Narrativa

Il colibrì

Veronesi Sandro

Descrizione: Marco Carrera, il protagonista del nuovo romanzo di Sandro Veronesi, è il colibrì. La sua è una vita di continue sospensioni ma anche di coincidenze fatali, di perdite atroci e amori assoluti. Non precipita mai fino in fondo: il suo è un movimento incessante per rimanere fermo, saldo, e quando questo non è possibile, per trovare il punto d'arresto della caduta - perché sopravvivere non significhi vivere di meno. Intorno a lui, Veronesi costruisce altri personaggi indimenticabili, che abitano un'architettura romanzesca perfetta. Un mondo intero, in un tempo liquido che si estende dai primi anni settanta fino a un cupo futuro prossimo, quando all'improvviso splenderà il frutto della resilienza di Marco Carrera: è una bambina, si chiama Miraijin, e sarà l'uomo nuovo.

Categoria: Narrativa

Editore: La nave di Teseo

Collana: Oceani

Anno: 2019

ISBN: 9788834600474

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Il colibrì di Sandro Veronesi è Marco Carrera, un personaggio i cui dati anagrafici (“Lei è il dottor Marco Carrera, quarant’anni, cresciuto a Firenze, laureato in medicina e chirurgia all’università La Sapienza di Roma e specializzato in oculistica?”) riportano all’autore fin dalla presentazione effettuata per bocca dello psicanalista di Marina (“Daniele Carradori. È il nome dello psicanalista di mia moglie?”), la moglie del colibrì.

Il soprannome gli è stato affibbiato dalla mamma (“Il mito del colibrì: il figlio maschio che rimaneva piccolo, la sua grazia e la sua bellezza che rimanevano inaccessibili a qualunque donna che non fosse lei…”) e, nel corso del romanzo, scopriamo che gli si attaglia – più che per l’aspetto – per la caratteristica fondamentale (“Emmenalgia… rimango saldo…”) che svilupperà nel corso di una vita travagliata (“Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti di ali al secondo per rimanere dove già sei”).

In gioventù Marco frequenta un amico menagramo (“Duccio Chilleri… l’Innominabile… portava iella… a blindare la loro amicizia era sopraggiunto il gioco d’azzardo”), da tutti sfuggito come la peste, ma che lui regge grazie a una teoria sfidante la superstizione (“La teoria dell’occhio del ciclone… non si subiscono conseguenze se ci si posiziona al centro dei vortici ciclonici”).

Grazie all’Innominabile, Marco scampa una disgrazia aerea (“Nel 1959, anno della sua nascita, il numero dei passeggeri degli aerei aveva superato quello dei passeggeri delle navi”), ma ciononostante la vita (“Per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate”) gli riserba infelicità e lutti.
L’infelicità è figlia dei genitori (“Lei Letizia – nome antifrastico -, pugliese del Salento; lui, Probo – nomen omen – originario della provincia di Sondrio”) e si propaga in famiglia (“L’infelicità rimane tale anche se diventa una scelta, e se da un certo giorno in poi essa è l’unico vero prodotto di un matrimonio, è quella che ai figli si trasmette”).
I lutti si susseguono a ritmo serrato in un’esistenza che viene raccontata da una narrazione che mischia e arruffa la sequenza temporale.

Il colibrì vola di fiore in fiore, ove i fiori son disgrazie: dal fallimento del matrimonio causato più dalle intemperanze di una moglie bugiarda e inquieta che da un’amante con la quale Marco intesse una relazione tanto intensa quanto casta; al suicidio della sorella Irene (“Questa notte speciale trova i quattro quinti della famiglia Carrera distesi sulla sabbia, in punti diversi della stessa costa”); al tragico incidente della figlia Adele (“Il disturbo percettivo di sua figlia Adele… un filo partiva dalla sua schiena per andare a finire nella parete più vicina…”), che gli consegna una nipotina doppiamente orfana (“Ma il padre chi è? Adele non lo disse”); all’eutanasia praticata al padre (“Togliere dal mondo – per pietà, per obbedienza, per sfinimento, per disperazione, per senso di giustizia – colui che al mondo lo aveva messo”)…

In tale groviglio di problemi la psicanalisi è una compagna costante e indesiderata di Marco (“La psicanalisi…destinata a dimostrarsi cruciale nei suoi rapporti con le donne… tutte le donne della sua vita… sarebbero state governate da disparate tipologie di terapia analitica… la psicanalisi passiva, come la chiamava lui, era molto dannosa”), che si rifiuta di praticarla (“La psicanalisi era come il fumo, non bastava non praticarla, bisognava anche proteggersi da chi la praticava”). E anche quando la ludopatia della gioventù riaffiora nell’età matura a riempire il vuoto causato dalle disgrazie, il colibrì mantiene autonomia di giudizio di fronte all’Innominabile (“Un beccamorto… Faccio lo iettatore. Porto scarogna a pagamento… Io vivo a Napoli, è come se facessi il torero e vivessi a Siviglia… sono l’antenna che indica alla scarogna dove scaricarsi…”) e trova in se stesso le risposte ai grandi dilemmi (“Spesso tra i sei servitori onesti del nostro cercare – chi, come, quando, dove, cosa e perché – è il quando che separa la salvezza dalla dannazione…”) di una vita che trova la sua ragion d’essere nell’eccezionalità di una nipote straordinaria, destinata a fondare il nuovo corso della storia (“Oftalmologo e studioso dell’apparato visivo da quarant’anni, convinto di avere visto ogni tipo di occhi presente in natura, davanti a quelli di Miraijin si sentiva come l’astronauta che vede per la prima volta la Terra dallo spazio”).

Il romanzo è intenso, il lettore si affeziona facilmente al colibrì: un personaggio che rapidamente conquista benevolenza e solidarietà. La narrazione patisce leggermente nel disordine della sequenza non temporale degli eventi, rallenta nell’epistolario – un po’ troppo letterario – tra Marco e l’amante Luisa, subisce un’impennata distonica nel delirio che prospetta il futuro della nipote (s’intuisce il suo ruolo di influencer, parola peraltro bandita dall’autore). Idealmente situato sulla congiungente che unisce Veronesi a Svevo, passando per Il male oscuro di Berto, vagamente imparentato con l’ironia nevrastenica di Woody Allen, Il colibrì agita a ritmo forsennato le sue ali colorate di fronte ai mali del XXI secolo e alle nostre ansie spalancate sugli enigmi della vita e della morte.

Bruno Elpis

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