Narrativa

La campana di vetro

Path Sylvia

Descrizione: Brillante studentessa di provincia vincitrice del soggiorno offerto da una rivista di moda, a New York Esther si sente «come un cavallo da corsa in un mondo senza piste». Intorno a lei, l'America spietata, borghese e maccartista degli anni Cinquanta: una vera e propria campana di vetro che nel proteggerla le toglie a poco a poco l'aria. L'alternativa sarà abbandonarsi al fascino soave della morte o lasciarsi invadere la mente dalle onde azzurre dell'elettroshock. Fortemente autobiografico, La campana di vetro narra con agghiacciante semplicità le insipienze, le crudeltà incoscienti, gli assurdi tabù che spezzano un'adolescenza presa nell'ingranaggio stritolante della normalità che ignora la poesia. Include sei poesie da "Ariel"

Categoria: Narrativa

Editore: Mondadori

Collana: Oscar Mondadori

Anno: 2016

ISBN: 9788804670339

Recensito da Elpis Bruno

Le Vostre recensioni

La campana di vetro di Sylvia Plath

La campana di vetro, l’unico romanzo di Sylvia Plath, è un’autobiografia neanche troppo dissimulata. Scritta con uno stile altamente originale, l’opera trasuda angoscia e patimento da ogni parola. La successione degli eventi è tragica e monotematica.
Il romanzo può essere segmentato in tre fasi.

New York

Il soggiorno a New York si apre con un riferimento alla cronaca (“Fu un’estate bizzarra e afosa quella in cui morirono sulla sedia elettrica i Rosenberg”): Esther (“Ma io non guidavo proprio un bel niente, nemmeno me stessa”) partecipa a un’iniziativa di studio-lavoro (“Eravamo in dodici all’albergo: avevamo vinto tutte quante il concorso di una rivista di moda scrivendo saggi, racconti e moderni risvolti pubblicitari: come premi avevamo ottenuto un impiego di un mese a New York, spesate di tutto, e pile su pile di buoni…”) e intreccia amicizie (“Doreen mi scelse immediatamente. Mi faceva sentire come se fossi stata molto più acuta degli altri…”) rispetto alle quali si caratterizza per atteggiamento sociopatico (“Mi piaceva guardare gli altri in situazioni cruciali. Se c’era un incidente stradale o una rissa o un bimbo sotto spirito dentro un boccale di vetro a forma di campana in laboratorio…, mi fermavo e guardavo con tale intensità da non potere più dimenticare”) e deviante (“Credo che mi aspettassi di vedere il corpo di Doreen ancora giacente nella pozza di vomito come una brutta e concreta testimonianza del mio carattere schifoso”).

Il soggiorno a New York è garantito da una mecenate (“Io avevo vinto quella di Philomena Guinea, facoltosa romanziera… avevano fatto del suo primo romanzo un film muto con Bette Davis…”), attraversa esperienze alterne (“Avvelenate tutte quante”) e s’intreccia alla frequentazione di un presunto fidanzato (“Buddy Willard mi condusse… dove c’erano delle grosse bottiglie di vetro piene di bambini morti prima di nascere”) in una relazione insoddisfacente (“Raccontai semplicemente a tutti che Buddy aveva la tisi e che eravamo praticamente fidanzati”) che acuisce il disagio personale (“Pensai quanto fosse strano che mai mi fosse venuto in mente prima che ero vissuta pienamente felice solo fino all’età di nove anni”) e i primi segnali della patologia (“Se nevrotica vuol dire volere nel medesimo istante due cose che si escludono a vicenda, bene, allora io sono infernalmente nevrotica”). I primi pensieri di morte (“Il pensiero che avrei potuto ammazzarmi prese freddamente forma nella mia mente come un albero o un fiore”) si affacciano a Adirondacks in occasione di una discesa sugli sci (“Puntai dritto verso il basso”).

