In piedi nella neve – Commento interattivo con l’autrice

Bortolotti Nicoletta

Descrizione: 1942, Kiev. "Giocate per perdere, se vincete morite". Sasha ha quasi tredici anni quando, nella famosa "partita di calcio della morte" tra soldati nazisti e prigionieri ucraini, ex campioni del Dinamo, sente l'ufficiale tedesco minacciare i macilenti avversari. E suo padre. Sasha è figlia del portiere Nikola Trusevich, costretto a fare il panettiere per sopravvivere nella città occupata, prima da Stalin e poi da Hitler. La crudele operazione Barbarossa della Wermacht è uno dei momenti più drammatici della seconda guerra mondiale. Sasha è fortissima nel calcio, ma ha un solo difetto: è femmina. E il calcio, come le dicono a scuola, non è uno sport da femmine. Il suo migliore amico Maxsym, figlio del terzino Alexsey Kuzmenko, è invece fortissimo nel ballo, ma ha un solo difetto: è maschio. E il ballo, come gli dice suo padre, non è uno sport da maschi. Gli ultimi minuti del secondo tempo scorrono veloci e il lungo inverno della steppa è alle porte. Troverà Sasha il coraggio di compiere in partita quell'azione memorabile che cambierà la storia e realizzerà il suo sogno? Riusciranno i giocatori del Dinamo a sopravvivere dopo l'ultimo gol? Sarà il pallone a decidere. E in quel memorabile 9 agosto del 1942, a pochi metri dalla rete, la sfera di cuoio sembra gridare a Sasha: io non spreco le mie occasioni... Età di lettura: da 12 anni.

Categoria:

Editore: Einaudi Ragazzi

Collana: Carta bianca

Anno: 2015

ISBN: 9788866562368

Recensito da Elpis Bruno

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10 febbraio 2015: la data segna il gradito ritorno in libreria di Nicoletta Bortolotti, che propone ai lettori “In piedi nella neve”, edito da Einaudi Ragazzi, opera qualificata nella categoria della narrativa per ragazzi, ma che in realtà è destinata a un pubblico senza età (rectius: a un pubblico di ogni età).

Il nuovo romanzo di Nicoletta Bortolotti ha per soggetto quella che è passata alla storia come la “partita della morte”: un match disputato tra ufficiali tedeschi e calciatori ucraini nel 1942. Questi ultimi, per lo più campioni del Dinamo Kiev, già segregati in un campo di concentramento in Ucraina, furono poi impiegati come prigionieri di guerra (“Neanch’io sapevo cosa volesse dire prigioniero di guerra, finché non hanno catturato mio padre; lui aveva combattuto per difendere Kiev dai tedeschi e loro lo hanno preso… per rinchiuderlo nel campo di Darniza”) in un panificio e diedero origine alla selezione (Start) che affrontò la squadra mista di tedeschi e ungheresi.
I due team si affrontarono per la prima volta nel luglio del 1942 e in quell’occasione gli ucraini vinsero (5-1): i giocatori dello Start, minacciati e intimiditi dai nazisti (“Di’ a tuo padre di perdere. Hai capito bene?”), avrebbero dovuto perdere, ma ebbero un’impennata d’orgoglio e giocarono seriamente, senza prestarsi ai ricatti del nemico.
La sconfitta fu bruciante per i tedeschi, che organizzarono la rivincita, la “partita della morte”, svoltasi il 9 agosto 1942 allo stadio Zenith di Kiev.
Nel clima terrorizzato dall’occupazione tedesca, lo Start affrontò la squadra degli ufficiali tedeschi (“I giocatori sono schierati a centrocampo: undici rossi contro undici neri. Sembrano le carte da gioco in Alice nel paese delle meraviglie: cuori contro picche”) in una partita arbitrata… da un ufficiale delle SS (“L’arbitro non fischia. Per forza: è tedesco”)!
Il primo tempo terminò 3-1 per lo Start e, nell’intervallo tra i due tempi, un ufficiale tedesco raggiunse lo spogliatoio degli ucraini intimando agli avversari di perdere. Alla ripresa, dopo un temporaneo pareggio, negli ucraini prevalsero dignità, senso sportivo e rispetto per i tifosi convenuti. La  partita finì 5-3 per i giocatori di Kiev, dopo un affronto che umiliò definitivamente i tedeschi: l’episodio della “sesta” rete, non segnata da Klymenko. L’attaccante, dopo aver saltato tutti gli avversari, portiere compreso, anziché insaccare la palla nella rete, si fermò sulla linea di porta e calciò il pallone verso il centro del campo.
La viltà nazista segnò la sorte dei campioni: furono deportati, torturati e, quasi tutti, uccisi per rappresaglia…

