Poesia

In che luce cadranno

Galloni Gabriele

Descrizione: I morti tentano di consolarci/ ma il loro tentativo è incomprensibile;/ sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione. Sanno amarci/ con una mano – e l’altra all’Invisibile.

Categoria: Poesia

Editore: RP Libri

Collana: L'anello di Möbiu

Anno: 2018

ISBN: 9788885781030

Recensito da Angelo Favaro

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In che luce cadranno di Gabriele Galloni (cliccate qui per visualizzare la scheda di Amazon)

In che luce cadremo? Lamine auree dall’aldiquà di Gabriele Galloni
Angelo Fàvaro
angelo.favaro@uniroma2.it

Solitamente non scrivo per giovani-giovanissimi poeti, perché, a mio avviso, semplicemente, la poesia necessita di una lunga esperienza di vita, d’amore, di dolore, di riflessione, di studio. E la giovinezza (oggi, nella condizione postumana) non solo non possiede nulla di ciò, ma in più si protrae in una situazione tremendamente infantile. Molti potrebbero obiettare sottoponendomi a controprova le indicazioni di Vico, di Leopardi, del fanciullino pascoliano. Non rispondo nemmeno.

Tu che leggi, non stai leggendo una recensione (più o meno critica). Stai leggendo di un innamoramento e di una fascinazione. Ci si innamora in prima persona: “io amo”; sono sempre “io” che subisco-affronto la fascinazione.
Due ragioni – spingo il discorso su un piano razionale – mi inducono ad occuparmi del volume di Gabriele Galloni In che luce cadranno (Poesia RP Libri edizioni. Benevento. 10.00 euro).

In primis
, il fatto che è alla sua seconda silloge di poesia, dopo la prima prova – da esordiente – con Slittamenti (Augh edizioni 2017, Viterbo), e che la prefazione di quel testo esibisca la firma di Antonio Veneziani. Stimo Antonio, poeta dal lirismo varissimo e così impastato di vita, da lasciarmi sempre attonito nell’ebete ricerca della fonte di tanto scandaloso e meraviglioso palpitare a catturare il vero della vita, in verso. E Antonio Veneziani, ultimo poète maudit, ha uno straordinario fiuto per la poesia e per stanare poeti, ovunque si celino.

In secundis
, sono stato indotto e persuaso ad es-primermi/es-pormi su In che luce cadremo perché è un’opera orfica ed ermetica, che un appena ventitreenne ha composto con la sapienza e la grazia di un antico saggio eleatico. Orfica ed ermetica ripeto,nel significato più certo e originario dei due aggettivi.

L’orfismo riconosce e manifesta una lata fede nell’origine divina dell’anima, con una spiccata predilezione per questa, che non si vede eppure c’è, rispetto al corpo, che pure si vede, e si consuma post mortem, ma ha un proprio significato e una funzione essenziale nel ciclo vitale. Senza andare a scomodare il necessario Der Glaubeder Hellenen di Wilamowitz-Mollendorff, è lampante l’immortalità dell’anima in relazione alla mortalità corporea (almeno per gli orfici e per Galloni). Galloni certifica e accerta insieme con l’immortalità, la presenza, la vita dei morti anche la consapevolezza della parola che rivela. Un mezzo che dall’interiorità si scava una via fino al cratilismo della poesia: i morti nella/per la vita, i vivi nella/per la morte. In questo paradossale ossimoro condensa una poesia tesa, quintessenziale, disvelatrice, sostenuta da una lingua che affonda nei reticoli del tempo, per farsi onnipresente e consapevole probabilità della relazione. Versi brevi, sapienziali, intonabili al ritmo dell’aforisma, piuttosto che del salmo. L’orfismo oltre ad essere per definizione orfico, è magnificamente espressione del poeta Orfeo: uomo dal canto divino, catartico e puro, salvifico; benché egli ne fosse stato vittima, tuttavia la permanenza millenaria della sua poesia (ignota, solo supposta, inafferrabile) annulla sorprendentemente l’umanità della condizione corporea, per divinizzarla. In che luce cadranno è una sequenza orfica sulla morte, o più esattamente sui morti e con i morti.
Orfeo è creatura abissale: per il suo inusitato viaggio agli Inferi, o per la capacità di incantare la natura stessa, o ancora per la terribile morte menadica, ma soprattutto per quella consapevolezza che «La règne de l’obscurité a coulé la raison le diamantdans la mine», ricorrendo ad un verso di Char(da LesObservateurs et LesRêveurs).Non è forse orfico, Galloni, o quasi un nuovo Orfeo, quando ci parla da una condizione infera? Così, ci avvisa:

