Narrativa

Il terzo amore

Scerbanenco Giorgio

Descrizione: Elena è una ragazza madre. Giulio, il suo primo amore, ha abbandonato lei e il piccolo Giovanni, detto Anni. Ha bisogno di un lavoro, dal momento che non può più lavorare nella pellicceria di Margoni, che pure è innamorato di lei e fa di tutto per aiutarla, procurandole un lavoro come attrice. Un giorno Elena incontra Pietro, ricco bello e sfrontato, che la corteggia insistentemente e lei, anche se sa di essere solo una delle tante conquiste, si lascia sedurre. Nel frattempo, rifiuta le avances del suo capo Tauscher e perde il lavoro. Scopre che Pietro sta per sposarsi con un'altra donna e si ritrova sola, senza lavoro e senza protezione inizia una carriera nel cabaret. Solo un colpo di fortuna la salva: il suo capo la aiuta, Margoni la riprende a lavorare in pellicceria e Pietro, di cui ormai è innamorata, torna per vivere con lei qualche mese d'amore, finché la loro storia non si scontra con le comodità di una vita troppo bella per potervi rinunciare, e Pietro scappa. Così, sconfitta e delusa, Elena torna a quello che conosce e che spera di riuscire ad amare: il lavoro, l'affezionato Margoni, la casa, il figlio. Tranquilla e rassegnata, vive anni sereni, finché un nuovo vecchio amore, il terzo amore appunto, non torna a risvegliare in lei il suo inesausto bisogno di avventura.

Categoria: Narrativa

Editore: La nave di Teseo

Collana: Oceani

Anno: 2019

ISBN: 9788893449304

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Chi è Il terzo amore di Elena nel romanzo di Giorgio Scerbanenco?

Dopo Giulio, il primo amore dal quale è nato Giovanni  (“Quante sciocchezze avrei fatto se non avessi avuto lui”), che porta il nome di Margoni, la bella Elena incappa in un’altra storia: quella con Pietro Orsani, rampollo un po’ viziato nella Milano del dopoguerra,  già promesso in sposo alla ricca Adelina.

Con lui Elena trascorre intensi giorni sulle rive del lago, ove il figlioletto vive con una balia  (“Elena aveva un figlio… Ora comprendeva la sua resistenza, i suoi freddi rifiuti…”), ma tradimento e abbandono sono in agguato. Come sempre, interverrà Margoni, il vecchio industriale da sempre innamorato della donna, con un matrimonio misto di convenienza e affetto. Ma Elena, nel suo intimo, cova il desiderio de Il terzo amore, quello vero e per la vita.

Intanto Giulio – che vive tra i vizi: beve, fuma, gioca d’azzardo – ricompare nella vita della donna, che si arrabatta tra il lavoro di pellicciaia (“Venite in salotto un momento a provare una pelliccia”), il sogno di divenire attrice (“Il suo sano istinto di popolana che l’etichetta e le convenzioni di quella artificiosa vita di teatro non erano riusciti a soffocare, quel suo rude istinto di operaia, di pellicciaia, tornò con violenza alla superficie. Lo schiaffeggiò”) e un temporaneo ruolo nella rivista (“E così Elena Varani prese il nome di Villas ed entrò come cantante nella rivista Quarto di luna”). A lui Elena rivela l’esistenza del figlio e la notizia gli scombussola la vita (“Nella vetrina di giocattoli in via Dante, il treno elettrico continuava a correre”)…

Ambientato tra Milano e Arolo (“Erano sedici mesi che non si allontanava da quel paese sul lago”), sulla sponda meno prestigiosa del lago Maggiore  (“Davanti a sé, la distesa del lago e i monti dell’altra riva, la riva bella e ricca”) il romanzo gode del fascino delle atmosfere lacustri e del sapore italiano dell’imminente boom economico e rappresenta un’altra prova del Maestro di scrivere storie con personaggi di notevole profondità psicologica.

Bruno Elpis

_____________________________________________________

Leggi l’articolo completo sul Corriere online a questo link: Giorgio Scerbanenco racconta una Madame Bovary milanese

L’adulterio è probabilmente il solo e inconsapevole modo d’amare di Elena Varani, l’inquietante protagonista del Terzo amore, romanzo d’esordio pubblicato nel 1938 dal ventisettenne Giorgio Scerbanenco. «I grandi e dolcissimi occhi» di questa donna senza età ancorché giovane con la scapigliatura milanese nel sangue e Emma Bovary nelle viscere sono la sua sola vera arma contro un destino che la realtà vuole mediocre, ingiusto, sbrigativo e privo di nobiltà. Se avessi incontrato Scerbanenco, ma lui esordiva nell’arte difficilissima del romanzo quando io nascevo, gli avrei chiesto «lei che cosa pensa di Flaubert?». So che mi avrebbe risposto ma non so immaginare che cosa mi avrebbe detto. Così mi debbo contentare delle mie aride deduzioni di recensore.

Veniamo dunque alle informazioni essenziali. Cecilia Scerbanenco, figlia di Giorgio e sua biografa insieme dolce e rigorosa, non fa sconti nel ripercorrere la febbrile esistenza paterna iniziata prestissimo buttando giù racconti, articoli accompagnati da iniziative editoriali che credo siano state la sua salvezza e il suo tormento. Poi eccolo scrivere Il terzo amore adesso riproposto da La nave di Teseo. A me piace dire subito che chissà quanti camerati in orbace devono aver fatto la faccia della delusione se non dell’ira sfogliando a suo tempo questa storia milanese. La ragione? Scerbanenco non regala nulla ma proprio nulla all’invasiva propaganda in camicia nera. Senza fare esplicitamente politica, le sue pagine oltre a parlar d’amore e d’amor passione senza infingimenti descrivono dove occorre con lucido realismo gli ambienti operai. Si soffermano sulla fatica delle giovani lavoratrici in un’azienda di confezioni dove trascorrono ore e ore curve e sfruttate dal datore di lavoro cucendo a macchina. Tanto che non sarebbe un azzardo definire Il terzo amore, alla luce di questi intermezzi più impegnati, un romanzo di impianto realista come del resto non manca di proporre la brava Cecilia Scerbanenco.

