Narrativa

La caduta

Camus Albert

Descrizione: Clamence, un brillante avvocato parigino, abbandona improvvisa mente la sua carriera e sceglie come quartier generale un locale d'infimo ordine, il Mexico-City, ad Amsterdam. Presa coscienza dell'insincerità e della doppiezza che caratterizza la sua vita, Clamence decide di redimersi confessando e incitando (per sincerità, per virtù, per dialettica?) gli occasionali avventori della taverna portuale a confessare la loro "cattiva coscienza". Ma non bisogna lasciarsi ingannare: Clamence non si redime. L'eroe di Camus secondo le sue stesse parole "percorre una carriera di falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne".

Categoria: Narrativa

Editore: Bompiani

Collana: I grandi tascabili

Anno: 2000

ISBN: 9788845246548

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

La caduta” è un testo che consente ad Albert Camus di dimostrare l’assurdità delle dicotomie insanabili, insite nella natura umana e nella società, attraverso una vicenda dai toni paradossali.

Jean-Baptiste Clamence è un avvocato parigino (“Prima di venir qui ero avvocato… adesso sono giudice-penitente”), benevolo, altruista (“M’ero specializzato nelle nobili cause. La vedova e l’orfano…”) e stimato. Ben presto realizza che, sotto le apparenze dell’eteronomia, divampano egocentrismo, senso di superiorità e aggressività (“Ogni uomo intelligente… sogna di essere un gangster e di regnare sulla società con la sola violenza”).
La consapevolezza della duplicità e dell’ambiguità (“Pensi un po’ quale sarebbe la sua insegna… in ogni modo io conosco la mia: una doppia faccia, un Giano affascinante e sopra il motto della casa: non fidatevi! Sui biglietti da visita: Jean-Baptiste Clamence, attore”) travolge la sua vita, intimamente dominata dai piaceri della sensualità, dell’alcol e del gioco.
Il senso dell’estraneità della sostanza rispetto all’apparenza ha il suono di una risata metafisica (“Per alcuni giorni ci ho pensato a quella risata, poi l’ho dimenticata”), che riecheggia in una Parigi spettrale (“Parigi è un artifizio perfetto, una scena stupenda, popolata da quattro milioni di figurine… Mi è sempre parso che i nostri concittadini avessero due frenesie: le idee e la fornicazione”), e culmina in un evento tragico, un suicidio (“Quasi subito sentii un grido… Ho dimenticato che cosa pensassi. Troppo tardi, troppo lontano… Né il giorno dopo, né i seguenti lessi i giornali”) che dimostra in modo vistoso la dilacerazione di un individuo già condannato nell’inferno reale (“Sì, l’inferno deve essere così: strade con insegne e non c’è modo di dar spiegazioni. Si è classificati una volta per tutte”).

Con questa coscienza infelice, Clamence decide di abbandonare la professione e si trasferisce nel ghetto (“Io abito nel ghetto, o in quello che si chiamava così finché i nostri fratelli hitleriani vi hanno fatto un po’ di spazio”) di Amsterdam (“Ha notato che i canali concentrici di Amsterdam assomigliano ai gironi dell’inferno?”), città miasmatica (“Come sono belli i canali di sera! Mi piacciono le esalazioni delle acque ammuffite, l’odore delle foglie morte che macerano nel canale e l’altro, funebre, che sale dai battelli pieni di fiori”) ove nel bar Mexico City il già avvocato colloca il suo nuovo studio (“Il suo mestiere è di accogliere marinai di ogni nazione in questo bar di Amsterdam ch’egli d’altronde, non si sa perché, ha chiamato Mexico-City”). In questa sede intrattiene gli avventori, recitando un ruolo critico per estendere anche ad altri il senso della colpevolezza strutturale.
Il nuovo stile di vita non è palingenesi, ma caduta, perché ha lo scopo di demolire le apparenze nella nuova veste di giudice-penitente (“Adesso parlo con uno scopo: evidentemente, quello di far tacere le risate, di evitare personalmente il giudizio…”): per confessare a chiunque le proprie mancanze (“La mia professione… consiste … nel praticare il più spesso possibile la confessione pubblica”), coinvolgendo l’interlocutore in una denuncia collettiva grazie alla quale è possibile transitare dalla condizione di penitente a quella di giudice.

La narrazione è sotto forma di monologo: l’interlocutore – il lettore? – non prende mai la parola e viene risucchiato nel vortice delle antinomie paradossali: figurative (“Pensi all’uomo di Cro-Magnon in pensione nella torre di Babele”), retoriche (“Se non finiscono i bei discorsi, la statua non si scopre”), ontologiche (“Qualunque cosa siamo, la siamo sempre più o meno”), individuali (“Sono troppo pieno, appena apro bocca le frasi sgorgano”), relazionali (“Immagini dei biglietti da visita: Dupont, filosofo pauroso, o proprietario cristiano, o umanista adultero…”), religiose (“Sa perché l’hanno crocifisso, quello a cui forse sta pensando?… La vera ragione è che lui sapeva di non essere completamente innocente… I bambini di Giudea massacrati mentre i suoi genitori lo portavano al sicuro, perché erano morti, se non per causa sua?”). Antinomie che vengono sventagliate in un’analisi impietosa e drastica, senza via di scampo. O forse sì (“Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perché io abbia una seconda volta la possibilità di salvare entrambi”).

Bruno Elpis

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I paradossi nella scienza e in letteratura: “La caduta” di Albert Camus – i-LIBRI

[…] Abramo in Kirkegaard) e in letteratura, come argomentiamo nel commento che oggi pubblichiamo a “La caduta” di Albert Camus (“Per finirla con l’ambiguità, bisogna semplicemente finir di […]

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