Giallo - thriller - noir

Io sono l’abisso

Carrisi Donato

Descrizione: Sono le cinque meno dieci esatte. Il lago s'intravede all'orizzonte: è una lunga linea di grafite, nera e argento. L'uomo che pulisce sta per iniziare una giornata scandita dalla raccolta della spazzatura. Non prova ribrezzo per il suo lavoro, anzi: sa che è necessario. E sa che è proprio in ciò che le persone gettano via che si celano i più profondi segreti. E lui sa interpretarli. E sa come usarli. Perché anche lui nasconde un segreto. L'uomo che pulisce vive seguendo abitudini e ritmi ormai consolidati, con l'eccezione di rare ma memorabili serate speciali. Quello che non sa è che entro poche ore la sua vita ordinata sarà stravolta dall'incontro con la ragazzina col ciuffo viola. Lui, che ha scelto di essere invisibile, un'ombra appena percepita ai margini del mondo, si troverà coinvolto nella realtà inconfessabile della ragazzina. Il rischio non è solo quello che qualcuno scopra chi è o cosa fa realmente. Il vero rischio è, ed è sempre stato, sin da quando era bambino, quello di contrariare l'uomo che si nasconde dietro la porta verde. Ma c'è un'altra cosa che l'uomo che pulisce non può sapere: là fuori c'è già qualcuno che lo cerca. La cacciatrice di mosche si è data una missione: fermare la violenza, salvare il maggior numero possibile di donne. Niente può impedirglielo: né la sua pessima forma fisica, né l'oscura fama che la accompagna. E quando il fondo del lago restituisce una traccia, la cacciatrice sa che è un messaggio che solo lei può capire. C'è soltanto una cosa che può, anzi, deve fare: stanare l'ombra invisibile che si trova al centro dell'abisso.

Categoria: Giallo - thriller - noir

Editore: Longanesi

Collana: La gaja scienza

Anno: 2020

ISBN: 9788830453500

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

Io sono l’abisso di Donato Carrisi è un thriller ove i protagonisti non hanno nome. Si chiamano “L’uomo che puliva”, “La ragazzina col ciuffo viola”, “La cacciatrice di mosche” (“Da cinque anni si dedicava alla missione di trovare le donne in difficoltà prima che fosse troppo tardi”).

Hanno un nome invece i personaggi del passato che hanno infierito su “L’uomo che puliva”: la mamma Vera, l’aguzzino Micky. Restano le tracce indelebili delle violenze: le cicatrici come due cerniere sul viso, una bocca sdentata, il ricordo di un crudele tentativo materno di sbarazzarsi del figlio (“Perché non fai un tuffo?”). Soltanto l’assistente sociale Martina è una presenza umana e amorevole.

Ritroviamo il bambino cresciuto – divenuto operatore ecologico a Como – con inevitabili patologie: strane forme di collezionismo (“L’uomo che puliva osservò il piccolo tesoro di rifiuti accumulato nelle ultime sei settimane, proveniente dal villino al civico 23”) e di feticismo (“L’unghia smaltata di rosso che aveva trovato nella spazzatura della prescelta. La reliquia”), un solipsismo pernicioso (“Gli interessavano unicamente i suoi simili. Le persone sole”), il morboso attaccamento a una figura immaginaria (“Micky non l’avrebbe mai abbandonato”) e dispotica (“Finché Micky non gli avesse assegnato un nuovo compito”), la rimozione (“Dipingere un’altra porta di verde e confinare dietro di essa il proprio segreto”).

Lo sdoppiamento della personalità sembra essere la causa di sparizioni (“Devono trascorrere dieci anni prima che il tribunale dichiari la morte presunta. Nel frattempo, la persona scomparsa ha uno status giuridico sospeso fra la vita e la morte e finisce in un apposto albo, qui lo chiamano il libro dei fantasmi”) e delitti atroci (“Là fuori c’era qualcuno che uccideva donne bionde e appariscenti. Nove, per l’esattezza, nell’ultimo decennio”) destinati a non essere mai scoperti.

Ma accade un imprevisto: il misterioso netturbino (“La spazzatura di una persona racconta la sua vera storia”), in prossimità dell’isola Comacina, trae in salvo una ragazza che sta per affogare (“All’inizio l’aveva scambiata per se stesso da piccolo”). Il salvatore fugge senza farsi identificare, ma entra in possesso dell’i-phone della giovane aspirante suicida (“Un piccolo bidone della spazzatura. L’uomo che puliva sapeva bene che a volte nei rifiuti si potevano trovare le risposte più inimmaginabili”) e carpisce i segreti dell’adolescente, che è vittima di un infame ricatto sessuale. S’instaura così un rapporto di vigilanza e protezione che si fonda sulla strana comunanza di due vittime tanto diverse (“Scrivendosi addosso il numero di cellulare del padre”) per estrazione sociale.

