Letteratura araba

IL LIBRO NERO

Pamuk Ohran

Descrizione: In una Istanbul labirintica e malinconica, un giovane avvocato scopre improvvisamente che la moglie è svanita nel nulla. Anche il fratellastro di lei, un celebre giornalista, è introvabile. Inizia così un giallo filosofico che porterà l'improvvisato detective a scoprire ciò che non avrebbe mai voluto sapere.

Categoria: Letteratura araba

Editore: Einaudi

Collana: Supercoralli

Anno: 2007

ISBN: 9788806187835

Trama

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Il libro nero di Pamuk è un libro difficile, labirintico, notturno, sotterraneo e metaletterario, come sente il bisogno di chiarire al lettore lo stesso Pamuk, in una postfazione di dieci anni dopo. Questo romanzo è infatti “il romanzo” ma anche “la rappresentazione della sua creazione letteraria”, tanta è stata la compromissione dell’autore nello scriverlo.

Una stesura durata cinque anni, di cui l’ultimo periodo chiuso in un appartamento vuoto, dentro un palazzo di 17 piani,  nel quartiere di Erenköy, completamente abbandonato alla scrittura, con la paura di perdersi nel labirinto che stava costruendo e la rivelazione che quel labirinto fosse lui stesso e la propria storia.

 «Mi sentivo completamente solo come Galip (forse per riversare nel libro questo senso di perdizione). Romanzi così, cui avete dedicato la vostra esistenza, vi portano passo dopo passo dove desiderano loro, proprio come la nostra vita legata a questo libro

Forse proprio per questo, nella sua oscurità, è uno dei libri più affascinanti che si possano leggere, paragonabile all’opera di Borges che, con le sue enciclopediche e incessanti citazioni, pare volerci ricordare che solo nel manifestarsi del paradosso può, forse, affiorare la verità. Come lui, Pamuk, nella costruzione delle innumerevoli narrazioni che attraversano la storia de Il libro nero, sembra dirci che la verità, così come la conosciamo, non è sensata, non procede secondo una logica comprensibile, e ogni cosa è illusione, menzogna, artificio scenico, nella vita come nella letteratura.

Come ne L’uccello che girava le viti del mondo di Murakmi Haruki, anche ne Il libro nero la storia muove dalla scomparsa della moglie del protagonista.
Lì, assieme alla moglie scomparirà anche il gatto di Toru Okada; qui la scomparsa dell’amatissima moglie Rüya svelerà anche la scomparsa di Celâl, il fratellastro di molti anni più vecchio di lei.  

Celâl è un giornalista molto apprezzato che sulla rubrica di un giornale, il «Milliyet», da trentacinque anni scrive, senza saltare un numero, un’interrotta  opera enciclopedica di ricostruzione di Istanbul, attraverso gli oggetti della modernità e gli echi del suo passato.

Così Il libro nero diventa un immenso contenitore di storie, una dentro l’altra, una dietro l’altra, la cui connessione è la spirale di smarrimento e perdita che la sparizione di Rüya sembra portare alla luce  ma, allo stesso tempo, è un giallo dove gli intrecci si aggrovigliano su se stessi e gli indizi, anziché avvicinare la soluzione, la allontanano. 

Rüya, che Galip conosce fin dall’infanzia, se ne va  lasciandogli una lettera d’addio di diciannove parole. Una sorta di enigma scritto con una biro verde. Una biro come quella che Galip aveva perso in mare quand’era bambino durante una gita in barca con Rüya, e che Celâl aveva inserito in una magistrale puntata della sua rubrica sul «Milliyet», dove immaginava tutti gli oggetti che sarebbero venuti alla luce «il giorno che il Bosforo andrà in secca».

Da questa  lettera inizia la ricerca di Rüya e, nello stesso tempo, la ricerca della ragione della sua scomparsa.

Il libro nero è un romanzo che sovrappone, accumula, vive di doppi, di fantasmi, d’identità rubate; dove gli oggetti, le cose della vita quotidiana, come in un sogno hanno una misura fangosa che tira dentro un vortice dove ci si perde. Così Istanbul, le sue strade, i suoi palazzi, i personaggi, sembrano vivere in realtà che si specchiano e si sdoppiano e, imprevedibilmente, s’incontrano tra le pagine del romanzo, assumendo di volta in volta un altro significato, un altro ordine temporale, un’altra dimensione.

