Narrativa

Il prato in fondo al mare

Nievo Stanislao

Descrizione: 4 marzo 1861: parte da Palermo il battello a vapore “Ercole”, con a bordo Ippolito Nievo, in viaggio verso Napoli per riportare i documenti della spedizione garibaldina dei Mille cui aveva preso parte. Ma la nave “Ercole” nel corso di una violenta tempesta scompare nel nulla. Nessun superstite, nessuna traccia, nessuna inchiesta che riesca a capire cosa è accaduto. 5 marzo 1961: in occasione del centenario della scomparsa di Ippolito Nievo, Stanisalo, suo pronipote, viene abbagliato da un flash, che interpreta come un invito a riaprire le indagini su quella morte misteriosa. Stanislao Nievo dedica dieci anni della sua vita a raccogliere i materiali utili per ricostruire le fila di questo capitolo di storia patria. Così la vicenda di Nievo si sdoppia e si aggroviglia in tante storie diverse, e le ricerche non sono meno avventurose e romanzesche della fine leggendaria del vascello “Ercole”. Pubblicato nel 1974, il romanzo è il Premio Campiello 1975.

Categoria: Narrativa

Editore: Marsilio

Collana:

Anno: 2010

ISBN: 9788831707497

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Il prato in fondo al mare, Premio Campiello 1975, è l’omaggio vitale e letterario che Stanislao Nievo attribuisce – in qualità non soltanto di nipote – a  Ippolito Nievo. L’autore delle “Confessioni di un italiano” perì in circostanze misteriose (“L’uomo che li comandava era colonnello. Aveva la stessa età della nave su cui era imbarcato, 29 anni”) sul vascello a ruote denominato Ercole (“Benché ristrutturata più volte era una vecchia carretta”), forse inabissatosi tra Capri e Punta Campanella durante il viaggio che doveva riportare dalla Sicilia a Genova alcuni garibaldini (“Gli imbarcati sull’Ercole erano gli ultimi garibaldini che lasciavano la Sicilia”) e i documenti amministrativi inerenti la spedizione dei Mille (“L’amministrazione dei Mille… era ora sotto inchiesta”).

Quali furono le cause del naufragio (“Del vascello scomparso non fu trovato alcun segno”)?
Le teorie furono molteplici, poche le indagini svolte per appurare la verità (“Il 17 marzo 1861, 11 giorni dopo la scomparsa dell’Ercole, nasceva il regno d’Italia… L’attenzione del paese e delle sue sfere direttive era tutta presa da questo complicato parto nazionale. Nasceva l’Italia e i problemi più piccoli passavano in second’ordine”).
Si susseguirono sette ipotesi differenti, sette come le fatiche del mitico eroe omonimo della nave: “La ricerca aveva gettato tutte le esche… L’Ercole era una preda sfuggente. Quando i brandelli delle altre indagini si rivelavano inconsistenti, la ricerca continuava attraverso l’inconscio… Si era inserito un parallelo irritante, quasi infantile se non fantastico per un ricercatore, un mito ellenico, le fatiche d’Ercole.
Poi, accanto alle tesi più lineari (“Cos’è un colpo di mare? Una grande ondata, inaspettata di contromare, che arriva come un maglio smisurato contro il bordo della nave”) si affaccia una nuova possibilità: “Un’isola. Un’isola che sorge dal fondo, sbatte via tutto quel che trova, divora una nave e poi sprofonda nuovamente trascinando via i resti. Roba da Jules Vernes…”

Stanislao Nievo immagina le ultime ore trascorse dal vascello in pericolo (“Poi, dopo le due della notte, venne la tempesta”): è la parte forse più potente e immaginifica del romanzo (“Poche ore, ma un inferno. Il vento scendeva da nord. Da tramontana girò a maestrale e tutto si oscurò nel giorno nascente”).

Il nipote decide di condurre un’indagine personale (“8 giugno 1961: 100 anni, 3 mesi e 3 giorni dopo la scomparsa le poste italiane emettono un francobollo commemorativo, ricordo di Nievo, col viso azzurro diffuso di mare”) per ricostruire lo sfortunato epilogo.
E dispiega forze ed energie sia nella ricerca testimoniale (“Un uomo si era salvato. Un naufrago vivo. Uno solo. Ma c’era… Si sapeva soltanto che era stato portato a Napoli. E poi era sparito”) e documentale, sia nelle esplorazioni del fondale (“Jaques Piccard… scese sul fondo”), sia mediante il ricorso a indagini “alternative”, rivolgendosi a Gerard Croiset (“Da bambino aveva rischiato di affogare e l’incidente aveva accentuato il suo particolare potere investigativo a distanza”), a radiestesisti, paragnosti e sensitivi…

