Classici

Il partigiano Johnny

Fenoglio Beppe

Descrizione: Johnny, la Resistenza e le Langhe sono i tre protagonisti a pari titolo di questo romanzo, trovato tra le carte di Fenoglio dopo la morte. Cronaca della guerra partigiana, epopea antieroica in cui l'autore proietta la propria esperienza in una visione drammatica, Il partigiano Johnny rivela un significato umano che va ben aldilà di quello storico-politico. Dalla formazione delle prime bande fino all'estate del '44 e alla presa di Alba seguiamo l'odissea di Johnny e dei suoi compagni fra gli ozi forzati nei casali, le imboscate contro gli automezzi fascisti, le puntate per giustiziare una spia in pianura, le battaglie campali, i rapporti tra le varie formazioni ribelli. Con un saggio di Dante Isella.

Categoria: Classici

Editore: Einaudi

Collana: Super ET

Anno: 2014

ISBN: 9788806219277

Recensito da Eleonora Tirelli

Le Vostre recensioni

Avevo pensato di fare una bella recensione ordinata. Di cosa parla il romanzo? Parla del partigiano Johnny. Che è un ex sottoufficiale dell’esercito italiano sbandato l’8 settembre 1943. Che è un ex studente appassionato di letteratura inglese. Ecc.

Avevo pensato di affrontare anche la questione della turbolenta vicenda editoriale del Partigiano. Che è un romanzo lasciato incompiuto e pubblicato postumo. Che non c’era neanche il titolo e che Fenoglio ce lo ha tramandato in due differenti redazioni. Che è un testo che più filologi ci han lavorato sopra e che ci son saltate fuori tre diverse edizioni critiche (1968, Lorenzo Mondo; 1978, Maria Corti; 1992, Dante Isella). Ecc.

Poi mi son detta: a chi viene voglia di leggere un romanzo che ci vuole mezz’ora solo a seguire la recensione tutta zeppa di date e dati? Che tra l’altro tutte le beghe editoriali sono riassunte nella nota introduttiva dell’editore (e le potete trovare pure su Wikipedia, per dire).

Allora il piano B era quello di deviare in direzione del messaggio sintetico, un veloce imperativo, “vagamente” autoritario: DOVETE leggere Il partigiano Johnny. Che magari amici&parenti avrebbero perfino potuto prendermi in parola; gli altri (a buon diritto) per pazza.

A questo punto piano C: dire PERCHÉ bisogna leggere ’sto romanzo. Solo che ogni volta che ci penso, che penso come comunicare quanta e quale roba c’è lì dentro, nel Partigiano Johnny, mi sento sopraffatta. Perché c’è troppo in queste pagine. Ed è pure un troppo che richiede fatica e impegno.

Intanto c’è da dire che Beppe Fenoglio gioca (sarebbe meglio dire: lavora) con la lingua. Egli stesso dichiara (in Ritratti su misura di scrittori italiani a cura di Elio Filippo Accrocca):

Scrivo per un’infinità di motivi: per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti.

E questo spirito agonistico, questa fatica nera, si traduce in «una prosa incessantemente produttiva di neoformazioni lessicali, morfologiche e sintattiche»[1]che attingono all’italiano, all’inglese, al francese, al latino e al piemontese. Se il lettore ci si mette, se scopre le regole del gioco, se si concentra non solo su ciò che è scritto, ma anche su COME è scritto… allora si troverà immerso-in e sommerso-da tutto questo. Da questa lingua magmatica ma non distruttrice. Anzi semmai il contrario, costruttrice. E allora mentre leggi riesci a vedere lo scrittore che si arrovella sulle parole, che le pesa una ad una, che le calibra e le forgia su misura per la pagina. E ne godi.

