le verità che qualcun altro ha pensato di allestire per noi […] significa essere capaci di dire no a chi vorrebbe imporci il modo di pensare e di vedere il mondo”.

E quel no spesso si impone dinanzi ai nostri occhi mentre scorriamo le scene di un film già visto.

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