D – Come hai affrontato la ricostruzione storica dell’evento, che immagino sia stata preliminare rispetto alla scrittura del romanzo?
Nicoletta
: Non è stato semplice, perché in realtà, su questa partita è stato scritto tutto e il contrario di tutto, tanto che alcune voci sostengono perfino che non sia neanche mai avvenuta. In realtà è probabile che i nazisti non deportarono e uccisero i campioni ucraini in seguito a quella disputa sportiva, ma poiché sospettavano fortemente che loro fossero spie dell’NKVD sovietico, il commissariato popolare per gli affari interni. Bisogna ricordare che, siccome l’Ucraina era allora una delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, i giocatori, per poter essere tesserati in una squadra di calcio, dovevano iscriversi al partito comunista. Già solo le versioni discordanti sul destino che segnò la fine dei giocatori dimostrano la difficoltà di separare, in un fatto storico di forte impatto emotivo e soggetto di alcuni lungometraggi come “Fuga per la vittoria”, la leggenda dalla verità e, forse, l’impossibilità stessa di giungere a una verità. Per esempio, ai giocatori sopravvissuti e ai loro famigliari fu impedito per lungo tempo di parlare della partita, poiché, se in un primo momento erano stati considerati eroi, in seguito furono chiamati dai sovietici disertori e collaboratori dei nazisti. Il paradosso in cui si vennero a trovare questi atleti e, insieme a loro, tutti gli abitanti di Kiev che parteciparono alla Resistenza fu che inizialmente sperarono che il nazismo li liberasse dallo stalinismo. Poi cominciarono a combattere sia l’uno che l’altro, e questo è un presupposto da tener presente per comprendere anche molte delle tensioni che agitano oggi l’Ucraina. Il messaggio che deriva dalla storia della “partita della morte” è quello di una lotta contro tutte le dittature, di qualunque forma o colore politico.

Sopra abbiamo fornito un riassunto di una vicenda che è stata scritta sulle pagine tra le più vergognose della storia umana. Nicoletta Bortolotti ha il merito di romanzarla, filtrandola con gli occhi di tre adolescenti: Sasha, la figlia del portiere (“Giocava solo per me. Era il numero 15”), Maksym, il figlio di un terzino, e l’amica Ania (“Io e Ania siamo APS. Amiche Per Sempre. Lei mi calma, mi rassicura…”), figlia di una soprano ebrea, caduta vittima delle persecuzioni razziali.
D – Le figure di questi giovani sono invenzioni letterarie? Come nascono personaggi così vivi?
Nicoletta: I personaggi di questo romanzo sono frutto di pura invenzione, anche se reali sono stati i giocatori mossi sul campo, e anche se l’invenzione non può mai essere “pura”, perché in qualche modo è sempre contaminata dalla realtà e viceversa. Per creare un personaggio credibile, o almeno per provarci, soprattutto se giovane, non solo cerco di osservare i ragazzi che mi circondano e di vedere come parlano, cosa pensano, come agiscono, ma anche tento di scavare in fondo a me stessa per trovare la voce di quando avevo quell’età. Trovare la voce giusta è forse la cosa più difficile in un romanzo, ancora più del costruire una trama avvincente o anche solo coerente. E’ la voce giusta a rendere credibile un personaggio e a far sì che il lettore vi si possa identificare. Una voce narrante indovinata può far dimenticare qualche lacuna presente nella trama, ma una trama perfetta con una voce narrante artificiale difficilmente riesce a coinvolgere.

Il punto di vista dei tre giovani consente di affrontare dall’interno una trama che si arricchisce dei drammi psicologici di personalità che, sbocciando, cercano di affermarsi, nonostante le imposizioni sociali e le violenze del conflitto in atto: Sasha è femmina, ma ama il calcio (“Sasha, tu non devi più giocare a calcio”); Maksym è maschio, ma ama la danza (“Lui è bravo a ballare, ma suo padre non vuole che balli perché è un maschio”); Ania ha subito il trauma dell’uccisione della madre, il cui fantasma ancora si aggira su una Kiev spettrale, invasa e occupata (“Da quel momento ci sono state cose che non facevamo più e che abbiamo ricominciato a fare”)…

