Narrativa

La bella estate

Pavese Cesare

Descrizione: Scritto nel 1940, questo racconto, ora riproposto da solo, venne pubblicato solo nel 1949, nel volume dal titolo omonimo che comprendeva "Il diavolo sulle colline" e "Tra donne sole". È la storia di Ginia e, più in generale, della scoperta della vita da parte di un'adolescente. Dall'ambiente operaio al quale appartiene, Ginia entra in contatto con alcuni esponenti di una bohème pseudo-artistica e intellettuale: studenti, eccentrici perdigiorno e pittori dilettanti, che si incontrano nei caffè e abitano nelle soffitte. La ragazza si innamora di Guido, un pittore di origine contadina e, dopo aver vinto le resistenze interiori e i rimorsi residui, si lascia alla fine sedurre. È l'inizio della sua dolorosa maturazione come donna.

Categoria: Narrativa

Editore: Einaudi

Collana: Einaudi tascabili. Scrittori

Anno: 2015

ISBN: 9788806227623

Recensito da Gabriele Lanzi

Le Vostre recensioni

Con La bella estate, romanzo pubblicato nel 1949, Cesare Pavese risulterà essere il vincitore dell’edizione del “Premio Strega” del 1950. Nello stesso anno l’autore morirà suicida in una camera d’albergo a Torino. Si tratta di uno dei tre racconti che dà il titolo all’omonima trilogia, nei quali il filo conduttore è rappresentato dal tema dell’innocenza perduta, del passaggio all’età adulta. Nella bella estate la protagonista è l’adolescente Ginia, desiderosa di potere finalmente vivere la propria femminilità diventando una vera donna, proprio come è già successo ad alcune sue amiche. Grazie all’amicizia con Amelia, giovane e squattrinata ragazza che riesce a sopravvivere posando come modella per diversi pittori e concedendosi liberamente ad artisti e uomini, Ginia sarà anch’essa iniziata al mondo degli adulti. L’incontro con il pittore Guido e la forte attrazione che prova nei suoi confronti le permetteranno di sperimentare quelle sensazioni che il suo corpo da adolescente sembra desiderare ardentemente. Questa passione risulta tuttavia contrastata, controbilanciata da una certa pudicizia, tanto da farla esitare nello spogliarsi davanti a Guido.

Pavese propone al lettore il momento della transizione verso l’età adulta attraverso l’immagine della “tenda” dello studio di Guido, che rappresenta la sfida dell’andare oltre, il coraggio di superare le inibizioni e vivere la propria sessualità. Ma la tenda è anche “il luogo” del voyeurismo di Rodrigues (l’amico-artista di Guido), che nascosto dalla cortina spia la nudità di Ginia per poi palesarsi all’improvviso davanti a lei, decretando la fine dell’illusione e smascherando così il crudele gioco di Guido che assurge al ruolo di maschio seduttore senza scrupoli. Egli infatti non esita a etichettare il comportamento timido e pudico di Ginia, che cerca di celare la propria nudità, liquidandola davanti a Rodrigues e Amelia con uno sprezzante “Lasciala stare…è una scema”. Ginia a questo punto appare nella sua sconfitta, conscia di essere stata usata e tradita dalla persona che amava (“Era lei che aveva voluto voluto fare la donna e non c’era riuscita”). La fine dell’amore è anche la fine de La bella estate, la stagione del cuore e della vita piena di aspettative (“A quei tempi era sempre festa”) non soddisfatte, che troppo spesso conduce alle disillusioni, ma che comunque rappresenta un momento di crescita nella formazione dell’individuo.

Il sito della Fondazione Cesare Pavese

...