I rapporti con gli uomini (“Il sorriso vago, elusivo di Marco mi ricordò un serpente che avevo stuzzicato allo zoo di Bronx”) sono marchiati da fallimento e violenza  (“I misogini sono come dei, invulnerabili e saturi di potenza. Scendono sulla terra e poi scompaiono. Sono inafferrabili”).

Il commiato da New York è all’insegna della follia incipiente (“Pezzo per pezzo affidai al vento il mio guardaroba… i grigi brandelli furono portati via attraverso l’aria e si posarono qua e là , non saprò mai dove, sull’oscuro cuore di New York”).

Boston

Il ritorno a Boston coincide con un insuccesso (“Non hai ottenuto il posto a quel corso per scrittori”). Esther concepisce l’idea di scrivere un romanzo (“L’eroina… si sarebbe chiamata Elaine. Elaine. Contai… c’erano sei lettere anche in Esther”) e insegue progetti vari (“Tutti quei progetti turbinavano vorticosi nella mia mente come una famiglia di conigli irrequieti”), ma la deriva è in agguato (“Vidi gli anni della mia vita posti lungo una strada come pali telegrafici collegati da fili. Li contai… diciannove pali e poi i fili rimasero sospesi nel vuoto, ma, per quanto tentassi, non riuscii a scorgere neppure un palo dopo il diciannovesimo”). L’assenza di prospettive (“Io potevo vedere i miei giorni, un giorno dopo l’altro, splendere davanti a me abbaglianti come un lungo viale bianco di infinita desolazione”) lascia spazio a pensieri di morte (“Pensai che sette piani rappresentavano una distanza sufficientemente sicura”) in declinazioni varie (“In Giappone… quando qualsiasi cosa andava storta si sbudellavano”).

Esther viene affidata alle cure del dottor Gordon e patisce l’esperienza dell’elettrochoc (“La pelle mi era diventata dura come pergamena… Poi qualcosa calò su di me e mi afferrò e mi scosse come la fine del mondo. Iiiiiiiiii strideva attraverso l’aria crepitante di luce azzurra e ad ogni scoppio una gran scossa mi colpiva così che credevo che le mie ossa si sarebbero spezzate e la linfa ne sarebbe fluita fuori come da una pianta spaccata in due. Mi chiedevo quale orribile colpa avessi mai commesso”). Il contatto con il mondo della pazzia (“I suoi occhi si strinsero, tirò fuori la lingua… mi girai verso la ragazza e le feci marameo, da tutte e due le orecchie”) è inquietante.

Esther si aggira sola sulla spiaggia (“Vedevo denti di pescicani e fanoni di balena disseminati lì attorno simili a pietre tombali”) e anche quando incontra gli altri è perseguitata dalla monomania (“Crede che in America si possa trovare di questa polvere di morfina?”) che la porta a esplorare soluzioni (“Pensai che annegare doveva essere il modo più gentile di morire e bruciare viva il peggiore”) che falliscono (“Mi tuffai e rituffai, e ogni volta risbucavo fuori sull’acqua come un turacciolo”).

In clinica

Il ricovero in clinica (“Mi rendevo conto che avrei dovuto essere grata a Philomena Guinea, ma non riuscivo a sentire niente”) avviene sotto l’ala protettiva della dottoressa Nolan. Vengono a galla il dolore per la morte del padre – rivissuto in una drammatica visita al cimitero, sotto la pioggia battente – e il rapporto conflittuale con la madre (“La odio… la dottoressa Nolan si limitò a sorridermi come se qualcosa le fosse piaciuta molto, moltissimo e disse: credo di sì”).

L’elettroterapia (“Greenwood. Niente colazione stamattina”) sembra anestetizzare il dolore di Esther (“La campana di vetro stava sospesa alquanto al disopra della mia testa. Ero aperta alla libera circolazione dell’aria”), che decide freddamente di perdere la propria verginità con Irwin, un professore di matematica. Anche questa prova sarà tragica, come la sorte che toccherà a Joan, una compagna di sventure re-incontrata in clinica (“Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno”).

Bruno Elpis

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