Romanzo storico

IL SIGNORE DI BARCELLONA – di José Lloréns

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Categoria: Romanzo storico

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Signore di Barcellona

Titolo: Il signore di Barcellona (titolo originale: Te darè la tierra)
Autore: José Lloréns
Editore: Mondadori
Anno: 2010

Nel suo romanzo, Lloréns José ci descrive una Barcellona della quale non siamo abituati a sentir parlare.

I fatti narrati, infatti, hanno luogo a partire dal 1052. In quel periodo, come descritto dall’autore, la città contava poco più di 2500 abitanti e viveva un periodo di piena espansione: una moltitudine di persone vi si spostava dalle campagne circostanti per cercare di trarre vantaggio dalle numerose opportunità che essa offriva.

 La maggior parte di queste persone, non trovando spazio all’interno delle mura cittadine, colonizzava le zone attigue, creando centri abitati a ridosso delle stesse.

 

Tra chi, per terra e per mare, raggiungeva quotidianamente Barcellona per condurre i propri affari, c’era anche Marti Barnaby de Montgri, un giovane di campagna che lasciava la sua casa per iniziare una nuova vita in città. Tanta la paura e l’incertezza quando, in fila per oltrepassare le mura cittadine, si chiedeva se mai sarebbe riuscito a coronare il suo sogno di diventare cittadino di Barcellona…  L’autore ci spiega bene, infatti, che i cittadini ricoprivano un ruolo molto importante nella Barcellona di quei tempi, costituendo, accanto al clero e all’aristocrazia, la classe di maggior rilievo alla quale venivano attribuiti diritti pari a quelli una volta garantiti ai cittadini romani.

Martì dà prova delle sue grandi capacità imprenditoriali. Partendo da una piccola fortuna lasciatagli in eredità dal padre, infatti, riesce a diventare uno dei personaggi più facoltosi della città, mentre l’amore per Laia, figliastra di un cittadino molto potente inserito nell’amministrazione della città, gli porta tanta gioia ma anche grandi delusioni.

In parallelo alle avventure di Martì, Lloréns José ci narra la storia di Ramon Berenguer I, conte di Barcellona, e del suo amore per Almodis de la Marca, amore per il quale sfida ogni potere, incluso quello pontificio che si oppone all’unione fino a giungere alla scomunica dei due amanti.

La narrazione è piacevole ed il libro, seppur molto lungo, scorre velocemente. Per gli amanti del romanzo storico è certamente da leggere.

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Luna

Lory Costabile

Alla vigilia della morte, stendendo l’elenco delle sue opere sul retro del quaderno di “Suite francese”, accanto al “Vino della solitudine” l’autrice scriveva: «Di Irène Némirovsky per Irène Némirovsky». Non sarà difficile, in effetti, riconoscere nella piccola Hélène – che all’inizio del romanzo siede a tavola dritta e composta per evitare gli aspri rimproveri della madre – la stessa Irène; e nella bella donna dall’aria annoiata – che a cena sfoglia le riviste di moda appena arrivate da Parigi in quella lontana provincia dell’Impero russo, che si occupa di sé e del giovane amante ignorando la figlia – quella Fanny Némirovsky, che ha fatto dell’infanzia di Irène un deserto senza amore. Hélène detesta la madre con tutte le sue forze («doveva baciare quel volto odioso ... posare la sua bocca su quella guancia che avrebbe voluto lacerare con le unghie»), al punto da sostituirne il nome, nelle preghiere serali, con quello dell’amata istitutrice («con una vaga speranza omicida»). Verrà un giorno, però, in cui la madre sarà vecchia, ed Hélène avrà diciott’anni: accadrà a Parigi, dove la famiglia si è stabilita dopo la guerra (che ha consentito al padre di accumulare un’immensa ricchezza) e la rivoluzione d’Ottobre (in cui hanno rischiato di perdere ogni cosa) e la fuga attraverso le vaste pianure gelate della Finlandia, durante la quale l’adolescente ha avuto per la prima volta «la consapevolezza del suo potere di donna». Sembra giunto il momento della vendetta: «Aspetta e vedrai! Ti farò piangere come tu hai fatto piangere me!». Ma quando Hélène scoprirà in sé lo stesso demone che abita la madre – quello «della civetteria, della crudeltà, del piacere di giocare con l’amore di un uomo» –, si allontanerà, scegliendo una vita diversa: «Sono sola, ma la mia solitudine è amara e inebriante». Se è vero che da un’infanzia infelice non si guarisce mai, pochi hanno saputo raccontare quell’infelicità come Irène Némirovsky.

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