Narrativa

Il male oscuro

Berto Giuseppe

Descrizione: Giuseppe Berto è stato il primo scrittore italiano ad avere il coraggio di uscire allo scoperto parlando della propria esperienza di depresso cronico. La grandezza de Il male oscuro, tuttavia, non risiede soltanto nel tentativo dell’autore di liberarsi terapeuticamente di un peso e di andare alle radici di un problema medico, ma sta soprattutto nella volontà di rompere il muro di ipocrisia e di indifferenza dietro il quale si era trincerata la società degli anni Sessanta. Attraverso un flusso di coscienza che ricorda La coscienza di Zeno di Italo Svevo, Giuseppe Berto intraprende la ricerca delle cause del "male oscuro" che lo attanaglia, partendo dalla cronaca di alcuni avvenimenti della propria infanzia: dal difficile rapporto con il padre (la cui morte sarà il motivo scatenante della depressione) al complesso di Edipo; dall’ambigua e latente conflittualità sessuale allo smodato desiderio di gloria del protagonista, che gli provocò sempre un forte senso di colpa. Quella di Berto è un’indagine lunga, profonda, non priva di momenti ironici e grotteschi che, dopo aver messo a fuoco gli anni del matrimonio, quelli della nascita della figlia Augusta e della fuga in Calabria a seguito del tradimento della moglie, si soffermano meticolosamente sullo snodo centrale della vita di Berto: la scoperta della psicanalisi e di un terapista che lo aiuterà a guarire da alcuni dei suoi sintomi più dolorosi. Un sapiente miscuglio di comicità e tragicità che ne fa, ancora oggi, un romanzo che per la sua attualità tematica, e la sua umanità, può essere apprezzato in qualsiasi epoca.

Categoria: Narrativa

Editore: Neri Pozza

Collana: Bloom

Anno: 2016

ISBN: 9788854514065

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Il male oscuro è un’opera (1964) potentemente autobiografica, come dichiarato in apertura da Giuseppe Berto: “Da quando Flaubert ha detto «Madame Bovary sono io» ognuno capisce che uno scrittore è, sempre, autobiografico… L’autore di questo libro spera che gli sia perdonato il naturale narcisismo…”

Seguendo la corrente niagarica del flusso di coscienza, il  romanzo risale al vissuto dell’infanzia, alla ricerca disperata della matrice del rapporto conflittuale con il padre: una relazione intrisa dal senso di colpa, che si scatena quando lo scrittore-sceneggiatore si allontana dal letto di morte del genitore (“il padre mio”) e non assiste alla sua fine (“Manco ci pensavo a questa possibilità di perpetuazione della nostra lotta immaginavo che morto e sepolto lui tutto fosse finito”).
Ben presto la depressione indossa i panni di una malattia che affligge il protagonista in modo vario sia per manifestazioni (la crisi è un attacco di peritonite? O forse tubercolosi renale? O ancora è causata da un rene mobile?), sia per intensità. Ed è proprio il male oscuro il filo conduttore della narrazione, che trafigge le relazioni amorose con due donne che rivaleggiano: una vedova parigina (“Per quanto a vederla in certi momenti diciamo così culminanti dell’amore potesse venire sul serio da pensare che fosse un po’ vacca”) e un’amante molto più giovane (“La ragazzetta”), che lo sceneggiatore sposerà più per un incidente di percorso (“Il bambino non c’è… e io cerco di consolarla meglio che posso della sua disperazione che proprio non condivido anzi reputo questa l’unica notizia decente che mi sia stata data negli ultimi quattro o cinque mesi, anche perché non è bello far l’amore con tutte le precauzioni che bisogna prendere per non fare bambini…”) che per deliberata decisione.
Il rapporto coniugale è litigioso (“Mia moglie mi dice sempre che si vede che sono stato educato dai preti”), mentre l’autore sperimenta una nuova, autoriferita consapevolezza con la  nascita della figlia Augusta (“Del resto io sempre con la collaborazione di questa figlia vado approfondendo parecchio la natura del rapporto tra padri e figli”).

