Classici

La coscienza di Zeno

Svevo Italo

Descrizione: Alle origini del romanzo contemporaneo la vicenda interiore di un personaggio segnato dalla psicanalisi.

Categoria: Classici

Editore: Mondadori

Collana: Oscar Classici

Anno: 2001

ISBN: 9788804492948

Recensito da Marika Piscitelli

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Il suo paziente si è sottratto alla cura sul più bello. Per questo il Dottor S. ha deciso di pubblicarne le memorie: per vendetta.

La prefazione de “La Coscienza di Zeno” è una finzione letteraria ben costruita, che lascia intuire sin da subito la volontà di dar vita ad un’opera originale ed innovativa.

Segue un preambolo in cui Zeno racconta i tentativi vani di ricordare la propria infanzia e spiega il motivo per cui imbroglia il Dottor S. Qui Svevo velatamente (ma neanche troppo) polemizza nei confronti della nuova prassi terapeutica che si va diffondendo, nonché nei confronti dello stesso padre della psicanalisi, Sigmund Freud. Le risposte, anche quelle della scienza, sono sempre parziali, e le esperienze riportate a galla attraverso il ricordo sono inevitabilmente deformate: di uno stesso fatto vi sono sempre più versioni.

Dopo il preambolo, inizia il racconto vero e proprio, che si sviluppa attraverso le parole del protagonista.

Una voce in prima persona dunque, e non più un narratore estraneo ed esterno, com’era tipico del romanzo ottocentesco. Del resto, “La coscienza di Zeno” (1923) è stata scritta tra il ‘18 ed il ’22, sullo sfondo degli sconvolgimenti del conflitto mondiale e della crisi del positivismo, e risente anche dell’apertura di Svevo alla cultura d’Oltralpe.

Un’altra importante novità è costituita dal tempo del romanzo, che appare sdoppiato (c.d. tempo misto): da un lato, il presente in cui Zeno vive e racconta; dall’altro, il passato che egli ricorda e che riporta alla luce. Ecco perché i capitoli non sono ordinati cronologicamente, bensì per tematiche.

Quanto a lui, Zeno Cosini, è un malato immaginario, un nevrotico, un inetto incapace di portare a termine i suoi propositi: nel primo capitolo, quando ricorda i tentativi falliti di smettere di fumare, è ancora un fumatore.

Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai: “Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta”. Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente. Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo terribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia. Mio padre andava e veniva col suo sigaro in bocca dicendomi: “Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!”. Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima”.

Il problema di Zeno non è tanto il tabagismo, quanto l’ultima sigaretta: egli vuole protrarre il desiderio, e perciò ha bisogno di imporsi delle proibizioni.

Anche il padre, emblema dell’autorità, gli manca soprattutto perché la sua scomparsa ha cancellato l’eterna contrapposizione tra voglia di libertà e bisogno di repressione. Lo schiaffo ricevuto al suo capezzale, forse nient’altro che la semplice reazione inconscia di un uomo in fin di vita, gli sembra una punizione, quasi che il padre avesse intuito il suo desiderio di vederlo morire, unitamente a quello, pur presente in lui, che il genitore continuasse a vivere.

L’indispensabile sostituto della figura paterna Zeno lo trova in Giovani Malfenti, che gli insegna alcune tattiche commerciali e di cui sposa una delle figlie, Augusta.

In realtà, l’idea originaria di Zeno era di sposare la bella Ada, ma si accontenta di Augusta perché è ormai convinto di poter trovare la pace solo entrando nel salotto dei Malfenti: “Coi miei sforzi a me toccava come a quel tiratore cui era riuscito di colpire il centro del bersaglio, però di quello posto accanto al suo”.

Dopo il fidanzamento con Augusta, inizia però a nutrire un odio profondo nei confronti di Guido, che è riuscito a conquistare la sua Ada.

Vorrebbe addirittura ucciderlo, ma poi torna sui suoi passi “Come avrei potuto dormire se avessi ammazzato Guido? Quest’idea salvò me e lui”.

In realtà la paura del rimorso, che apparentemente frena Zeno dal compiere un gesto estremo, altro non è che una scusa: egli ha bisogno che il rivale resti in vita, ha bisogno del conflitto, della contraddizione. E  in questi stessi termini va spiegata anche l’ambiguità dei sentimenti che prova per l’amante Carla: “Io non domandavo Carla, io volevo il suo abbraccio e preferibilmente il suo ultimo abbraccio”.

Alla fine del romanzo, anche Zeno riesce a comprendere se stesso, e si accorge di essere sano. Capisce soprattutto che la psicanalisi non può svelare le cause di una malattia che, in realtà, è la vita stessa. Così, rifiuta le conclusioni logiche ed il complesso di Edipo diagnosticato dal Dottor S. e si convince del fatto che, a forza di rincorrerle, ha finito per inventare le immagini e le circostanze del suo passato…

Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella mia vita stessa una manifestazione di malattia. La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati”.

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