Classici

Il disprezzo

Moravia Alberto

Descrizione: Se l'amore coniugale è il sofferto resoconto di una fedeltà impossibile, "il disprezzo" muove invece da una condizione apparentemente positiva, da una fedeltà matrimoniale quale è prevista dalle moderne istituzione borghesi. Pubblicato per la prima volta nel 1945, questo romanzo costituisce una tappa fondamentale del viaggio di Moravia attraverso le istituzioni borghesi e il loro scacco. Protagonista è uno scrittore di sceneggiature i cui primi rapporti con la moglie si illuminano e si complicano a contatto con il mondo della produzione cinematografica, della carriera e del successo. A differenza de L'amore coniugale che racconta la storia di un tradimento, Il disprezzo muove da un lato positivo, un caso di fedeltà matrimoniale, per chiarirne tutta la natura di illusione, di reale sconfitta e di profonda, modernissima contraddizione.

Categoria: Classici

Editore: Bompiani

Collana: I grandi tascabili

Anno: 2000

ISBN: 9788845245374

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Dopo L’amore coniugale (1949) Alberto Moravia analizza un’altra relazione coniugale ne Il disprezzo (1954): quella tra Riccardo Molteni ed Emilia (“Mentre mi è possibile indicare con esattezza l’inizio della mia carriera di sceneggiatore, ossia la serata in casa di Battista, mi è molto difficile dire con la stessa precisione quando i miei rapporti con mia moglie incominciarono a peggiorare”).

Di fronte a un segnale esplicito (“Non ti offendi mica se dormo sul divano-letto, di là?”), il tormentato Molteni (“Mi iscrissi al partito comunista”) comincia a riflettere (“Non so se ella si fosse illusa di esaudire i suoi sogni casalinghi con il nostro matrimonio”) e tenta di illudersi (“Ma io l’amavo e c’è nell’amore una grande capacità, non soltanto d’illusione, ma anche di dimenticanza”) nonostante la crisi professionale che lo investe (“Lo sceneggiatore, dunque, è l’uomo che rimane sempre nell’ombra”).

L’indagine ossessiva (“La prima fase, quella del sospetto, era finita… presto sarebbe cominciata quella del dolore, della rivolta e del rimorso”) assilla il protagonista (“Potevo dunque… rivolgere la mente ad un nuovo problema, quello del motivo del suo disamore”), che intravede un possibile lenitivo nella proposta del produttore Battista (“Pensai… che un soggiorno a Capri, in una bella villa, avrebbe potuto forse risolvere molte cose”), che però racchiude una tragica coincidenza (“Un film sui rapporti psicologici tra Ulisse e Penelope… Io intendo fare un film su un uomo che ama sua moglie e non ne è riamato”).

A p. 112 la conferma di un dubbio che si è trascinato per metà romanzo: “Io ti disprezzo… ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più… Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi… Eccola la verità…”

Come sempre, quando un’eventualità (un timore) si tramuta in certezza (“Il disprezzo era nato dal rapporto diuturno dei nostri due caratteri, fuori di ogni prova importante e riconoscibile, allo stesso modo che si definisce la purezza preziosa di un metallo prezioso al contatto con la pietra di paragone”), la disperazione dilaga (“E capii che l’uomo disprezzato non può né deve trovare pace finché il disprezzo dura”), ci si tormenta e ci si interroga (“Una viltà per così dire costituzionale, dovuta non già alla condotta, ma alla natura”), si spera in un capovolgimento che non avviene (“Perché non sei un uomo”), non vi è pace  (“Per un momento ascoltai il silenzio profondo del luogo, così diverso da quello della città che, pur quando è completo, pare sempre conservare in qualche modo la lacerazione e l’indolenzimento dei rumori passati… Non era… un silenzio pieno di vita benché completo, ma un silenzio dal quale qualche cosa di vitale era stato sottratto”).

Il dramma di Molteni si staglia sulle discussioni con il produttore Battista  (“Battista, con la sua forza animalesca e i suoi successi grossolani”) e il regista Rheingold (“Ulisse è l’uomo civilizzato, Penelope è la primitiva”).

Il finale è tragico e metafisico, lo stile di Moravia è magistrale (“Allo stesso modo, pensai ad un tratto, la mosca a cui un bambino crudele ha strappato la testa sembra per qualche tempo non risentire alcun effetto della mutilazione e passeggia, si pulisce le zampe, prima di abbattersi e morire”), la conclusione spiazzante nella sua ovvietà (“Creare una volta di più il miracolo dell’amore che per esistere deve non soltanto accendersi nel nostro cuore ma anche in quello altrui”).

Bruno Elpis

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Dal romanzo, il film di Godard

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Un esordio potentissimo e atteso da molti noti scrittori della narrativa italiana contemporanea. Con il passo di una ballata, Mia moglie e io mette in scena un protagonista che fa i salti mortali affinché la mancanza di lavoro, e dunque di realizzazione personale, non lo annienti del tutto. Seguendo il ritmo di un montaggio alternato, il protagonista si inventa un mestiere e, con la moglie, mette in scena atti efferati. I due interpretano cadaveri, immaginando le loro storie, e girano cortometraggi che sperano possano dare loro, un giorno, una parossistica notorietà. A questa narrazione si unisce quella dei lavori che il protagonista svolge a tempo determinato: le esperienze da manovale, da commesso libraio e da orientatore. Lavori esercitati con sovrumano impegno e ossessiva epicità. La ballata incede con un registro umoristico: humor nero che informa e deforma. La danza si svolge tra il protagonista e la propria sconfitta, la depressione, che assume di volta in volta sembianze diverse fino a mostrare la sua vera identità ovvero quella di una donna con la quale il protagonista instaura un rapporto sensuale e perverso, di repulsione e attrazione. Il controcanto di una tale esistenziale lotta per la sopravvivenza è la dolcissima storia d’amore con la moglie del protagonista: la sua anima complementare. Speculativo lui, pragmatica lei; astrattamente furioso l’eroe, altrettanto dialogante l’amata: pur essendo precaria, insegnante di scuola media, dimostra al marito la possibilità di salvezza.

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