Narrativa

La bambina e il nazista

Forte Franco, Bonfiglioli Scilla

Descrizione: Germania, 1943. Hans Heigel, ufficiale di complemento delle SS nella piccola cittadina di Osnabrück, non comprende né condivide l'aggressività con cui il suo Paese si è rialzato dalla prima guerra mondiale; eppure, il timore di ritorsioni sulla propria famiglia e la vita nel piccolo centro, lontana dagli orrori del fronte e dei campi di concentramento, l'hanno convinto a tenere per sé i suoi pensieri, sospingendolo verso una silenziosa convivenza anche con le politiche più aberranti del Reich. Più importante è occuparsi della moglie Ingrid e, soprattutto, dell'amatissima figlia Hanne. Fino a che punto un essere umano può, però, mettere da parte i propri valori per un grigio quieto vivere? Hans lo scopre quando la più terribile delle tragedie che possono capitare a un padre si abbatte su di lui, e contemporaneamente scopre di essere stato destinato al campo di sterminio di Sobibór. Chiudere gli occhi di fronte ai peccati terribili di cui la Germania si sta macchiando diventa d'un tratto impossibile... soprattutto quando tra i prigionieri destinati alle camere a gas incontra Leah, una bambina ebrea che somiglia come una goccia d'acqua a sua figlia Hanne. Fino a che punto un essere umano può spingersi pur di proteggere chi gli sta a cuore? Giorno dopo giorno, Hans si ritrova a escogitare sempre nuovi stratagemmi pur di strappare una prigioniera a un destino già segnato, ingannando i suoi commilitoni, prendendo decisioni terribili, destinate a perseguitarlo per sempre, rischiando la sua stessa vita... Tutto, pur di non perdere un'altra volta ciò che di più caro ha al mondo...

Categoria: Narrativa

Editore: Mondadori

Collana: Omnibus

Anno: 2020

ISBN: 9788804721956

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

La bambina e il nazista: è un binomio forse inconsueto quello che intitola il romanzo di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli, fresco fresco di stampa. La bambina e il nazista, ossia la piccola Leah Coehn e il tenente Hans Heige. Lui è un burocrate spesso tacciato di eccessiva mitezza (“Non c’è spazio per la debolezza, nella Germania che stiamo costruendo”) e ha alle spalle un lutto familiare: la perdita della piccola Hanne, stroncata dalla TBC. Lei è un’ebrea danese di otto anni, vittima di una tragedia familiare di altra genesi (“Perché hai denunciato tua moglie e tua figlia? Una bambina di otto anni?”) e catapultata da innocente nell’orrore della deportazione e del lager.

Il romanzo trae forza da un’idea originale che si fonda su un’osservazione verosimile, ma troppo poco considerata: che anche nel sistema malato del nazismo vi fosse del dissenso. Siamo abituati a pensare che la follia e la crudeltà di un pazzo fosse integralmente condivisa: dai gerarchi, dall’apparato militare, dai pregiudizi popolari (“Il dottor Walder ha detto che sono stati loro, portano le malattie della loro razza e contagiano la nostra”) e dal sentire comune di una Germania spasmodicamente e orgogliosamente tesa a riscattarsi dalla sconfitta del primo conflitto mondiale.

Hans vive nella quiete burocratica della provincia, ma sui suoi registri cominciano a comparire i primi indizi dell’olocausto (“I numeri degli ebrei mandati ai forni o ammassati nelle fosse… Faceva fatica a pensare che dietro a quelle cifre ci fossero delle persone”). In missione a Berlino, il tenente viene direttamente a contatto con il reichsführer SS Heinrich Himmler e con l’ideologia spietata (“Sedare la ribellione dei giudei… ho dato disposizioni alle nostre forze speciali di intervenire con gli esplosivi”) e scellerata (“Domandò dei lager di Chelmno, di Belzec e di Sobibor… macchine di morte che bene espletavano il loro compito, portando avanti quello che l’Operazione Reinhardt chiedeva loro di fare, ovvero eliminare una volta per tutte i giudei convogliati in Polonia”) che dilaga dai vertici militari alla base (“Vide molti degli ufficiali sorridere alla prospettiva degli edifici che crollavano sui giudei ribelli, uccidendoli a migliaia”).