Nella parte finale del romanzo troviamo la descrizione accurata delle (tre) immersioni sperimentali, delle quali Stanislao approfittò per perlustrare il fondale del Tirreno. La seconda esplorazione (accostata al mito delle cavalle di Diomede) vive momenti drammatici perché la pinza del batiscafo rimane impigliata e ciò impedisce la risalita. Durante la terza discesa, lo scrittore è vicino alla soluzione: l’asportazione della ruota e della cassa del relitto potrebbe costituire una prova, che però si sfalda e si disintegra (“La nave non esisteva più. Il suo fantasma si sfaceva appena si giungeva a toccarlo”). Allora la solitudine di Nievo affiora in tutta la sua potenza artistica nella strana ricorrenza di coincidenze e assonanze classiche (“L’ultima fatica d’Ercole… era stata la lotta al di là del mare per catturare un cinto a uno strano nemico. La regina di un regno lontano. Una regina di nome Ippolita”)…

Bruno Elpis

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Stanislao

Nievo

Libri dallo stesso autore

Intervista a Nievo Stanislao

Siamo a Denver, è il 7 aprile 2052 quando ad Oscar Mianich, 70 enne burbero e abitudinario, viene diagnosticata una rara malattia che lo porterà, in poco tempo, a perdere la vista. Cosa lega il suo destino a quello di Anthony Peng, ricco e potente imprenditore? Probabilmente ciò che accomuna da sempre tutti gli umani sulla terra: la paura di andarsene senza aver lasciato un segno tangibile di sé. Nell'era in cui la rivoluzione digitale ha ormai cambiato radicalmente la quotidianità del genere umano, Anthony Peng brevetta un server in grado di custodire tutto ciò che vi confluisce dalla memoria di pc, tablet, smartphone di miliardi di utenti, un vero e proprio database grande milioni di gigabyte. In questo sterminato spazio dorme la nostra memoria e i nostri ricordi, l'esubero di informazioni che non riusciamo più a contenere nell'angusto spazio di un cellulare. Quanti scatti fotografici conta ogni giorno la camera del nostro smartphone? Quante di quelle cose che abbiamo filmato e memorizzato ci interessano davvero?

Chiama tua madre

Barale Fabrizio

L'archivio Viterbo - dichiarato nel 1990 di "notevole interesse storico" dalla Soprintendenza Archivistica per la Puglia - è stato acquisito a titolo di donazione dall'Archivio di Stato di Bari. Si deve alla sensibile lungimiranza dei figli di Michele Viterbo, Silvia, Nicola e Donato, se le raccolte documentarie sono state donate all'Archivio barese che in tal modo, nell'adempimento dei suoi compiti istituzionali, arricchisce la collettività di Bari e dell'intera realtà regionale di un'importante testimonianza relativa a vicende significative della storia locale e nazionale.

1943 – 1945. Diario

Viterbo Michele

Dodici sono i portici di Bologna candidati a patrimonio dell'umanità UNESCO, i più belli e ricchi di storia di tutta la città. Sono portici costruiti in epoche diverse, legati ai palazzi nobiliari, alle piazze che abbracciano, al quartiere dove sorgono. I portici, amati dai bolognesi che senza di loro non sanno stare, di certo sono rappresentativi di Bologna al pari dei Tortellini, delle Due Torri e dell'Università. Altrettanto rappresentativa di Bologna è l'investigatrice privata Stella Spada, unica e senza rivali, che dal suo studio di via dell'Inferno indaga sui casi che le vengono affidati, a patto che siano tutti nel centro di Bologna o poco distante. In questo romanzo breve, un caso molto speciale la obbliga ad una corsa contro il tempo dall'uno all'altro dei 12 portici candidati dall'UNESCO per ritrovare Filippo, il cane della vicina rapito da un misterioso personaggio che le lascia indizi in rima. Riuscirà Stella a ritrovare l'amato sanbernardo? Scoprirà e punirà il crudele rapitore?

Il mistero dei dodici portici

Lusetti Lorena

Elegante, musicale, armoniosa, dolce, piacevole, seducente: per chi ci guarda da fuori, la nostra è la lingua più bella del mondo, tanto da farne la quarta più studiata tra le lingue straniere. Gli italiani, invece, tendono a darla per scontata, ignorando forse che le parole che ancor oggi utilizziamo hanno una storia antica e nobile. È un gran privilegio parlare d'amore, sognare e persino imprecare con le stesse parole di Dante e degli altri grandi della nostra letteratura. Dovremmo emozionarci sapendo di poter passare con facilità da un sonetto di Petrarca a una poesia di Alda Merini, da Ariosto al Fantozzi di Paolo Villaggio, dai poeti siciliani ai testi di Vasco Rossi. Le altre lingue europee non offrono questa opportunità. Avere come strumento per esprimersi l'idioma che ha segnato nel mondo la musica, le arti, la scienza, il canto dovrebbe riempirci di ammirazione e orgoglio, e darci la misura delle nostre potenzialità. Da un'italianista appassionata, una dichiarazione d'amore in otto passeggiate tra i tesori della nostra lingua, da Boccaccio alla "supercazzola" di Amici miei, da Galileo a Benigni, per innamorarsi, o reinnamorarsi, della "lingua degli angeli", nella definizione di Thomas Mann. L'italiano ricambierà, regalando godimento, fascino, sicurezza in sé stessi e nelle proprie idee. E tutte le parole per le cose più belle della vita.

Ama l’italiano. Segreti e meraviglie della lingua più bella

Andreoni Annalisa