«Ogni cosa si rispecchia in un’altra, e tutte le cose e le persone sono contemporaneamente se stesse e la loro replica».

C’è un abisso tra l’Istanbul dell’omonimo romanzo/biografia di Pamuk e questa Istanbul catacombale, fatta di sotterranei reali e di sotterranei dell’anima, di storie stratificate che si chiamano tra loro. Non c’è luogo senza segreti, o architettura che non nasconda un’ombra e ne proietti un’altra.

Dal capitolo diciottesimo: Il pozzo buio

«Molti anni dopo, un pomeriggio, sono andato a rivedere quel palazzo. Avevo percorso quella strada sempre affollata un’infinità di volte, comminando su quegli stessi marciapiedi dove durante l’intervallo di mezzogiorno, si spintonano con la cartella in mano i liceali tutti stazzonati (…) Era una sera d’inverno. Si era fatto buio presto e il fumo dei comignoli era sceso come una nebbia sullo stradone. Le luci accese erano soltanto due, lucine fioche, malinconiche, di due uffici dove si stava lavorando fino a tardi. Per il resto la facciata era nel buio più totale. Tende scure tirate su appartamenti bui, finestre vuote, inquietanti come gli occhi di un cieco. In confronto a ciò che era stata un tempo ebbi l’impressione di una cosa fredda, insignificante, poco piacevole. Non era nemmeno possibile immaginare che un tempo ci avesse vissuto n’estesa famiglia, gli uni sopra gli altri, sempre insieme, pronti ad accapigliarsi,in un’enorme baraonda.   Mi piacque lo stato di abbandono e rovina in cui versava l’edificio (…) Che cosa ne sarà stato del mistero nascosto nella forra che poi è diventato il pozzo di aerazione? E che cosa ne sarà stato del pozzo stesso, con tutto quello che c’era dentro? Mi riferivo al pozzo vicino al palazzo, la cavità senza fondo che di notte provocava brividi di paura e non soltanto a me ma anche a tutti i bambini e gli adulti che abitavano ai diversi piani dell’edificio, Pullulava di pipistrelli, serpenti velenosi, ratti e scorpioni come il pozzo di una favola.»

Il libro Nero è una preziosa e complessa impalcatura letteraria, ma anche una sorta di discesa negli inferi dell’anima.
Conferendo a Orhan Pamuk il Premio Nobel per la letteratura 2006, i membri dell’Accademia svedese hanno scritto che “Il libro nero è un’odissea attraverso un’Istanbul notturna piena di geni e presenze impalpabili, una città dove le storie inventate sembrano più credibili di quelle vere, e la verità è un’ombra sul muro.”

Pamuk non rivela o, forse, non può rivelare ciò che sta dentro e oltre la storia. Anzi ogni rivelazione è a sua volta occultamento e sprofondamento in una dimensione onirica eppure iperreale.

«Sì, c’era una volta un principe che aveva scoperto che il problema fondamentale della vita è essere o non essere se stessi, ma quando Galip cominciò a immaginare i colori della storia, si sentì prima trasformare in un altro, poi in uno che si addormenta

E come scrive alla fine della sua postfazione: «Perché non c’è nulla di sorprendente come la vita. Tranne lo scrivere. Lo scrivere. Sì, certo tranne lo scrivere, l’unica consolazione che abbiamo

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Araba e colta, la protagonista è una scrittrice nata e cresciuta a Damasco, poi trasferitasi a Parigi dove lavora all’università e si occupa della biblioteca del dipartimento di Arabistica. Nella sua vita c’è stato un uomo fondamentale, un uomo che le ha aperto un mondo prima sconosciuto, erotico, carnale, pornografico. La passione per il corpo diventa passione per la parola: clandestine, come i suoi incontri amorosi, sono le letture rapinose dei testi di letteratura erotica araba antica. Il Corano stesso si rivela un trattato sul piacere sessuale e perfino le famigerate fatwàt assumono un’ambiguità che sembra lasciare spazio al piacere. I ricordi dell’infanzia siriana, le memorie di un mondo degli adulti complesso e contorto, fatto di segreti, tradimenti e passioni, le chiacchiere femminili negli hammam, le confidenze delle amiche, tutto diventa materia di una ricerca dentro il mistero fascinoso della carne, di una via della conoscenza che fa appunto del corpo e non dello spirito il mezzo e il fine della ricerca stessa. E Salwa al-Neimi – o la protagonista – intraprende questo percorso proprio perché si sente figlia orgogliosa di un universo culturale profondamente arabo. Ribalta i luoghi comuni sul rapporto tra sesso e Islam, e mostra come nella tradizione araba il piacere sessuale non sia un peccato ma una grazia di Dio, un “assaggio”, un “memento” dei piaceri che ci attendono in paradiso.

