Saggi

Il reddito di cittadinanza

Bronzini Giuseppe

Descrizione: Il venir meno della promessa del lavoro per tutti (mito degli anni Cinquanta) e l'affermarsi di condizioni lavorative saltuarie pone il problema di come assicurare a tutti condizioni di vita dignitose. Il tema è quello del "reddito garantito" o "reddito di cittadinanza" o "basic incom", cioè di un reddito minimo assicurato dallo Stato in mancanza di attività lavorativa. La soluzione, molto discussa a livello teorico, è oggi adottata in tutti i paesi europei eccettuate l'Italia, la Grecia e l'Ungheria. In Italia c'è una sola sperimentazione, prevista da un decreto legislativo del 1998, ormai abbandonata nel tempo. Sui fondamenti etici e politici del reddito di cittadinanza, sulle realizzazioni in Europa e sulle possibilità in Italia, fa il punto il volume di Giuseppe Bronzini, magistrato, autore di numerose pubblicazioni in materia.

Categoria: Saggi

Editore: Edizioni Gruppo Abele

Collana:

Anno: 2011

ISBN: 9788865790199

Recensito da Giacomo Robutti

Le Vostre recensioni

Il reddito di cittadinanza (o, meglio, di residenza, dacché i suoi  intendono estenderlo agli stranieri extracomunitari regolarmente soggiornanti) è l’obiettivo più ambizioso che la sinistra radicale contemporanea si prefigge.

È lo strumento che, solo, si ritiene in grado di tutelare la dignità umana in modo perfettamente soddisfacente perché, elargito in misura sufficiente a soddisfare tutte le esigenze materiali comuni,è in grado di debellare definitivamente il bisogno, fino al perdurare del quale, nessun diritto di libertà assicura il pieno svolgimento della personalità di ciascuno. Inoltre, poiché rivolto a tutti indifferentemente, il reddito di cittadinanza emenda uno strabismo tradizionale dei modelli di welfare occidentali: l’essere perlopiù costruito attorno al lavoratore dipendente, con conseguente discriminazione di categorie distanti dal lavoro tradizionale (precari, casalinghe, portatori di handicap).

Di più, il basic income deve essere distribuito anche agli abbienti: solo così la sua percezione da parte dei non abbienti può perdere lo stigma connesso con il riconoscimento dello stato di bisogno. Infine, il basic income non deve essere revocato se chi lo percepisce rifiuta un impiego: questo infatti è ritenuto ricattatorio, a meno che l’impiego offerto non sia rispondente alle inclinazioni ed alle aspirazioni del soggetto che riceve l’offerta.

La fiducia nell’efficacia del basic income è tale che questo pamphlet, redatto da un magistrato che presta servizio presso la sezione lavoro della Corte di Cassazione, presenta la misura non come il completamento del sistema del welfare europeo, “la ciliegina sulla torta”, ma come il pilastro fondamentale attorno al quale erigere un nuovo sistema di welfare.

Il liberale che si avventuri in una lettura così distante dalle sue normali frequentazioni – se sopravvive all’orticaria che lo assale – ha essenzialmente due censure da rivolgere: come possono Stati finanziariamente esangui, come sono oggi molti fra quelli europei, sostenere un simile peso? Come si può convincere a continuare a lavorare popoli cui lo Stato garantisce una vita degna, senza che essi debbano muovere un dito?

Lo stesso liberale non si dirà mai soddisfatto dalla risposta che l’autore dà alla prima obiezione, tuttavia deve riconoscergli di essersi impegnato –  politici e sindacalisti non si curano di indicare dove reperire le risorse per far fronte alle loro promesse – e di aver indicato qualche soluzione parziale non solo credibile, ma anche coraggiosa, se si considera che proviene dalla sinistra-sinistra.

L’autore riconosce infatti che il nostro sistema di welfare, a fronte dell’immensa massa di denaro movimentato nel ciclo che va dai prelievi fiscali alla finale erogazione delle prestazioni, è estremamente costoso – si pensi all’imponenza ed alla numerosità degli enti di carattere sociale – ed assai inefficiente, poiché dà a chi è discutibile che meriti di avere, e prende da chi è discutibile meriti di contribuire. Sono espressamente criticate le casse integrazione in deroga ultradecennali, le pensioni ai sessantenni (l’autore scrive poco prima delle rasoiate del prof. Monti), le sovrapposizioni di competenze su più livelli: provvidenze comunali-provinciali-regionali e i criteri poco trasparenti di selezione dei beneficiari.

Tutto vero, per quanto non basti. La realtà è che solo una forte ripresa economica e una robusta crescita del PIL pro capite degli stati europei possono permettere un sostanziale aumento delle prestazioni di welfare. Infatti, il correlato aumento del gettito potrebbe consentire maggiori spese, e le migliorate condizioni del mercato del lavoro assottiglierebbe il novero degli aspiranti percettori del basic income.

Quanto alla seconda domanda – ma chi lavora più se si può avere uno stipendio regalato? – essa rimane inevasa: l’autore concepisce il basic income come il diritto principe del “cittadino laborioso europeo”, che si presume assolutamente, appunto, laborioso. Questa omissione non può stupire: è discendente remota dell’idea marxista per la quale l’uomo è buono per natura, ma è rovinato dal capitalismo. Insomma, si è di fronte alla consueta naïveté degli altero mondisti, che ce li rende, nell’errore, adorabili.

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