Sulle rive del Dnper (“Il Dnepr è interrotto da penisole quasi disabitate con spiagge chiarissime… in alcuni punti non vedi l’altra sponda…”), si consumano affetti, tenerezze, paure e il rifiuto di ogni totalitarismo (“Josif Stalin Baffone… Adolf Hitler Baffetto”), attraverso pensieri cristallini (“Ecco perché io e Maksym ci capiamo e siamo amici: entrambi amiamo quello che non possiamo amare”) e ragionamenti innocenti (“Sasha, le razze non esistono. Esistono le persone. È solo quando ci si sente una nullità che si ha bisogno di essere per forza qualcuno. Ma è una trappola. È un’illusione”) di protagonisti non ancora contaminati dalle sovrastrutture degli adulti.
D – Anche i luoghi sono descritti con grande efficacia. Li hai realmente visitati o le descrizioni sono frutto di intuizione “alla Salgari”?
Nicoletta: Purtroppo non sono mai stata a Kiev e non ho mai visitato l’Ucraina. Non osando certo paragonarmi al maestro del libro d’avventura che hai citato, devo ammettere, però, che come lui ho viaggiato seduta alla mia scrivania. O per meglio dire davanti allo schermo del mio computer. E’ come se per l’anno che mi è occorso alla stesura di questo romanzo fossi vissuta con l’immaginazione a Kiev, in un percorso a ritroso nello spazio e nel tempo, basandomi in parte sulla miniera di fotografie, video e informazioni fornite dalla rete (sono andata a leggermi fra l’altro i diari di viaggio online dei turisti che hanno visitato l’Ucraina per comprenderne il clima, il cibo, il ghiaccio, il susseguirsi delle stagioni, la magia della steppa…); in parte su quei luoghi dell’anima, intimi o sconfinati, descritti nei grandi romanzi russi che amo moltissimo: le prospettive invernali delle città, le tipiche isbe della steppa, la neve e i girasoli… Ma mi hanno anche molto colpito alcuni passaggi del magistrale “Sergente nella neve” di Rigoni Stern. In un certo senso il luogo che percepiamo è anche la proiezione di tutti i luoghi che è stato, veri o filtrati dall’immaginazione letteraria.

Nicoletta Bortolotti interpreta con spirito bambino (“A volte mi sembra di leggere i pensieri di mia madre come i fumetti di questo nuovo personaggio americano chiamato Mickey Mouse”) ed equilibrio artistico gli impulsi alla libertà e il legittimo desiderio di realizzazione che la storia negherà ai giovani protagonisti di una vicenda commovente che ha il merito di polarizzare – anche grazie all’interesse sportivo – le attenzioni delle ultime generazioni, contribuendo a mantenere viva la memoria di orrori (“Il Babij Jar è un burrone… ci gettano dentro cadaveri a mucchi… li gettano in questa specie di bara a cielo aperto”) che il fluire del tempo rischia di azzerare.
D – Era questo il tuo intento? La mia generazione ha potuto attingere dai racconti di genitori e nonni che hanno vissuto in prima persona la guerra e l’occupazione nazista (“Le chiamano tessere dei sogni. O della fame. Ci scrivono la quantità di viveri cui ognuno ha diritto…” “Mia madre custodisce le nostre tessere come una sacerdotessa”). Può un libro mantenere la continuità delle testimonianze?
Nicoletta: La testimonianza dei “testimoni” è sempre la prima da tenere in considerazione e la crudeltà maggiore, credo, soprattutto in una tragedia come l’Olocausto, sia quella di sminuirla, di cancellarla, tanto che alcuni sopravvissuti non furono creduti e si convinsero quasi che in realtà non fosse successo nulla, che quello che avevano visto non fosse stato reale.
Per quanto riguarda la funzione dei libri nel custodire la memoria vorrei citare un bellissimo passaggio di Emanuele Trevi nell’articolo “L’invenzione della memoria” apparso su “laLettura” del Corriere il 18/01/2015, che a proposito di Primo Levi dice, poiché il punto di vista della letteratura è sempre quello del singolo «…i libri di Primo Levi risulteranno sempre non certo più “veri” degli atti del processo di Norimberga, ma sicuramente più “credibili”.» E chiuderei con le parole illuminanti e profetiche del premio Nobel Josif Brodskij: «Eppure dobbiamo parlare; e non solo perché la letteratura, come i poveri, è notoriamente portata a prendersi cura dei propri figli, ma più ancora per via di un’antica e forse infondata convinzione, secondo la quale se i padroni di questo mondo avessero letto un po’ di più, sarebbero un po’ meno gravi il malgoverno e le sofferenze che spingono milioni di persone a mettersi in viaggio. Poiché non sono molte le cose in cui riporre le nostre speranze di un mondo migliore, poiché tutto il resto sembra condannato a fallire in un modo o nell’altro, dobbiamo pur sempre ritenere che la letteratura sia l’unica forma di assicurazione morale di cui una società può disporre; che essa sia l’antidoto permanente alla legge della giungla; che essa offra l’argomento migliore contro qualsiasi soluzione di massa che agisca sugli uomini con la delicatezza di una ruspa – se non altro perché la diversità umana è la materia prima della letteratura, oltre a costituirne la ragion d’essere.» (Iosif Brodskij, Dall’esilio, Adelphi) 

Nicoletta Bortolotti e Bruno Elpis

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