Narrativa

Io vi maledico

De Gregorio Concita

Descrizione: "Io vi maledico" c'è scritto sulla lapide di marmo che un operaio dell'Ilva di Taranto ha voluto mettere per strada, sotto casa sua. "Io vi maledico", dice la figlia dell'imprenditore che si è ucciso strozzato dall'usura bancaria, la studentessa venuta dalla Puglia e mantenuta da genitori operai che trova chiuse le stanze dei baroni romani, il minatore del Sulcis che voleva fare politica per la sua gente ma non ha trovato posto, la sindaca della Locride minacciata di morte, che vede andare milioni di euro in fumo. Sale dalle manifestazioni di piazza, dall'indifferenza offesa degli italiani assenti, una rabbia che è insieme fragilità, impotenza. La rabbia giusta dei giovani indignati che contagia le città di tutto il mondo e quella cieca di chi lancia sassi.

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Stile libero Big

Anno: 2013

ISBN: 9788806215491

Recensito da Lucilla Parisi

Le Vostre recensioni

Al Salone Internazionale del libro di Torino

Concita De Gregorio racconta il suo ultimo romanzo Io vi maledico edito da Einaudi Editore (2013)

Al Salone Internazionale del libro di Torino c’è stata anche l’occasione per incontrare la giornalista e scrittrice Concita De Gregorio che, in una sala affollata, ha presentato il suo ultimo lavoro.

L’autrice ci ha parlato della rabbia, un sentimento collettivo che fa parte della vita di ognuno di noi, capace di trasformare le nostre esistenze in storie senza futuro.

La rabbia però, ci spiega Concita De Gregorio, ha le sue cause, le sue ragioni e, se vogliamo, le sue necessarie giustificazioni. In un Paese alla deriva come il nostro, la frustrazione e la rassegnazione nutrono il malessere e la disperazione. Quando poi la politica e le istituzioni dimostrano di non essere in ascolto e di volgere le spalle alle richieste di aiuto che, da più parti, si levano dalla comunità di individui, allora la rabbia, a ragione o a torto, prende il sopravvento.

Le storie raccolte dalla giornalista in un viaggio lungo la penisola e raccontate in questo romanzo corale, si fanno reportage e denuncia sociale. L’autrice lascia che siano queste decine di voci, di donne e di uomini, a parlarci del Paese che non va: del Paese dove i precari rimangono precari, dove i lavoratori delle fabbriche o delle miniere si ammalano di lavoro, dove neppure l’impegno di una vita basta per conservare un posto ed uno stipendio, falciati dalla logica della globalizzazione e dalla visione impersonale di amministratori delegati di aziende senz’anima.

Sono storie che parlano di figli e di bambini malati di rabbia – che a scuola viene chiamata iperattività – la stessa che i genitori stanchi e disillusi hanno insegnato loro.

La rabbia è quella che si aggrappa al silenzio complice delle Istituzioni (con la i maiuscola) che, di fronte alla mafia e al malaffare, ancora una volta, scompaiono nelle stanze del potere, per lasciare ai sindaci e ai magistrati il disperato tentativo di combattere ciò che non va.

Un romanzo commovente, una fotografia dell’Italia di oggi in cui i sogni sono diventati un lusso e la speranza una cattiva abitudine. Un popolo che vuole essere ascoltato e che non trova risposte.

Che speranza c’è allora per un Paese rabbioso? Che la rabbia possa diventare il motore del cambiamento e del rinnovamento. Forse.

Concita De Gregorio ci regala un libro spiazzante e ce lo ha raccontato con onestà e semplicità, lasciando al pubblico di individui in ascolto un forte senso di appartenenza ad un destino comune e di condivisione. Forse allora qualche speranza per la nostra rabbia c’è ancora.

Le parole dell’autrice Concita De Gregorio si sono alternate alle letture dell’attore Fabrizio Gifuni.

“Mi dicono che dovrei andare in America a insegnare perché lì le competenze come le mie sarebbero considerate eccellenti, certo molto ben pagate, qui di una laureata in Filologia con specializzazione in Latino medievale non sappiamo che farcene. Ma io non ci posso credere, davvero non ci posso credere che stiamo facendo questo a noi stessi, alla nostra storia, a quello che siamo”.

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James E. L.