Ma dunque cosa c’è dentro Il partigiano Johnny? C’è la Resistenza, quella vera. Quella fatta di uomini e (non per forza) di eroi. Quella fatta di scelte più o meno consapevoli. Quella fatta di fame e di sporcizia e di freddo e di fango e di scorribande e di sguardi di sottecchi e di contadini che ti aprono e di compaesani che si fanno il segno della croce perché tu non bussi alla loro porta. E di spie e di giovani morti e di giovani scampati e di fughe e di tradimenti e di noia e di attesa e di mancanza di tutto e di niente e di revolverate alle spalle e di fucilazioni e di preti e di processi sommari e di… Poi, dentro al Partigiano, c’è la personale epopea di Johnny. All’inizio con la sua «vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita…». O forse così lo vedono gli altri. O forse così si vede lui stesso, Johnny, che a starsene nascosto, al riparo dagli eventi, «sentiva intorno a sé, ed in sé, una precarietà, una miseria per cui tutto lui era sottilizzato, depauperato, spaventosamente ridotto rispetto ad una normale dimensione umana». E allora brama di salire «nell’arcangelico regno dei partigiani». E parte e va e trova i partigiani, che non sono angeli ma uomini, che non hanno fondato un regno ma bivaccano in «easy-going camp[s]». Solo che la ricerca di Johnny non è finita. Non finisce mai. Si sposta di volta in volta su un oggetto diverso: i partigiani, gli azzurri, i fascisti, la città, la spia, il reimbandamento, la solitudine… «E andando […] fogli di carne […] si addizionavano perfettamente al suo corpo e mente, al punto da renderlo un grosso uomo, così grosso da dover pensare di non poter sfuggire ad una raffica, una delle prossime volte». Di collina in collina, Johnny conquista faticosamente e, a volte, disperatamente, quella dimensione umana che prima aveva incontrato solo sulle pagine dei libri. «Al magistero della letteratura e dell’arte, si succede […] il magistero della vita», scrive Walter Mauro (Invito alla lettura di Fenoglio), che prosegue: «più forti sono le contraddizioni e le ambiguità cui assiste all’interno di quel mondo che aveva ritenuto puro e incontaminato, e più consistente e tenace si determina in lui la volontà di farsi adulto, di essere uomo fra gli uomini».

Si sfaldano le idee: l’aura divina che avvolgeva i partigiani nell’immaginario di Johnny (e nel nostro) si oscura progressivamente. Dunque per questo nella quarta di copertina (e in svariate critiche e recensioni) si legge che Il partigiano Johnny «è riconosciuto come il più originale e antieroico romanzo italiano sulla Resistenza». Antieroico. Eppure non riesco a farmi andare giù questo aggettivo. Perché a volte c’è qualcosa di eroico anche nella mera sopravvivenza. Nella sopportazione del dolore. E poi. E poi lo stesso Johnny che prosegue, prosegue sempre nella sua ricerca. Una ricerca alla Moby Dick, hanno detto alcuni. Una ricerca che non ha termine perché il suo obiettivo è utopico: rifondare un ordine morale e civile che è saltato in aria. Come ha scritto Dante Isella: «Johnny è una viva, affascinante reincarnazione dei cavalieri delle leggende antiche (insieme Robin Hood e Don Chisciotte) […] “consacrati” al ristabilimento della giustizia»[2]. È questa una “lotta contro il Male” che mi pare non abbia nulla di antieroico, anzi: è epica, è biblica, è palingenetica nella misura in cui Johnny, e noi attraverso lui, possiamo riappropriarci – anche solo momentaneamente, certo non definitivamente – del concetto di humanitas.

E poi – e infine – c’è la lingua. Per nulla antieroica, semmai salvifica, la lingua di Fenoglio. Salvifica perché creativa, perché generativa, perché VIVA… ma se n’è già detto qualcosa più sopra. Quindi ora basta, penso di tornare all’imperativo col quale avrei forse dovuto cominciare e col quale voglio certamente concludere: DOVETE LEGGERE Il partigiano Johnny.

 

[1] Dante Isella, La lingua del «Partigiano Johnny», fondamentale saggio che l’editore Einaudi ha piazzato (grazie!) al termine del libro.

[2] Ibidem.

