La badante

Collura Matteo

Descrizione: Italo Gorini, ultraottantenne professore di Lettere in pensione, vedovo e disabile, un figlio di trentacinque anni laureato e disoccupato, è accudito da una badante straniera che ne tiene desti i sensi e le fantasie. Sono di casa la sorella Maddalena e la cognata Giorgina, che a oltre settant'anni non ha abdicato alla propria femminilità. Ma un colpo di scena impensabile deflagra da un lontano passato e sconvolge i rapporti tra l'anziano invalido e la badante, mettendo in crisi i delicati equilibri dell'intera famiglia. L'ambigua relazione affettiva tra il professore e la sorella, rimasta nubile e per questo convinta di avere in mano il destino del fratello, nonché l'imprevista reazione del figlio, rendono sorprendenti gli esiti della vicenda. Questo singolare romanzo si interroga (e ci interroga) su uno dei temi cruciali del mondo contemporaneo: il protrarsi, sempre più medicalizzato, della vita, che però non di rado, quando i sogni sono finiti e i giorni, le ore diventano una lunga attesa, trasforma la vecchiaia in una crudele solitudine. Non solo: è anche un implacabile ritratto di non poche famiglie d'oggi.

Categoria:

Editore: Longanesi

Collana: La Gaja Scienza

Anno: 2015

ISBN: 88-304-4075-2

Recensito da Marika Piscitelli

Le Vostre recensioni

Superata la soglia degli Ottanta, cosa resta di un uomo?

Nel suo implacabile ritratto della vecchiaia, Matteo Collura mette da parte il buonismo senza rinunciare alla delicatezza.

Italo Gorini non è lo stereotipo dell’anziano di oggi. La sua cultura e la sua intelligenza lo collocano al di sopra della media dei coetanei, e di questo anche lui è consapevole. Eppure in questo vecchio arcigno ed egoista c’è qualcosa di familiare: la ferocia della solitudine, che spesso nasce in chi si avvicina all’unico, vero punto di non ritorno. La stessa ferocia triste e rassegnata che tutt’a un tratto, in un giorno qualunque, iniziamo a vedere negli occhi dei nostri cari divenuti anziani.

A generarla, la consapevolezza di non aver nulla da perdere, la voglia spasmodica di consumare gli istanti che rimangono, il tentativo di dimostrare che sì, si è ancora in grado. E su tutto, la paura di non essere all’altezza, quando sarà il momento, di affrontare la morte con la dignità e il coraggio dimostrati in vita.

Italo Gorini è costretto su una sedia a rotelle e non manca di ricordare a coloro che lo circondano che è ancora un uomo a tutti gli effetti. Le sue pulsioni sono integre, intatte. Potrebbe soddisfare la sua badante quarantenne proprio come faceva con le numerose donne conosciute durante la giovinezza trascorsa in Libia.

Dispensa perle di saggezza, Italo Gorini; i suoi discorsi sono ricchi di citazioni colte. Conosce l’arte, conosce il mondo, conosce le persone, e usa la sua carrozzina come un trono. L’invalidità lo rende schiavo ma anche padrone.

Succube è la sorella, delle cui cure si lamenta eppure abusa; succube è il figlio, della cui pigrizia si vergogna e al tempo stesso si compiace, perché gli consente di primeggiare.

É su questo scenario che s’innesta la trama, basata su un solo colpo di scena, emblematico ma piuttosto prevedibile. D’altronde, al centro del libro non c’è la storia: ci sono i sentimenti.

Gradevole per lo stile lineare; interessante per gli innumerevoli spunti che offre. Tradisce le aspettative se si è alla ricerca di risvolti sorprendenti.

 

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Matteo

Collura

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Intervista a Collura Matteo

Paul Léautaud, piccolo classico del Novecento e mito discreto, aveva fatto nella sua vita ciò che ognuno almeno una volta ha vagheggiato: aveva trasformato una gelosa, ermetica solitudine in un osservatorio sulle assurdità e le bassezze del tempo. Ed anche questi tre rari racconti non concedono nulla di prevedibile al lettore: buoni sentimenti, riferimenti ideologici, appartenenze letterarie, perfino l’inevitabile speranza, di ciò tutto è estraneo a una scrittura che odia ogni preziosismo e resta elegantissima e crudele mentre affonda nelle lacerazioni di una vita: «Nessuno mi avrà conosciuto. Sono stato, sotto il mio riso, il disincanto, la disperazione assoluta. Non l’ho mai mostrato per pudore, nel timore del ridicolo». Il primo dei tre, Il piccolo amico, considerato da molti il suo capolavoro, è una cronaca-confessione di straziante distacco, pur nell’immagine che vuol offrire di quasi gaio cinismo, del suo rapporto con la madre eterna assente: Léautaud, abbandonato a pochi giorni dalla nascita, la rivide solo dopo vent’anni (tranne per brevi incontri occasionali) e ne fu appassionato così intensamente da turbarla e spingerla ad allontanarsi per sempre. La storia procede in due tempi: nel primo, la madre appare e scompare in tutte le figure di «amiche» che popolano l’infanzia e la prima giovinezza, e tutto è immerso nel luccicante incanto del tempo sfuggente, dell’infanzia e dei luoghi di Parigi; il secondo tempo è «un bel romanzo d’amore con la madre»: romanticamente, il protagonista cerca di rivivere la voluttà di un ricordo di bambino, quando, tra profumi e abbracci, poté la seconda volta incontrare la madre. Gli altri due racconti si riconnettono in realtà a quel travolgente amore: In memoriam ricorda la morte del padre (uomo di spettacolo e persona non meno evanescente), e Amori, ancora una storia di abbandono, racconta della prima esperienza erotica e del primo innamoramento per una «amica» che poi dovette sposare il suo protettore.

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