I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci
con una mano – e l’altra all’invisibile. (p. 9)

La silloge si compone di 38 “lamine auree splendenti” (illuminanti), sulle quali il poeta (si può osare nella definizione, senza tema di smentita) incide versi limpidi e misteriosi, che intrecciano un dialogo sulla morte e con i morti.
Una silloge ermetica, e non nell’abuso di un ermetismo novecentesco, bensì nella evidenza della figura divina di un Hermes ambiguo, oscuro, contraddittorio: la speranza e la disperazione si contendono invariabilmente e armonicamente le pagine notturne di In che luce cadranno.

Si parlava dei morti. Sulla tavola
i resti sparsi della cena – quelle
bistecche appena cotte. Il frigorifero
in dialogo amoroso con le stelle. (p. 13)

Fra sacro e profano: si parla dei morti mentre i resti della cena occupano la tavola e si sente ancora nell’aria l’odore delle bistecche, l’oggetto della quotidianità più vieta e comune, il frigorifero, entra nella poesia e prepara un dialogo divino, l’unico dialogo che conta: quello d’amore con le stelle. In quel medesimo e tremendo destino che condividono con l’uomo: nascere e prima o poi morire. Hermes è divino fra luce e ombra, inferi e azzurrità eterea: solo dalla ricerca delle “coordinate per un’altra vita” (p. 10) si raggiunge l’estremo della poesia, fra morte e vita, prima e dopo la morte, nella vita.

Nel volume odiamo La voie d’Hermès (è il titolo di un pregevole e necessario volume di Anna Van den Kerchove):

I morti cagano, pisciano come
i vivi. Solamente che faticano
a rispondere a tutte le domande
che gli vengono fatte. Preferiscono
ricordarsi di un nome,
scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro. (p. 16)

Donde viene ad un giovane, giovanissimo poeta questa mantica della morte e dei morti? Donde questa percezione precisa del Nichsteine al contempo del Sein della morte e dei morti? Abbiamo detto che è un Dichter, un poeta, dunque gli interrogativi, nonostante tutte le possibili indagini biografiche o sulla formazione che si potrebbero effettuare su Galloni, nonostante tutte le riflessioni e ricostruzioni, gli interrogativi resteranno senza risposta.

La poesia di Gabriele Galloni appare originale, autonoma, esteticamente compiuta, mi rifiuto di partecipare alla caccia al tesoro delle fonti, dell’ispirazione, della citazione, delle sostituzioni, dei maestri maggiori o minori. Basta! Basta con la frenesia (postmoderna) della contraddizione e dell’ibridazione, della mimesi e della intertestualità (inconsapevole o consapevole). Basta! È lampante che Galloni non sia un illetterato e che abbia letto, studiato, compreso la poesia italiana ed europea, ma questo che c’entra? I suoi versi rimangono, ad ogni lettura o rilettura, primigeni e scaturiti da un’esperienza tutta soggettiva e individuale con il mondo, la vita, e soprattutto con la morte e con l’eros. “I morti hanno la febbre” avvisa Galloni (p. 18). La febbre erotica del corpo e della resurrezione.

L’idea o l’ideale di una condizione di shock nella quale il poeta ci conduce e ci lascia sostare non è imitabile, non è nemmeno auspicabile, a volte non è possibile. Tuttavia Galloni ci spinge a cadere nella luce, nella sua luce, e continuiamo a domandarci come ciò stia accadendo, quale alchimia lo abbia reso possibile. Forse si dà almeno una risposta – poeticamente intesa -, secondo la nota formula latina nomenomen, Gabriele è l’arcangelo della profezia della nascita di Gesù, della fine dei tempi, della resurrezione dei corpi.

Con voce di arcangelo – posso solo immaginarle quelle voci: sia quella del poeta (che non consoco) sia quella dell’arcangelo (che non ho mai udito) -, anche Gabriele Galloni sembra annunciare una profezia, quella più bella:

Un corpo morto non è abbandonato.
Ignora – è verità – le altre creature;
ignora i diktat dell’eternità.
Ma stanne certo: un giorno tornerà
alla vita e avrà voce di Creatore. (p. 20)

Chi avrebbe il coraggio di giocare-sperare con la duplice scansione rimica interna: verità – eternità?
Rimaniamo nell’aldiquà di Galloni, alla fine della silloge, un interrogativo ci punge: noi in che luce cadremo? In che luce stiamo cadendo?

A. F.

 

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