La lotta contro il morbo (“Questa malattia per così dire biforcuta ossia con una parte che riguardava il corpo e l’altra lo spirito”) è condotta senza esclusione di colpi (“Eccomi dunque di nuovo steso sul letto inclinato all’indietro a meditare sui vari modi di togliersi la vita”), in uno stillicidio di visite, ricoveri e consulti (“Tanto più che secondo la mia esperienza i medici sono asini, più grandi sono e più asini sono…”) che mantengono il paziente in sospeso tra il sospetto della “malattia immaginaria” e il timore del male incurabile. Con un unico risultato: l’impasse creativa che impedisce allo scrittore di comporre il suo capolavoro (“Io non miro al successo bensì alla gloria che è tutt’altra cosa”).

Tra rovelli continui e pagine ove si compie l’indagine minuziosa di possibili cause (“Con questa storia dei sacrifici per farmi studiare”), ricordi (“Mi ricordavo di Lucia Sporca allora la mia innocenza era già bell’e perduta”) e senso del peccato (“Se prima almeno non mi ero confessato dei miei orrendi peccati, fortuna che c’era… un confessore… evidentemente rimbambito…”) che possano giustificare la condizione di sofferenza edipica (“Nel mio inconscio sono infinite volte parricida”), prende sempre più corpo l’idea della nevrosi da arginare con l’aiuto della psicoterapia. Lo psicanalista (nella realtà Nicola Perotti, nel romanzo “Il vecchietto”) risolverà in parte i problemi, ma proprio nel giorno della “guarigione” un inatteso colpo di scena concretizza l’ironia della sorte, che sbeffeggia il protagonista in un finale malinconico e struggente nel regresso  a una vita elementare sulle coste della Calabria.

L’autobiografismo coinvolge la narrazione anche sul piano letterario: vengono infatti rappresentati i conflitti con gli scrittori coevi (“Un paio di nomi di letterati ai quali ho l’impressione d’essere a mia volta poco simpatico, Moravia tanto per dire o Bonaventura Tecchi”), l’isolamento rispetto alla cultura radicale (“La ragazza si fosse uccisa per via di una relazione diciamo così sentimentale con uno scrittore che a quel tempo aveva grande successo e sul quale i radicali si capisce trovavano ben poco da ridire… l’articolo si dilungava parecchio sulla descrizione di questa bella ragazza diventata poltiglia”) la concezione poetica (“Le opere destinate a durare a lungo hanno bisogno di lima, Orazio mi pare la pensava così”), alcune simpatie per contemporanei (“Con fare garbatamente elogiativo come fa ad esempio Carlo Levi, e anche tanti oltre a lui si capisce però questi altri non hanno motivo di elogiarsi mentre Carlo Levi a mio avviso sì”) e classici (“Pensando al Tasso che poco a poco mi sta diventando simpatico… se è vero che in quest’ospedale di sant’Anna dov’era ricoverato in qualità di matto lo incatenavano al muro, Dio mio pensare uno incatenato in una cella mentre ha la claustrofobia come ce l’ho io…”),  atteggiamenti (“Mi spiega con sufficienza che io sono un mitomane e morfinomane come tutti gli artisti in generale”), commenti estemporanei (“O cavallina storna… la storia essendo quasi tutta diretta al nitrito finale cioè a sapere chi avesse fatto fuori l’esemplare genitore, in altre parole era una poesia ad andamento giallo col difetto che alla fine gli unici a conoscere il nome dell’assassino erano la vedova e un quadrupede”), evocazioni (“Mi metto alla macchina da scrivere non certo legato alla sedia come Vittorio Alfieri”) e ambizioni compositive (“Italo Svevo al quale ambirei di somigliare se non fosse per la particolarità che io ho paura di fumare mentre lui impostava tutti i suoi problemi di coscienza sull’ultima sigaretta che non era mai l’ultima…”).

Lo stile è innovativo, si diffonde in periodi lunghissimi, senza punteggiatura, in pagine infinite che materializzano la continuità disperata del flusso di coscienza: un registro che ha fatto scuola, al punto da essere  paradigma ravvisabile in libri editi ai nostri giorni.
Ma la caratteristica più accattivante è la tonalità amabilmente ironica, di un’ironia stralunata, visibilmente ingenua e tanto sprovveduta da indurre il fondato sospetto della  premeditazione.

Bruno Elpis

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E  qui trovate il nostro commento ad “Anonimo veneziano” di Giuseppe Berto

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