Leggi tutto

LEGGI COMMENTI ( Nessun commento )

Aggiungi un tuo commento

Scrivi la tua recensione

Devi effettuare il login per aggiungere un commento oppure registrati

Cesare

Pavese

Libri dallo stesso autore

Intervista a Pavese Cesare

W. Somerset Maugham non ha mai dovuto dilungarsi troppo a spiegare che cosa fosse il suo secondo e più celebre romanzo, quello che già alla sua uscita, nel 1915, fece di lui uno scrittore immensamente popolare. In diverse occasioni, si limitò infatti a precisare che Schiavo d’amore non era «un’autobiografia, ma un romanzo autobiografico» – e che Philip Carey, pur essendo orfano come lui, medico come lui, e come lui attratto dai lati meno dominabili dell’esistenza, era solo il protagonista di una finzione, e non la controfigura del suo autore. I lettori (allora come oggi) erano quindi liberi di seguire Philip prima durante gli studi a Heidelberg, poi negli anni della bohème parigina, e alla fine per tutto il lungo, tormentoso e distruttivo amore per Mildred, la cameriera reprensibile, perfida e perciò ancor più desiderabile (di cui non a caso Bette Davis è stata la definitiva incarnazione cinematografica) che finirà quasi per ucciderlo. Ma se si può anche fingere di credere a quel diabolico illusionista di Maugham quando sostiene di aver prestato a Philip solo i sentimenti, è legittimo sospettare che poche altre volte, in letteratura, la menzogna romanzesca – anche la più sofisticata e avvincente, come questa – abbia coinciso in modo tanto fedele e tanto necessario con una personale, e quasi feroce, autenticità.

Schiavo d’amore

Maugham W. Somerset

Il bar Novecento, di fronte allo stadio San Paolo, è un’istituzione, un punto di riferimento dove passare intere giornate. Non solo per commentare le partite, né per il caffè di Mario, né per la bellezza di Paola, la cassiera che fa girare la testa a chiunque. Al bar Novecento si va soprattutto per parlare con O’ Professore, l’uomo che da trent’anni siede allo stesso tavolino sul fondo della sala, e giorno dopo giorno raccoglie palpitanti racconti di epiche sfide, confessioni di figli tornati in città per esaudire l’ultimo desiderio del padre morente, richieste di consigli su amori infelici. A ciascuno di loro, O’ Professore saprà rivolgere profetiche, illuminanti parole sul senso della vita.

Il resto della settimana

De Giovanni Maurizio

Tre bambini crescono insieme in un collegio immerso nel verde della campagna inglese. Non hanno genitori, ma non sono neppure orfani. La loro vita verrà accompagnata dalla musica dei sentimenti: l'amicizia e l'amore come uniche armi contro un mondo che nasconde egoismo e crudeltà.

Non lasciarmi

Ishiguro Kazuo

E quando le cose ti chiamano, ti chiamano. Quando sono lì, sono lì per noi. Non importa se ci sono state per un secondo o da sempre. Arigliana, "cinquanta case di pietra e duecento abitanti", è il paesino sulle montagne della Lucania dove Pietro e Nina trascorrono le vacanze con i nonni. Un torrente che non è più un torrente, un’antica torre normanna e un palazzo abbandonato sono i luoghi che accendono la fantasia dei bambini, mentre la vita di ogni giorno scorre apparentemente immutabile tra la piazza, la casa e la bottega dei nonni; intorno, una piccola comunità il cui destino è stato spezzato da zi’ Rocco, proprietario terriero senza scrupoli che ha condannato il paese alla povertà e all’arretratezza. Quell’estate, che per Pietro e Nina è fin dall’inizio diversa dalle altre – sono rimasti senza la mamma –, rischia di spaccare Arigliana, sconvolta dalla scoperta che dentro la torre normanna si nasconde una famiglia di stranieri. Chi sono? Cosa vogliono? Perché non se ne tornano da dove sono venuti? è l’irruzione dell’altro, che scoperchia i meccanismi del rifiuto. Dopo aver catalizzato la rabbia e la paura del paese, però, sono proprio i nuovi arrivati a innescare un cambiamento, che torna a far vibrare la speranza di un Sud in cui si mescolano sogni e tensioni. Un’estate memorabile, che per Pietro si trasforma in un rito di passaggio, doloroso eppure pieno di tenerezza e di allegria: è la sua stessa voce a raccontare come si superano la morte, il tradimento, l’ingiustizia e si diventa grandi conquistando il proprio fragile e ostinato splendore. Attraverso questa voce irriverente, scanzonata eppure saggia, Catozzella scrive un romanzo potente e felice, di ombre e di luce, tragico e divertente, semplice come le cose davvero profonde.

E tu splendi

Catozzella Giuseppe