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Incontrare Vittorino Andreoli

Andreoli Vittorino

Descrizione: L’evoluzione tecnologica sta portando un grande progresso in molti campi della vita dell’uomo, ma ha anche un impatto crescente sul suo comportamento. Gli smartphone su cui passiamo la maggior parte del nostro tempo sono oggi vere e proprie protesi di corpo e mente e stanno creando una pericolosa divisione “tra due cervelli”...

Categoria: Saggi

Editore: Solferino

Collana: Saggi

Anno: 2019

ISBN: 9788828201243

Recensito da Laura Monteleone

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Incontrare Vittorino Andreoli

Se non di persona, attraverso i suoi libri. È un incontro sempre interessante, sull’umano sentire e ragionare. L’ultimo nato non tradisce le aspettative.  L’uomo col cervello in tasca. Come la rivoluzione digitale sta cambiando i nostri comportamenti, edizioni Solferino. Dalla quarta di copertina:

L’evoluzione tecnologica sta portando un grande progresso in molti campi della vita dell’uomo ma anche un impatto pericoloso sul suo comportamento.
Gli smartphone su cui passiamo la maggior parte del nostro tempo sono oggi vere e proprie protesi di corpo e mente e stanno conducendo a una divisione tra due cervelli: il nostro e quello che «portiamo in tasca».
Una relazione pericolosa, secondo Vittorino Andreoli, che in queste pagine ricostruisce origini e funzioni dell’organo naturale mettendolo a confronto con quello artificiale, che ne è figlio, per comprendere i rischi psicologici e sociali che la rivoluzione digitale, dal computer ai tablet, dall’invenzione del web all’avanzata della robotica, ha innescato per giovani e adulti, in famiglia, nei legami e sul lavoro.
La nostra identità rischia uno sdoppiamento? L’intelligenza artificiale da appendice diventerà parte integrante del nostro corpo prendendo alla fine il sopravvento? Sono solo alcune delle domande cui questo saggio cerca di dare una risposta con un’analisi affascinante sulle nostre origini e il futuro prossimo che ci aspetta. 

Ragionando su questo libro, i pensieri dell’autore:

Bisogna ricordare che la tecnologia nasce dall’uomo. Se c’è conflitto tra cervello di carne e cervello tecnologico, si tratta di un problema dentro di noi. Bisogna tenere presente che quello che abbiamo in tasca è generato da noi. Bisogna mantenere la gerarchia. Il nostro cervello è il padre, noi dominiamo le nostre scoperte. Certo, corriamo dei rischi. Il PC è la prima protesi della mente creata dall’uomo. In precedenza le innovazioni erano legate al corpo (per esempio la ruota). Ora il cervello umano ha creato qualcosa “a somiglianza” del cervello stesso, perché è in grado di compiere azioni che riguardano il nostro mondo mentale. Da protesi del corpo si è passati a protesi del cervello, questo ha cambiato la storia dell’uomo. Ma dobbiamo tenere separati i due ambiti. Non ci deve essere lotta, né supremazia. Il mondo digitale non può sostituire quello umano.

L’uomo ha capacità di generare pensieri, anche di cose che non esistono. Ci sono gli affetti (diversi dalle emozioni, che sono risposte a degli stimoli) che sono legami. La mente mantiene il legame anche in assenza della persona amata. La mente differenzia l’uomo dal regno animale.

La tecnologia è una bicicletta che non deve impedire all’uomo di camminare. Creatività e relazioni affettive fanno la differenza. La tecnologia può lavorare sulle emozioni, ma non sul legame d’amore. Quest’ultimo è anche una proiezione d’amore e spesso amiamo noi stessi nell’altro. Possiamo solo elogiare la tecnologia, che offre elaborazioni di migliaia di operatori su migliaia di PC. Il rischio è rappresentato dall’uso patologico della tecnologia, dal rapporto sbagliato tra creatura tecnologica e creatore. La mente non è un organismo fatto di ingranaggi. E noi conosciamo ancora poco il cervello. Abbiamo scoperto che la mente è funzione del cervello. C’è attività del cervello già solo con i desideri, come se facessimo l’esperienza concreta.  Questa comprensione ha riportato l’uomo al centro della sua storia, quindi non teniamo il nostro cervello in tasca. Quello è ciò che abbiamo generato. Un piccolissimo cervello. Turing ci ha deviato insinuando l’ipotesi che le macchine possano pensare. Ma non è così. I dialoghi di Platone con Socrate mostrano come le domande facciano scaturire i dubbi e altre domande, nel PC questo non succede.

Altra grande dote della mente umana è la fragilità, che non è debolezza. Il cervello ha due zone: pensiero e affettività, a volte in conflitto che genera dubbi, vissuti, cambiamenti. Nel PC non c’è nulla di questo. Tutti i PC sono uguali. Gli uomini sono tuti diversi, per ciascuno il vissuto è unico. Il sogno di farci diventare tutti uguali è il sogno dei padroni dell’umanità (Chomsky). Quando si manda un segnale in rete deve arrivare uguale a tutti, ognuno però lo interpreta a suo modo. C’è un gruppo di lavoro internazionale che cerca di ottenere una risposta uguale per tutti (togliendo sentimenti ed emozioni che disturbano, oppure omologando le risposte, tramite emoji per esempio).

Per opporci a questa deriva bisogna impegnarci a scoprire di più del nostro cervello. La tecnologia teniamola in tasca, perché se ci sostituisce andiamo verso il buio. L’uomo che non sbaglia e non ha dubbi non è umano. Sono preoccupato per le persone che sono sensori: a stimolo, rispondono. È più facile far diventare robot le persone che non crearli con la tecnologia. In molti hanno già perso creatività e fantasia. Credono che l’adattamento consista in “cliccare” e “annullare” ciò che non ci piace. Quindi dedichiamoci al cervello per non digitalizzarci. Pensare al potenziale del cervello e non usarlo è terribile.

La fantasia è il fondamento della creatività. Forse la più grande funzione della mente. Può creare ciò che non c’è. Penso ai racconti straordinari dei matti attraverso i loro deliri. I circuiti digitali creano illusioni. L’immaginazione è un’altra cosa. La parola cervello non può essere usata pe runa macchina. Il caso è una grande dimensione dell’uomo, ma non si tratta di caso, è piuttosto una inconsapevolezza. Tutto ciò che ci pare casuale e assurdo potrebbe essere recuperato nella dimensione dell’inconscio, introiezioni di cui non ci siamo accorti o di cui non conserviamo memoria. A volte diciamo una parola per un’altra, e sicuramente c’è una ragione per questo comportamento. Si tratta della memoria semantica. Oggi abbiamo delegato i numeri al computer e va benissimo, ma dobbiamo evitare di delegare la memoria semantica. Perché se diciamo al computer “occupatene tu” abbiamo perso la capacità di comunicare. Io lo vedo già nella comunicazione tra adolescenti e padri. Lo vedo quando gli insegnanti mi dicono “non possiamo far leggere i Promessi Sposi perché i nostri studenti non conoscono le parole”.

Non possiamo delegare la memoria concettuale, il meccanismo che ci permette di costruire i discorsi nella mente prima di pronunciarli. Non possiamo delegarla al computer. Deleghiamo solo le funzioni utili e che non ci fanno rischiare la perdita di noi stessi. Il concetto l’algebra non ce l’ha. Ha solo 0 o 1, sì o no. E l’umanità non si può ridurre a un sistema binario.

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Leggi la bio-bibliografia di Vittorino Andreoli sul sito di Rizzoli, cliccando su questo link

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