Narrativa

Il sorcio

Carraro Andrea

Descrizione: "Carraro ci racconta senza nessun compiacimento, senza nessuna evasione verso il troppo chiacchierato cinismo pulp (ma mi pare comunque che del pulp ci siamo ormai liberati: è proprio ora di non parlarne più). Attenta misurazione di movimenti e spostamenti: punti di vista diversi da cui si osserva questo flusso lento, ostinato, quasi ravvolto su se stesso, di violenza che si abbarbica alle esistenze, che le conduce ad un non senso in definitiva accettato e sottoscritto da tutti, anche da coloro che subiscono e in parte resistono, ma in definitiva ricevono vita proprio da quel sordo orizzonte. Una vita (quello che è diventata e sempre più rischia di diventare la nostra vita collettiva) tutta rivolta a consumare se stessa e il mondo: ecco le magnifiche sorti di una società che sembra ormai escludere ogni possibilità di sentimento autentico, ogni passione per le cose e per le persone." (Giulio Ferroni)

Categoria: Narrativa

Editore: Elliot

Collana: Scatti

Anno: 2020

ISBN: 9788869939808

Recensito da Elpis Bruno

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Il sorcio di Andrea Carraro

Eraldo Martelli – Il sorcio di Andrea Carraro – è un personaggio veramente odioso: va fiero del suo nomignolo e della sua grettezza (“Non è mica casuale quel soprannome che gli hanno affibbiato, di cui lui si pregia: davvero, nel suo rimediato ufficietto di responsabile del Cral aziendale ha appiccicato sulla porta ‘dott. Sorcio’”), pratica bullismo e mobbing nei confronti di Nicolò Consorti e sconfina nella violenza fisica (“La sua Daewoo Nubira… è graffiata sul fianco, una lunga striscia prodotta con delle chiavi probabilmente. È stato il Sorcio, non ci sono dubbi”).

L’odio bidirezionale tra persecutore e vittima ha come teatro la banca, ove Nicolò è stato demansionato (“Comincia da quando è stato di fatto declassato, trasferito dal Centro Elaborazione Dati della banca al Back Office”) ed esercita la sua passione per la scrittura, non senza senso di colpa (“Scrivendo a sbafo” durante l’orario di lavoro). La banca con i suoi grotteschi rituali esalta la frustrazione del protagonista: le festicciole per l’esodo (“Si tratta di una collega ancora giovane, ficcata nel fondo esuberi e spedita in prepensionamento”), le patetiche gratificazioni (“La busta… malgrado l’esiguità della somma, sono proprio gli impiegati che sbavano e si scannano per ottenerla”), le denunce alla direzione del personale, il trionfo della cultura piccolo-borghese…

In questa cornice Nicolò coltiva il proprio malessere che canalizza nel risentimento contro il nemico e decide di interpellare una maga (“Morto! scandisce Nicolò”) per un inutile rito voodoo (“Il Sorcio è protetto dal malocchio come un blindato”), salvo poi commissionare un efficace pestaggio ai danni dell’odiato antagonista (“Gli faremo abbassare la cresta… vorrei assistere…”).

La tecnica espositiva del romanzo è avvincente e variata: i ricordi e gli eventi – alcuni dal sapore pubblicamente autobiografico, come la partecipazione alla mostra cinematografica di Venezia e la finale del premio Mondello, altri da interpretare, come il reportage al Cocoricò di Riccione, il  rapporto edipico con il padre, un misto di amore, rivalità e rimorso (“Quanto ancora vuoi fartela fruttare questa storia, che incolpando lui in qualche modo ti assolve?”), l’avvicendarsi delle amicizie con Gabriele, Gigi (“Gigi incarnava per lui lo spirito d’avventura, tipicamente adolescenziale, la trasgressione”) e Dario, gli effetti di una scrittura che si ritorce sull’autore  (“Gabriele… negli ultimi anni il rapporto si è definitivamente guastato… Si è riconosciuto in uno dei personaggi del libro e, cosa assai più grave, ha riconosciuto la sua famiglia”) – si alternano ai dialoghi con lo psicoterapeuta (“Nello studio spartano del suo analista… Certo, c’è la parcella, ma non può essere soltanto per il danaro che il dott. Monaco mostra tanto interesse per i suoi casi. Ha il sospetto che lo stia analizzando come caso clinico emblematico in qualche suo studio”). Sì, perché Nicolò è affetto dal Male oscuro proprio come Giuseppe Berto (“Nicolò era tiranneggiato dal suo male, che gli impediva di fare qualunque cosa, di allontanarsi dalla sua città…”) e il suo disagio psichico viene rappresentato con dosaggio di ironia, cinismo, autobiografismo adattato al romanzo e scompigliato nella sequenza temporale, in uno stile originale (“Del resto continua a praticarla, quel genere di scrittura aggressiva, avversativa, violenta”) che si staglia nitido e provocatorio sull’omologazione dilagante della narrativa coeva: “Io volevo castigare… il lettore medio piccoloborghese… mi sentivo scorrere nelle vene il sangue di un genio maledetto, di un Lautréamont, di un Baudelaire, di un Rimbaud, di un Céline, di un Pasolini corsaro, un fustigatore…”

Nell’osmosi pericolosa tra vita reale e scrittura (“Il suo primo libro… non se ne parlava, era un tabù assoluto. Per non dire del secondo sullo stupro, dottore… Era quasi come se lo stupro lo avessi compiuto io…”), il finale è in crescendo e non risparmia capovolgimenti di fronte: l’insperata occasione per consumare la vendetta sul Sorcio secondo la terribile legge del contrappasso, la diagnosi clinica (“Lei si troverà sempre nella vita dei sorci, io temo… Allora sono un masochista”) e la fine del rapporto – oramai di dipendenza – con lo psicanalista (“Le oltraggiose immagini di me contenute nei suoi romanzi”), una scena conclusiva in Umbria alla vigilia di Natale che consegna definitivamente il lettore guardingo al brivido e al beneficio del dubbio…

Bruno Elpis

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