Quando lo stato di guerra e il turpe progetto razzista si affermano (“Nei mesi scorsi gli ebrei accompagnati alla Soluzione Finale sono stati quasi ventimila al giorno”), anche Hans viene coinvolto nell’orrendo progetto in atto (“Sei stato assegnato in Polonia, nel campo di Sobibor”). E tuttavia, proprio nell’inferno del campo di concentramento, gli viene offerta l’occasione per mettere alla prova la sua umanità. Perché Leah è troppo simile ad Hanne. Eppure Hans riesce a resistere alle attrattive di una sterile identificazione soggettiva (“Io però mi chiamo Leah”) e, a partire da un gesto simbolico (“Fräulein Kuken… la bambola che lui teneva accanto al letto, unico ricordo di sua figlia”), comincia a vedere in Leah una possibilità di dissociarsi dal crimine globale.

La vicenda de La bambina e il nazista procede con la scansione terrificante della seconda guerra mondiale: la colonna sonora sono le tetre note di un violino (“A Fraulein Kuken non piace. Dice che sembra il pianto di tutti quelli che sono morti”) e la Lili Marleen di un vecchio film di Fassbinder, i personaggi assumono contorni demoniaci (“Ecco il diavolo e la sua compagna, come nelle fiabe antiche, che nelle notti più nere allestivano le fornaci infernali”), mentre il campo di Majdanek è in affanno sotto l’avanzata dell’armata rossa. La crudeltà nazista (“La Polizia Verde, la più crudele tra le forze tedesche”) si appresta a sferrare un’ultima zampata per attuare uno sterminio di massa (“Sarà la nostra Festa della Mietitura e avrà inizio tra pochi giorni”), da negare alla Storia: “Si era reso conto… di quanto poco il mondo sapesse… Che ne sapevano del lavoro di pulizia di Majdanek, di Sobibor e degli altri campi sparsi sui territori occupati dall’esercito tedesco?… Hans era certo che alla gran parte dei tedeschi non importasse quello che accadeva lì, perché c’era la guerra a cui pensare o la paura di tutti i giorni…”

Nel corso del romanzo, su un altro piano e in un diverso contesto storico, Hans vive il conflitto tra legge morale e imposizione politica (“Per Leah stava tradendo i suoi superiori, il suo Paese, l’intero reich”) come già accadde ad Antigone. E anche Hans – come Antigone in altro modo – non esita a scegliere e riconferma la sua scelta ogni volta che si trova di fronte al bivio tra vita e morte. Soffre intimamente, ricorre a mille stratagemmi, mette in pericolo la sua incolumità, faticosamente oltrepassa e rinnega la sua natura pacifica e moderata.

Con la potenza anche violenta della finzione romanzesca e tra riferimenti storici purtroppo reali – su tutti: la sanguinosa rivolta dei deportati di Sobibor, che già fu tema del film La grande fuga – contro ogni infame negazionismo (“Questo posto non esisterà più”) e ogni laida tendenza sadica (“Eberwolf è innamorato della sua crudeltà”) La bambina e il nazista mettono alla prova il lettore al ritmo incalzante delle turpitudini che hanno macchiato in modo indelebile e permanente la coscienza dell’umanità. È un romanzo che suscita una molteplicità di sentimenti forti: apprensione, raccapriccio, strazio, sdegno e vergogna. Ma anche, al tempo stesso, istinto di protezione nei confronti del più debole e dell’innocente, desiderio di dissociazione e di riscatto, voglia di dimostrare che l’umanità possiede valori universali da difendere a ogni costo. È un libro che non può lasciare indifferenti e che ammonisce di fronte a ogni – purtroppo attuale – tendenza strisciante o dichiarata al razzismo, a ogni pericolosa derivazione di ideologie che sfruttano debolezze e assuefazioni…

Bruno Elpis

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