Il ritmo del romanzo è sostenuto, i temi sono di grande attualità: femminicidio, cyber-bullismo, sdoppiamento della personalità…
Il colpo di scena finale è di grande effetto e innovativo (riguarda le identità e non l’individuazione dell’assassino) e induce il lettore a perdonare un’ambientazione lacustre approssimativa, generica (“Il lago di Como… aveva una conformazione a fiordi”) o addirittura impropria (“Il panorama delle Alpi che facevano da cornice allo specchio d’acqua”).

Bruno Elpis

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Donato

Carrisi

Libri dallo stesso autore

Intervista a Carrisi Donato

La vita di Violette è uguale a quella di tante bambine. Due fratelli, Jean e Augustin, una madre premurosa, un padre completamente assorbito dal lavoro. Un cane, Javert, conosciuto per caso e amato all’istante. E tante case: la prima a Roma, poi a Parigi, infine a Plouzané, in Bretagna, a pochi metri dal mare, il posto migliore per curare le ferite dei sogni non realizzati. Le giornate di Violette corrono leggere, come quelle di tanti bambini, tra passeggiate, chiacchiere, giochi e letture. Le notti sono diverse. Perché Violette non dorme, cammina al buio, i piedi scalzi, l’abito celeste. Riempie le ore contando i libri dei genitori, tremilaottocentosettantotto per l’esattezza, sistema tutti i ricordi nel ricordario, per non perderli più. E ogni giorno guarda il mondo e lo vede cambiare, le persone vanno a una velocità differente, crescono, invecchiano, spariscono. Invece lei rimane sempre la stessa, le stesse mani, lo stesso viso. Perché Violette è la bambina che non c’è. Non è mai nata, è il desiderio perfetto di tutti loro, mamma, papà, Jean e Augustin. Eppure vive, ride, corre, esiste, almeno fino a quando qualcuno continuerà a pensarla. Sulla linea sottile che divide la realtà dal sogno Violette ci racconta un mondo normale e fantastico con una leggerezza pensosa, raccogliendo gli attimi, le emozioni, e i gesti che nessuno riuscirebbe mai a pensare.

Voglio vivere una volta sola

Carofiglio Francesco

Delia e Gaetano erano una coppia. Ora non lo sono più, e stasera devono imparare a non esserlo. Si ritrovano a cena, in un ristorante all'aperto, poco tempo dopo aver rotto quella che fu una famiglia. Lui si è trasferito in un residence, lei è rimasta nella casa con i piccoli Cosmo e Nico. Delia e Gaetano sono ancora giovani - più di trenta, meno di quaranta, un'età in cui si può ricominciare. La loro carne è ancora calda e inquieta. Sognano la pace ma sono tentati dall'altro e dall'altrove. Ma dove hanno sbagliato? Il fatto è che non lo sanno. La passione dell'inizio e la rabbia della fine sono ancora pericolosamente vicine. Cresciuti in un'epoca in cui tutto sembra già essere stato detto, si scambiano parole che non riescono a dare voce alle loro solitudini, alle loro urgenze, perché nate nelle acque confuse di un analfabetismo affettivo. Eppure parole capaci di bagliori improvvisi, che sanno toccare il nucleo ustionante dei ricordi, mettere in scena sul palcoscenico quieto di una sera d'estate il dramma senza tempo dell'amore e del disamore. Margaret Mazzantini ci consegna un romanzo che è l'autobiografia sentimentale di una generazione. La storia di cenere e fiamme di una coppia contemporanea con le sue trasgressioni ordinarie, con la sua quotidianità avventurosa. Una coppia come tante, come noi. Contemporaneamente a noi.

Nessuno si salva da solo

Mazzantini Margaret

La nuova raccolta poetica di Gabriele Galloni.

Creatura breve

Galloni Gabriele

Da Vladimir Majakovskij a David Foster Wallace, da Cesare Pavese a Virginia Woolf: le storie di venticinque scrittrici e scrittori che hanno posto fine alla loro vita. Persone molto diverse tra loro anche rispetto al tema della morte. C’è chi aveva perseguito razionalmente l’atto finale del suicidio passando il tempo a teorizzarlo; chi sembra non aver resistito a una serie di disgrazie terribili; chi portava in sé un dolore emotivo che temeva inguaribile. Elemento comune, una insopportabile sofferenza che troppo spesso e irrispettosamente è stata etichettata come “depressione”. Raccontare queste esistenze è un atto di riconoscenza per gli scritti che ci sono stati lasciati, e insieme un atto di riparazione per l’ipocrisia di una società che ritenendo il suicidio un gesto inaccettabile continua a operare intorno ad esso ogni sorta di manipolazione, dall’occultamento alla sottovalutazione, quando non arriva addirittura all’ostracismo riguardo alle opere e alle figure dei suicidi.

L’ultima pagina

Schimperna Susanna