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Beppe

Fenoglio

Libri dallo stesso autore

Intervista a Fenoglio Beppe

Christian insegna letteratura latina cristiana, è ricco e appassionato di cronologia. Giose è stato una meteora della musica punk-rock anni Ottanta, non si è mai preoccupato dei soldi e cucina in modo splendido. Christian è razionale, prudente e talvolta distaccato; Giose è istintivo, esuberante, affettuoso fino all'eccesso. Si amano. Per avere un figlio sono andati fino in Armenia: li è nata Eva. La loro è una famiglia felice, che però si spezza con la morte improvvisa di Christian. Giose non è ritenuto un tutore adeguato e la bambina viene affidata a uno zio. Tre anni dopo Eva è una ragazzina di seconda media, fiera e orgogliosa. Durante un litigio nella metropolitana di Milano spinge un compagno di classe sotto il treno in arrivo. Convinta di averlo ucciso, fugge e raggiunge Giose in un casolare sugli Appennini: con lui risalirà la penisola per affrontare le conseguenze del suo gesto. Durante il viaggio scoprirà molto su se stessa e sui suoi genitori, e conoscerà la storia meravigliosa cui deve la vita.

Sei come sei

Mazzucco Melania G.

“Voci di famiglia” è un titolo che allude alla storia narrata, dove parlano tre persone distintamente, quelle che in un'unica scena del romanzo formano una famiglia.Sofia si reca al cimitero a portare un fiore a sua madre, Ashley. Era una scrittrice, e prima di morire aveva chiesto che all'interno della cappella dove avrebbe dimorato la sua salma, ci fosse un ripiano dove collocare una copia di ogni suo libro. Chi avesse voluto prenderne uno da leggere, in cambio avrebbe dovuto lasciare un fiore. Sofia vede una rosa rossa. Vede che non c'è La musica del silenzio, l'unico che non ha letto. Torna a casa, prende il libro, si accomoda sul letto e inizia a leggere una storia che non conosceva. Nel libro che Sofia legge segue una pagina bianca; intuisce che la seconda parte non è stata scritta da sua madre. Quando Sofia torna al cimitero vede che il libro è stato riportato, ma ce n'è anche un altro mai visto prima. Si intitola “Il risveglio” ed è firmato solo con un nome: Luciano. Sofia si guarda intorno ma non vede nessuno. Torna a casa per leggerlo.Poi si reca al cimitero, e lo inserisce accanto ai libri scritti da sua madre. Sente un rumore alle sue spalle. Si volta, e lo vede.

Voci di famiglia

Giubilei Vincenza

Due sconosciuti in attesa di sparare durante un safari umano. Un giovane sacerdote, ignaro del suo futuro di papa, in un corpo a corpo con il desiderio. Gli attentati compiuti nei supermercati da un tranquillo padre di famiglia con la passione per gli esplosivi. Le peripezie di un cuore espiantato, in corsa verso la seconda vita. Un uomo deciso a condividere la casa con un branco di lupi. Fatti realmente accaduti che si fondono a invenzioni folgoranti.

La sposa

Covacich Mauro

«L'unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti e cercare la distanza giusta, che è lo stile dell'unicità». Così scrive Emanuele Trevi in un brano di questo libro che, all'apparenza, si presenta come il racconto di due vite, quella di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori prematuramente scomparsi qualche tempo fa e legati, durante la loro breve esistenza, da profonda amicizia. Trevi ne delinea le differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima prensile e sensibile, cosi propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa, i lineamenti marcati del primo; l'aspetto da incantevole signorina inglese della seconda, così seducente da non suggerire alcun rimpianto per la bellezza che le mancava. Ne mostra anche le differenti condotte: l'ossessione della semplificazione di Rocco Carbone, impigliato nel groviglio di segni generato dalle sue Furie; la timida sfrontatezza di Pia Pera che, negli anni della malattia, si muta in coraggio e pulizia interiore. Tuttavia, la distanza giusta, lo stile dell'unicità di questo libro non stanno nell'impossibile tentativo di restituire esistenze che gli anni trasformano in muri scrostati dal tempo e dalle intemperie. Stanno attorno a uno di quegli eventi ineffabili attorno a cui ruota la letteratura: l'amicizia. Nutrendo ossessioni diverse e inconciliabili, Rocco Carbone e Pia Pera appaiono, in queste pagine, come uniti da un legame fino all'ultimo trasparente e felice, quel legame che accade quando «Eros, quell'ozioso infame, non ci mette lo zampino».

Due vite

Trevi Emanuele