Andiamo con ordine. A pagina 15, dove la narrazione ha praticamente inizio si legge: «Una sera di molti mesi fa ho seguito una donna. Ero solo e sconsolato. Avevo visto quasi tutti i film che si proiettavano sugli schermi ambrosiani, ero stato già in due caffè a annoiarmi, e passeggiavo in una via centrale di Milano, quando vidi quella donna». Siamo a un passo dalla cosiddetta letteratura di genere e nello stesso tempo ne siamo lontanissimi. Scerbanenco si diverte, gioca con la materia del suo racconto e scrive . «La seguii automaticamente. Era alta, bionda , il sole le aveva brunito il viso e le braccia. Camminava con passo agile e rapido. A quell’ora tarda, nel buio grigio delle strade milanesi, la sua figura aveva un senso di avventuroso e di proibito».

Quando un personaggio riesce a catturare il lettore già dalle prime righe il gioco è fatto. Comincia il romanzo e subito si fa forte di quel senso d’attesa che è la sua spina dorsale. In lei, nella Varani, c’è un personaggio forse non del tutto risolto ma comunque espressione d’una società ammalata. Vedremo, con il correre delle pagine, manifestarsi in lei prima la tenerezza d’una madre per un figlio ancora in culla cui ha negato un vero padre e subito dopo un’amante tormentata tanto da farsi perdonare persino il suo modo non sai se volontario o involontario di farsi male facendo male ai suoi ganzi. Questi ultimi sono di due tipi: onesti e un po’ babbei o scaltri, cinici, in attesa che la noia, il gioco suggeriscano loro chissà quali malizie…

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Giorgio

Scerbanenco

Libri dallo stesso autore

Intervista a Scerbanenco Giorgio

L'inesorabile solitudine dell'uomo, della drammatica tensione fra divenire ed essere, fra vivere e vedersi vivere. La migliore edizione in commercio rivolta alla scuola, con cronologia e bibliografia essenziale.

Uno, nessuno e centomila

Pirandello Luigi

Aprire un cassetto, una scatolina rossa, una bella cassapanca coi piedi di leone, un'angoliera - tutti oggetti che stavano nella vecchia casa di famiglia - e trovarci dentro "un richiamo come all'indietro". Un richiamo a un passato ricevuto in eredità ma di cui il cinquantenne Ugo ha solo pochi ricordi: la casa di Guzzano, un tempo piena di vita ma già vuota dopo la sua nascita, già solamente casa di vacanze, e poi la zia Bruna, la zia Maria, la zia Fila, il nonno, lo zio Renato, lo zio Arrigo... Di fronte a questo vuoto, a questo buco impossibile da riempire ma che è ormai necessario attraversare, Ugo non può che inventarsi il proprio modo per creare "un piccolo centro d'ordine in mezzo alle forze del caos". E il modo che si inventa è raccontare. Allora ecco che dal passato sorgono frammenti, piccole avventure, le corse in macchina con il nonno, l'aia di notte, il favo dei calabroni nel sottotetto, l'amore alla falsa diga del Limentra, visi in penombra, frasi che ritornano, che non si è mai finito, sembra ieri, forza e coraggio. Ma soprattutto emozioni, piccole angosce, malinconie, un po' di sollievo. Sennonché chi racconta ha l'abitudine di evitare, di scantonare, di "slaterare", perciò alle emozioni sigillate dentro a quei cassetti antichi arriva piano e slaterando, appunto, parlando di chi ha conosciuto appena per arrivare infine alla perdita dei genitori: allo smantellamento degli affetti più cari.

Buchi

Cornia Ugo

"Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal', è l'incipit del romanzo più noto di Luigi Pirandello: Il fu Mattia Pascal (1904). In esso è contenuta la cellula generativa dell'intero libro. Quando lo scrisse, lo scrittore siciliano ne sapeva quanto chi, scorse queste prime righe, si predispone alla lettura. Scelti nome e cognome, cominciano le peripezie del personaggio, il quale presto si trova in una situazione simile a quella dell'autore: deve lui stesso dare vita a "un uomo inventato". Durante questa vera e propria avventura dei nomi, il libro assume la sua forma pienamente novecentesca, nella quale autobiografia e biografia immaginaria si confondono. Consanguineo di quelli che saranno i sei personaggi in cerca d'autore, Mattia Pascal sembra a tratti lanciare messaggi al lettore perché lo liberi dal vincolo cartaceo e dunque dalla sua muta solitudine.

Il fu Mattia Pascal

Pirandello Luigi

La biografia, la carriera, il mito di Humphrey Bogart attraverso la scrittura innamorata di un grande romanziere. Jonathan Coe cinefilo è ben noto ai suoi lettori. In ogni suo romanzo il cinema è ampiamente presente. Qui lo vediamo al suo meglio scandagliare la profondità di un volto, di un uomo, di un attore che ha lasciato un'eredità incalcolabile nell'arte e nell'immaginario.

Caro Bogart

Coe Jonathan