LA PROVA DEL MIELE

Al-Neimi Salwa

La mattina del 24 marzo 1946 Alexander Alekhine, campione del mondo di scacchi, celebre anche per la singolare crudeltà del suo gioco e l’eccentrica personalità, venne trovato privo di vita nella sua stanza d’albergo, a Estoril. Il medico che assisté all’autopsia certificò che la morte era avvenuta per asfissia, provocata da un pezzo di carne cruda conficcatosi nella laringe. “Non è stato rilevato alcunché di sospetto che possa far pensare a un suicidio, né tantomeno a un omicidio” dichiarò. Ma come mai una simile precisazione? Forse perché le foto del cadavere potevano far pensare a una messinscena? Solo un romanziere appassionato di scacchi come Maurensig poteva provare a rispondere a queste domande.

Teoria delle ombre

Maurensig Paolo

Quasi tutti i Crosby, da Howard a George Washington, hanno lasciato vedove le mogli e orfani i figli. Charlie Crosby costituisce l'eccezione. Il destino è scritto diversamente per lui. Nipote di George Washington, Charlie vive a Enon, una piccola città a nord di Boston. Pittura case, e a volte gli capita di tagliare l'erba nei giardini e spalare la neve. Una vita fatta di piccole cose: camminare nei boschi con Kate, contemplare Susan, la moglie. Un giorno però irrompe, crudele, insensata, terribile, la tragedia. In un piovoso pomeriggio di settembre che annuncia la fine dell'estate, mentre sta rientrando in auto dopo una passeggiata nei boschi, Charlie riceve una telefonata di Susan. Con la voce spezzata dal dolore, la moglie gli dice che un automobilista ha travolto Kate mentre tornava in bici dalla spiaggia. La fine della ragazza lascia macigni pesanti sul cuore di Charlie. Susan cerca di reagire, di non soccombere alla sofferenza, ma Charlie cede di schianto. Un giorno, dopo aver trascorso quasi tutta la notte seduto al buio, esausto e senza riuscire a dormire, Charlie scaglia un pugno contro la parete del pianerottolo. Susan se ne torna a casa dei suoi, nella sua vecchia camera da letto, che la madre usa per cucire ormai da vent'anni. Sembrerebbe tutto perduto per il nipote di George Washington Crosby. Tuttavia, da qualche parte è ancora all'opera la semplicità salvifica della natura e del mondo.

Enon

Harding Paul

Sergio Scozzacane è un impresario musicale. Lo chiamano "lo squalo" per la forma a pinna del suo naso. Un soprannome, ma anche un destino da carnivoro: è il proprietario della casa discografica Musica Blue Records, che produce dischi a pagamento vendendo illusioni a cantanti privi di talento. Alloggiato in una pensione d'infimo ordine e sommerso dai debiti contratti con la camorra, lo squalo progetta una improbabile uscita di scena. Ma quando tutto sembra perduto, una speranza si riaccende: Mattia, un giovane cantante che ha ancora sotto contratto per due mesi, vince un talent show televisivo, e portarlo a cantare a Sanremo sembra l'occasione di riscatto della sua vita da agente fallito e per salvare la pelle. Ma anche il "viaggio della speranza" nella città dei fiori, che lo squalo affronta assieme a Mattia (bella voce ma leggermente autistico) e alla sorella Sofia (cieca, bellissima e determinata), con la camorra alle costole, si rivela l'ennesimo buco nell'acqua.

IL FIUTO DELLO SQUALO

Solla gianni